Giuanina dal Cereda

Questa storia del modo con cui veniva indicata la zia Giovanna mi ha sempre colpito. Una specie di inversione dei rapporti tradizionali che prevedevano il primato del maschio, di cui la donna assumeva il cognome. Invece lo zio Alessandro (Locati) veniva indicato come ul marì da Giuanina dal Cereda.

funerale nonno

agosto 1953: funerali del nonno Alessandro; il corteo risale da via Confalonieri per via Garibaldi diretto al cimitero; siamo in corrispondenza di quella che sarebbe diventata la piazza Camperio che nel 53 non esisteva perché il giardino Camperio arrivava sino a via Garibaldi; in primo piano ci sono Enzo Locati, Ugo Saini, io, poi Andrea Cereda della Pappina, le tre figlie Giovanna, Linda e Fiora, più dietro Pietro Beretta, mia madre, mio padre, lo zio Alessandro, e poi i tre figli più grandi Franco, Luigi e Giancarlo

Per via della differenza di età con papà (1908 contro 1914) e del fatto che le donne si sposavano prima, Enzo l’ultimo dei suoi quattro figli maschi (Giancarlo, Luigi, Franco, Enzo) era del 1945, l’anno in cui incominciava la serie di noi fratelli (dal 45 al 59).

La differenza di età ha fatto sì che non ci si sia frequentati molto. Giancarlo e Luigi erano decisamente molto più grandi, come si vede dalla foto. Infatti, quando avevo 14 anni, in prima ITIS, e non capivo niente delle strane lezioni di fisica del professor Quattrone, fu Giancarlo, già laureato in ingegneria a Padova, a fornirmi le coordinate essenziali e a spiegarmi cosa fossero quelle sequenze di simboli che Quattrone sparava alla lavagna per descrivere il moto: t0, t1, x0 e x1.

Alla fine di quell’anno scolastico (il 60/61) non so bene se in cambio dell’aiuto ricevuto, o perché si faceva così, passai l’estate a fare l’aiuto commesso nel negozio della zia in piazza Camperio (dove adesso c’è il reparto profumeria della farmacia). Il negozio si era trasferito da poco lasciando la vecchia e storica sede di via Mazzini, tra la macelleria Tornaghi e e il negozio della Paulota (merceria, lana e confezioni). Nel cortile di via Mazzini ci ho giocato tanto da bambino.

ex parco camperio

il quadrato che nei primi anni 60 è stato urbanizzato eliminando metà del parco Camperio

Nella neonata piazza Camperio, mi pare che fosse rimasta la pora dona ed erano stati aperti tre nuovi negozi: la farmacia traslocata dalla sede storica di piazza Daelli, il negozio di scarpe e il bar Sport gestito dalla famiglia Levati. I negozi erano il piano terra di un enorme palazzo il primo di quelli che avrebbero modificato la via Confalonieri, la via Garibaldi, la via Vittorio Veneto e la via fratelli Camperio (che non esisteva). Era un quadrato tutto facente parte del giardino Camperio con la sola eccezione della casa del Popolo. Ora sono tutti condomini con al centro la villa della famiglia Cola (ex Colombo Agostino) che ha conservato un po’ del verde preesistente.

zia Giovanna e zia Cecchina

zia Giovanna, faccia sempre seria, aveva i tratti dei Cereda della Pappina,; dietro di lei la zia Cecchina sorella minore del nonno

La zia era una donna di statura media, molto magra e aveva i tratti tipici del nonno. Nella foto qui di seguito ci sono lei e la zia Cecchina, la sorella minore del nonno Alessandro. I tratti somatici dei Cereda della Pappina sono evidenti.

L’ho sempre vista mangiare poco e soffrire costantemente di mal di stomaco e dentro di me temevo che prima o poi sarebbe saltato fuori qualcosa all’apparato digerente, come era accaduto al nonno morto per un cancro allo stomaco e che negli ultimi anni si nutriva prevalentemente di cagiada, lo yogurt di allora. Invece ha resistito ai suoi problemi digestivi e, alla fine, se ne è andata per una emorragia cerebrale.

il negozio di piazza Camperio

Il negozio di piazza Camperio aveva due vetrine sul davanti, di cui si occupava con stile lo zio Alessandro (disoccupato dopo la chiusura del Calzaturificio Monzese). Lo zio seguiva  seguiva anche i rapporti con i rappresentanti che due volte l’anno, venivano a presentare i nuovi modelli con un anticipo di qualche mese sulla stagione e ricevevano gli ordini (modelli, assortimento di numeri, colore, …). Ricordo quelle grandi valige nere che una volta aperte mostravano tutto il campionario sempre con una sola scarpa per tipo.

Lo zio Alessandro aveva certamente segnato un cambio di stile nelle tradizioni Cereda. Aveva una passione sfrenata per la musica e, prima di sposarsi, come mi raccontò in quella estate del 1961, aveva fatto parte di quelle orchestrine che seguivano le attività di avanspettacolo e le operette. Suonava con maestria il violoncello. Tutte cose che, dopo il matrimonio nel 1930 con la zia Giovanna, dovettero andare in soffitta. E quando raccontava si coglieva il rimpianto per quella vita più avventurosa.

