poveri cittadini, nel senso di abitatori delle città – di Roberto Ceriani

Lascio l’auto dal meccanico, ma 3 km sotto la pioggia sono troppi per me. Cedo alla tentazione dell’autobus. Nessuno alla fermata. Il bus arriva e frena di colpo. Forse l’autista non si aspettava di trovare qualcuno che voleva salire.

Il tesserino elettronico non funziona. Credito finito? Obliteratrice guasta? Non lo so e viaggio a sbafo (a ufo, come diciamo a Milano da 7 secoli). Non mi preoccupa il controllore; sono altri i problemi che non mi lasciano tranquillo.

L’autista è isolato da una catenella che impedisce di avvicinarsi; la portiera vicino a lui è bloccata. Su molti posti a sedere campeggia un adesivo che proibisce di sedersi per mantenere le distanze. Sulla piattaforma sono disegnati cerchi con la posizione per chi sta in piedi, in modo da stare lontano dagli altri.

I pochissimi passeggeri sono tutti seduti, molto lontani ognuno dall’altro. Nessuna coppia; tutti soli. Mi accorgo di avere dimenticato i guanti di lattice e cerco di non toccare nulla con le mani nude. Mi viene da starnutire, ma mi trattengo per paura che blocchino l’autobus per scappare tutti, settimana scorsa mi era già successo quando avevo starnutito durante la coda per la farmacia.

Nessuno chiede la fermata e l’autobus viaggia così veloce che neanche mi accorgo di essere già arrivato, anche perché con la mascherina sul naso mi si appannano gli occhiali e vedo poco. Chiedo la fermata in ritardo e scendo alla successiva; 300 metri in più sotto la pioggia.

Sul marciapiedi abbasso la mascherina e finalmente gli occhiali tornano trasparenti. Quando incrocio altri passanti è ormai un rito: ognuno alza la mascherina e cammina lontano da chi incontra. Una signora mi saluta con un cenno del capo. Rispondo per educazione, ma con la mascherina non ho capito chi sia; magari anche lei pensava di salutare un’altra persona.

Arrivato a casa cedo per la seconda volta alla tentazione. Invece di fare le scale a piedi prendo l’ascensore, brutto luogo di contagio. Ormai lo prende solo una signora grassa del secondo piano e una giovane madre con la carrozzina. Prima di entrare faccio un gran respiro e spero di reggere 4 piani in apnea. Arrivo al quarto piano con la testa gonfia, come quando da ragazzino attraversavo due volte la piscina sott’acqua.

Sono tutto bagnato. Mi cambio sul pianerottolo e lascio fuori le scarpe; ormai nella palazzina fanno così quasi tutti. Entrato in casa mi precipito a lavare bene le mani, prima e dopo la pipi. Poi bagno le labbra con il gel igienizzante e le sciacquo senza toccarle.

Ormai ci sono quasi. Lavo ancora una volta le mani, spruzzo un po’ di gel sulla tastiera e inizio a scrivere questo post. Era da oltre due mesi che non prendevo un autobus. Aveva ragione Lucio Dalla: Milano che fatica!