Analfabetismo di ritorno? – una maestra elementare (di Grazia Nessi)

Se c’è una cosa che mi piace ricordare dei miei anni di lavoro nella scuola è quella di aver partecipato alla scoperta e/o alla messa a fuoco dell’universo delle parole scritte e parlate di tanti alunni e alunne. L’apprendimento della tecnica di lettura e scrittura però non può ridursi ad un insieme di tecniche percettivo-motorie, né alla volontà, né alla motivazione: è un’acquisizione concettuale. Vi parlerò dell'apprendimento della letto-scrittura secondo il metodo naturale.

Quando arriva a scuola, il bambino ha già interiorizzato un suo modello personale nei confronti del sistema di scrittura: l’intervento educativo deve mirare a far evolvere questo modello personale verso quello convenzionale.

Per dare un’idea concreta di ciò che si fa, nei primissimi giorni di scuola primaria bisogna capire a quale stadio del processo di alfabetizzazione – ovvero a quale delle tappe che precedono la scoperta del codice alfabetico, cioè della corrispondenza convenzionale tra gli aspetti sonori del parlato e i segni grafici dello scritto – appartengono i bambini che formano la nuova classe.

Cerco di farmi capire meglio: in un clima il più possibile positivo e accogliente delle idee che emergono, si chiede loro di scrivere come sono capaci per esempio la parola “SOLE”; si potranno presentare risultati assimilabili a quelli riportati qui sotto:

  • PRECONVENZIONALE 1 uso di segni NON alfabetici
  • PRECONVENZIONALE 2 uso di lettere che si conoscono, in genere quelle del proprio nome (es. GARZGI = SOLE)
  • SILLABICO (es: OE= SOLE)
  • SILLABICO/ALFABETICO (es: SLE= SOLE)
  • ALFABETICO (es: SOLE= SOLE)

Una volta stabilito il punto di inizio individuale nel percorso di concettualizzazione della lingua, si potranno creare situazioni di apprendimento che mettano in conflitto cognitivo le ipotesi personali con quelle convenzionali: vengono così attivati numerosi momenti di scrittura spontanea e di lettura per ipotesi.

Si lavora con “universi linguistici” legati alla realtà del bambino, cioè composti da parole del suo mondo e usate spesso: per esempio i nomi dei bambini della classe.
Per uscire dal discorso più tecnico e spiegare brevemente in altre parole: nei libri di testo – libri ambientati spesso in boschi abitati da folletti, da orsacchiotti, fatine e maghi… – e spesso nelle pratiche scolastiche, l’apprendimento della lettoscrittura avviene a partire dalla memorizzazione dei segni e suoni, dalla copiatura corretta delle parole, dall’esercizio continuo basato sull’associazione corretta grafema fonema, dalla registrazione passiva di lettere che si accoppiano e diventano sillabe che si uniscono e diventano parole…

In questo sistema non c’è molto spazio per la ricerca individuale, per le ipotesi da verificare, per il conflitto cognitivo, per “l’errore”. Sbagliando si inventa, scriveva Gianni Rodari. Si impara a scrivere sostanzialmente su imitazione e la complessità della ricerca, che fa perdere tempo, viene lasciata fuori. L’errore è un intoppo da superare e non la manifestazione dello stadio di un ragionamento.

Quando i miei alunni arrivano in terza o quarta e guardano il primo quaderno, che è lì a testimoniare i tentativi che avevano messo in campo per scrivere parole e frasi senza avere la soluzione già data e quindi raccontano tutta la strada che hanno fatto, si inteneriscono parecchio, e mi piace pensare che lì dentro trovano un pezzo vero di loro stessi.