Nel negozio vero e proprio c’erano le scarpe belle, sia da uomo sia da donna, tante scatole bianche con il coperchio, l’etichetta con il logo della fabbrica, il modello, colore e numero le classiche due poltrone per la prova con il poggia piedi, gli specchi, il banco con la cassa.

Il retro, grande quanto il negozio, aveva tre file di scaffali alti sino al soffitto, di quelli ad accesso da ambo i lati; nel retro c’erano sia la scala a chiocciola che consentiva di salire e scendere dalla abitazione che stava al primo piano, sia, sul fondo la Singer e il banco da calzolaio per le riparazioni.

singer

macchina Singer da calzolaio per le tomaie

La Singer era per le tomaie, una cucitrice ad aghi grandi e che poteva essere manovrata anche a mano, per le cuciture fini o complicate; più tardi arrivò anche una seconda macchina per cucire le suole (quando si poteva; se no si lavorava a mano con punteruoli ricurvi ed aghi speciali). In uno dei corridoi tra gli scaffali c’era il deposito dei lucidi, delle stringhe e delle tinture. Era tutta roba della Gubra di Desio.

Le riparazioni le faceva prevalentemente il Franco che poi sarebbe subentrato nella gestione del negozio quando la zia Giovanna e lo zio Alesssandro iniziarono a tirare i remi in barca: risuolatura completa, mezza suola in cuoio, mezza suola in gomma, tacchi da uomo, tacchetti da donna, sistemazione di una tomaia deteriorata, cambio delle fodere, sistemazione dello sperone, tinteggiatura con cambio di colore, messa in forma per allungare o allargare una scarpa, … Il cambio di colore andava molto di moda ed era il corrispondente di quello che si fa oggi comprando 4 o 5 paia di scarpe l’anno.

Franco (che aveva studiato alle professionali dai salesiani di via Copernico a Milano) faceva quello che, in fabbrica, avevo visto fare, in maniera seriale da tante persone. Gli attrezzi per il lavoro manuale erano sempre gli stessi: il treppiede, il martello da calzolaio, i coltelli affilati per la pelle e il cuoio, l’immancabile sumensa, le strane pinze per tirare la tomaia sulla forma, i solventi e i mastici, la cera, la pece, fili e corde per le cuciture, …

Prima di buttare un paio di scarpe, che costava qualche migliaio di lire, ci si pensava su ed era assolutamente normale rifare la suola due o anche tre volte. Per i mangiasuole, quelli con il plantare particolarmente pronunciato come mio fratello Sandro, dopo che il cuoio iniziava a presentare i primi buchi si optava spesso per la applicazione di una mezza suola in gomma o in coria (un cuoio sintetico più resistente, ma non traspirante). Erano ancora in circolazione, ma si usavano sempre meno, i ferretti da applicare sulle scarpe dei ragazzini per salvare le punte.

Dal retrobottega si poteva scendere nella cantina, anch’essa zeppa di scarpe, ricordo quelle della Superga, che c’era di già, ed era la marca top per le cosiddette scarpe da tennis, rigorosamente in tela blù e orli bianchi. Erano le prime scarpe fatte completamente a macchina e senza sottopiede in cuoio. Della Superga andavano molto le pantofole da donna con la suola di gomma e la tomaia in panno e anche un modello più alto che si chiudeva con una cerniera longitudinale molto usato dagli anziani per tenere i piedi al caldo.

la casa

Sempre nel retro era collocata una scala a chiocciola in ferro che consentiva di salire al piano superiore dove c’era la abitazione,  grande per via dei 4 figli maschi, cui si aggiungeva la nonna Fiorima. La nonna Fiorina era la madre anziana dello zio Alessandro che ormai aveva lasciato la vecchia abitazione di fianco all’oratorio maschile, dove avevano il laboratorio di vetreria i Giott (Pennati) e dove c’era anche l’attività di vino dei Levati. Se andate indietro con la memoria ricorderete che Giott a tempo perso faceva l’organista in chiesa.

C’erano la Cucina, il Tinello, due bagni, tre camere e un grande salone dove stavano la strumentazione musicale di Luigi e dello zio (pianoforte, batteria, violoncello) e i tecnigrafi di Giancarlo che si avviava alla professione di ingegnere civile in cui ha avuto fortuna e che prosegue oggi con la figlia Michela.

In quella casa, già nell’estate precedente quella in cui ho fatto il commesso, ho visto le Olimpiadi di Roma con Berruti e Wilma Rudolph in atletica e Cassius Clay nel pugilato perché lì c’era una televisione un po’ meglio della nostra.

la zia e il negozio

Il negozio di scarpe non era, come nei negozi di adesso che sembrano dei supermercati, un luogo di vendita forzata di modelli che si bruciano in una stagione. L’acquisto di un paio di scarpe, per una famiglia, era un avvenimento. Le scarpe si comperavano o perché c’era una ricorrenza speciale (per esempio un matrimonio o la cresima) o perché le scarpe vecchie, già risuolate più volte, erano ormai da buttare. Mi pare di ricordare che un paio di scarpe da uomo belle costasse intorno alle 4 mila lire quando la paga oraria di un operaio era intorno alle 150 lire.

