Il rito dei libri per la scuola

Come sapete la scuola è stata la mia vita e quando nel 1987 me ne sono andato, per poi tornare, è perché la trovavo poco dinamica, una specie di camicia di forza dedita all'appiattimento degli innovatori e delle persone impegnate ed appassionate.

In questi giorni anche il secondo dei miei nipoti inizia le superiori e ieri mi ha figlia mi ha parlato dei cirrca 500 euro che se ne vanno quest'anno per entrambi. Soldi buttati via non perché i libri non servano, anzi, è l'editoria scolastica che non serve. Ha anche tentato, invece di buttarli via, di rivendere una parte dei vecchi libri delle medie (spesso mai utilizzati). Niente da fare, nuova edizione, persino del libro di educazione motoria.

Il serpente si morde la coda; c'è il mercato dell'usato e gli editori spostano tre foto, aggiungono quattro esercizi ed ecco la nuova edizione.

Libri sempre più grossi, con anche l'edizione digitale, ma per scaricarla devi avere acquistato il cartaceo, sempre più pieni di tutto ciò che serve ai docenti pigri per rinunciare al loro ruolo di educatori e di accompagnatori.

Inizi la geometria razionale in un liceo e non fai nemmeno una lezione di inquadramento sulla cultura greca (che ha fatto matematica senza usare i numeri e l'algebra), sul metodo assiomatico, sulle costruzioni con riga e compasso, sulla ragione per cui le definizioni degli enti geometrici vengono fatte in un determinato modo, sul tema delle condizioni necessarie e sufficienti (con tutti i rimandi alla logica e alla teoria degli insiemi).

Inutile, meglio 12 esercizi sui segmenti adiacenti/consecutivi, sulle spezzate intrecciate, …

Nella mia vita ho sempre sognato un docente che studia, fa ricerca didattica che, per parlare 50' studia e approfondisce per 50 ore, che scrive, che gli esercizi li inventa, che i compiti in classe li riconsegna con correzione scritta e commentata, che trasforma pian piano le sue lezioni in un libro in pdf che rende disponibile gratuitamente. Io l'ho fatto per anni, prima scrivendo a mano e poi usando word, il PC, i pdf e l'HTLM, la posta elettronica e la rete Internet. Quando ho lasciato la scuola per provare l'esperienza del privato ho scoperto che in una struttura organizzata bisogna documentare e da allora ho incominciato a fare anche quello.

Ne trovate traccia nelle pagine del mio sito con gli articoli scientifici, le conferenze, i compiti corretti e commentati, gli articoli di politica scolastica e il lavoro più poderoso, il corso di fisica attento ai fondamenti, alla storia e alle implicazioni epistemologiche (migliaia di pagine in formato word con impaginazione professionale che richiama le Lectures on Physycs di Feynman). Anche se io mi ostino a ragionare in termini di Pensieri in LIbertà, quella è la parte più frequentata di ceredaclaudio.it. Verba volant scripta manent.

Ma torniamo alla editoria scolastica, vi propongo due articoli che ho scritto rispettivamente nel 2008 e nel 2012 affinché vi rendiate conto di quanto la nostra scuola sia la scuola del Gattopardo: che tutto cambi affinché nulla cambi, anzi alcune cose cambiano in peggio come ci insegna la discussione sulle sedie con le rotelle. Gli articoli sembrano scrittgi ieri anziché 10 anni fa.


L’adozione dei libri di testo tra costi inutili e inutilità in sé (2008)

Stamattina (25 febbraio) il Tg3 ha dato notizia con un certo rilievo di una notizia inesistente riguardante la scuola: la emanazione di un nuovo decreto ministeriale sul “tetto” per le adozioni alle superiori. Si tratta di una non notizia perché il tetto esisteva da tempo e chi opera nella scuola sa, da tempo, che non è quello il problema.

Ma questa volta il ministro Fioroni “vuol fare sul serio” e dichiara tramite decreto che i conti dovranno tornare. Scuola per scuola e anno per anno si fissano i tetti di spesa cui dovranno attenersi i singoli docenti nell’operare le proprie scelte. Così per esempio si avrà (anno per anno): Liceo Classico 320, 181, 370, 305, 315 – Liceo Scientifico 305, 210, 310, 280, 300 – Ist. Tecnico Commerciale 290, 170, 280, 240, 220 – Ist. Tecnico Industriale 305, 160, 300, 245, 215, – Ist. Prof.le Ind. e Artigianato 240, 140, 160, 170, 125.

Ogni anno ci sorbiamo la lamentazione televisiva contro gli editori che gonfiano i prezzi, che fanno nuove edizioni finte o contro i libri che costano una cifra spropositata. La cosa buffa, ma davvero buffa (o tragica), si ha quando si parla di scuola elementare e ti sbattono in video mamme che si lamentano del costo degli zaini e dei diari firmati.

L’abdicazione al proprio ruolo di genitore e di adulto si celebra al supermercato nel reparto della scolastica: il bimbo e la bimba fanno i capricci e la mamma asseconda. Una variante del rito si verifica da qualche anno con le nuove tecnologie (del tutto ignote all’adulto ma notissime al bambino): e allora via con gli acquisti inutili, povera merce di scambio che fa da succedaneo alla genitorialità.