Il Calzaturificio Monzese aveva chiuso da soli due anni e dunque in negozio c’era ancora un notevole assortimento delle scarpe made in Villasanta con la Corona Ferrea sulla etichetta.

La zia Giovanna conosceva i piedi degli uomini e delle donne di Villasanta: la misura, la pianta più o meno larga, il collo del piede, le dita lunghe, i nodi, i calli, … Mi ricordo ancora l’abilità con cui trattava le clienti esigenti e con i piedi problematici. In quegli anni, per via dell’essere andati scalzi o con gli zoccoli e anche per via del patrimonio genetico si vedevano, oltre ai calli della pelle, un sacco di piedi con calli ossei (i nodi) che rendevano problematica la scelta della scarpa.

Le misure da donna andavano dal 34 al 39, per qualche modello si arrivava al 40 e la taglia più diffusa era il 37. A Villasanta c’era una signora che aveva il 41 e per lei si facevano fare le scarpe su misura; eravamo tutti/e più bassi e con i piedi più corti e i modelli da bambino si fermavano al 33. Nelle scrpe da donna si usavano tacchi abbastanza larfgi e comodi con la solae eccezione di quelli a spillo, per le scarpe eleganti con altezze massime sugli 8 cm (altro che tacco 12 …).

In negozio faceva tutto lei. Conoscendo le condizioni sociali dei clienti, cercava di tenerne conto nel consigliare marche, modelli e costi. I clienti si sedevano sulle poltroncine, appoggiavano i piedi sull’apposito attrezzo fatto a piano inclinato e la zia in ginocchio faceva provare i diversi modelli.

Intanto io andavo e venivo con pigne di scatole che venivano appoggiate a terra e sparse sul tappeto: meglio provare la destra, no meglio la sinistra, … Vorrei questo modello ma testa di moro; mi piace la tomaia così ma sarebbe meglio una francesina; le vorrei sfilate come in un mocassino, ma non voglio la cucitura sul davanti, … Claudio porta un mezzo punto in più di questo modello, …

Fatta la vendita rimanevano a terra un sacco di scatole aperte con le scarpe da mettere a posto e riportare negli scaffali, ma al momento si passava alla confezione ed è stato in negozio che ho imparato le tecniche di esecuzione di un pacco ben fatto partendo dal girare la scatola sottosoprain modo che i bordi sovrapposti della carta andassero a finire di sotto, come si piega la carta alle due estremità, dove si mette lo scotch, come si mette la corda,  … Sono piccole manualità che non ho scordato più.

Come in tutti i negozi di Villasanta si lavorava prevalentemente a credito con pagamenti quando nelle fabbriche venivano riscosse le quindicine, o quando capitava. Mentre nei negozi di generi alimentari si usava il doppio libretto (uno al negoziante e l’altro al debitore), la zia usava un banale metodo sequenziale: un quaderno su cui si annotavano, data, nome, descrizione e prezzo (con eventuale acconto).

Quando il debitore veniva a pagare si cercava sul quaderno giusto in base al periodo e poi si sfogliavano le pagine sino a trovarlo. Se si pagava tutto si tirava un bello scarabocchio e il debito era annullato.

Nel cassetto sotto la cassa c’erano anche i buoni della san Vincenzo. La zia era uno dei terminali della parrocchia e gestiva questi buoni per le famiglie bisognose. Erano dei rettangolini di cartone rigido di 5 cm per 2,5 con la intestazione della San Vincenzo e il corrispettivo: un chilo di zucchero, un chilo di pane, 1 litro di latte e così via.

La donna della famiglia bisognosa riceveva i suoi buoni e con quelli ritirava gratuitamente quanto indicato, nei negozi di generi alimentari previsti. I buoni venivano poi tenuti dal negoziante che li passava alla san Vincenzo ricevendo il corrispettivo in danaro. Ci si conosceva tutti e non c’erano nè ipocrisie nel dare, nè timidezze nel ricevere; era una cosa normale.

La zia era molto religiosa ed era tra quelle che, la mattina presto, andavano alla messa prima, quella che si faceva alle sei o anche prima a seconda delle stagioni. Era una donna decisa e di poche parole; più che la bocca usava la mimica facciale che non lasciava spazio a fraintendimenti.

Con il passare degli anni, quel negozio, sopravvissuto al Calzaturifico Monzese è stato gestito da mio cugino Franco e da sua moglie Carla Massironi che avevano un approccio un po’ più moderno. Poi loro si trasferirono e il negozio fu chiuso e venduto mentre la casa di sopra rimase Locati sino alla morte della zia e poi anche dello zio Alessandro.


Ultima modifica il 15/05/2024 – Vai alla pagina dei racconti