Ma volevo rimanere sui libri di testo e parlarne con riferimento al mondo della secondaria superiore che conosco in presa diretta. Anche in questo caso mando qualche sommesso suggerimento agli uffici scuola dei grandi partiti; chissà che non ne esca una piccola riforma.

NON E’ IL CASO DI ABOLIRE L’ADOZIONE OBBLIGATORIA?

2008 meno 1968 uguale quaranta: sono passati quarant’anni da quando c’è stato l’ultimo tentativo di dare la scalata al cielo; tanti errori (anche tragici) soprattutto nella fase degli epigoni, ma almeno ci fu la voglia di prendere il toro per le corna e ci si interrogò anche sul senso del libro di testo.

Si parla tanto di libertà di insegnamento e ci si dimentica che essa significa libertà di ricerca: progettare un percorso didattico, lavorarci sopra e in questo ambito produrre materiale didattico, indicazioni bibliografiche, sitografia. Insegnare agli studenti a frequentare le librerie e le biblioteche: i luoghi dove esistono i libri veri.

Da anni il mercato della editoria scolastica è in progressiva perdita di senso: aumentano i marchi e diminuiscono gli editori; gli editori specializzati che avevano campato per anni su alcuni titoli e autori consolidati sono stati comprati e venduti (tanti editori e pochi padroni).

Quando mi capita di parlare con i “rappresentanti”, terminali della filiera, la discussione finisce sempre sui gadget di corredo, sulla guida per il docente, sulla struttura a box di qui e sulla scheda di là. Parole d’ordine: semplificare, abbellire, colorare, pensare il meno possibile.

Intanto le sale professori si riempiono di decine di volumi appoggiati sopra gli scaffali dei registri; volumi che qualcuno ha richiesto e che non ha nemmeno portato a casa o che nessuno ha richiesto ma sono arrivati lo stesso.

Un libro dovrebbe essere il concretizzarsi di una ipotesi didattica, di un progetto, di un’idea relativa a quella disciplina e invece questi tristissimi testi sono tutti uguali e non c’è ragione per una adozione che non sia la maggiore o minore simpatia del rappresentante: che tristezza. Esemplifico per non restare troppo nel generico.

  1. Letteratura Italiana: hanno senso quelle grandi opere antologiche corredate di apparati critici in 5, 6, 7, … volumi in cui poi manca sempre ciò che si cerca e si supplisce con le fotocopie? Hanno senso le antologie nell’era di Internet e delle collane economiche dei classici? Non è il caso di educare i giovani, e di rimando le famiglie, a comperare qualche libro in più e qualche DVD in meno?
  2. Classici greci e latini: anche qui antologie mentre in biblioteca dormono le collane complete degli autori. Poi ci sono i compiti ed è comunque la fiera del taglia e incolla davanti alla fotocopiatrice.
  3. Libri di matematica: sono sempre più grossi, sempre più colorati e sempre più omissivi e ingannevoli dove servono la capacità di strutturare e la razionalità (si spreca l’evidente su ciò che evidente non è ma si insegna a fare gli esercizi per imitazione).
  4. Libri di fisica: ne escono in continuazione sia di belli sia di mediocri. Ma perché ne escono così tanti e non si lavora invece per migliorare e potenziare l’esistente lavorando su due o tre tipi di approccio.
  5. Libri di storia: sono così pieni di apparati didattici (documenti, immagini cartine, rimandi, schede) che quando ne maneggio uno mi chiedo come possa, uno studente medio, trarne il dovuto profitto.

L’EDITORIA SCOLASTICA CHE VORREI

E’ l’editoria che produce libri normali cioè libri che alla fine dell’anno uno sente il bisogno di conservare. Io ho fatto l’ITIS nei primi anni 60 e ho ancora i tre volumi di Elettrotecnica dell’Olivieri e Ravelli edizioni Cedam con copertina in cartone telata marrone scuro e lettere oro su cui ho mosso i miei primi passi verso la scienza.

Invece questa editoria scolastica produce libri che uno studente si affretta a portare al mercatino dell’usato alla fine dell’anno e qualche volta anche prima. Intervenga su questo il Ministro Fioroni, prenda iniziative che consentano, data una materia, di evitare la messa in circolazione di 50 testi quasi uguali. Su di essi hanno lavorato circa 70 autori, circa 50 redazioni, 50 tipografie. C’è stato uno spreco di danaro e di lavoro e alla fine i libri scolastici costano molto e valgono poco. Come potrebbe essere diversamente?

E’ pensabile una sinergia tra mondo dell’editoria e ministero che porti a selezionare autori efficaci e sappia premiare la ricerca e la produzione didattica? E’ pensabile che nella carriera dell’insegnate ci sia spazio per la ricerca, la produzione e la documentazione didattica? E’ pensabile che il ministero incentivi la diffusione del free book via internet?

Quanta buona fisica e buona matematica ci sono nei test delle Olimpiadi: e in rete ci sono più di 10 anni di prove disponibili gratuitamente (testo e soluzioni). Non sarebbe meglio fare in modo di spendere ancora meno di quelle cifre indicate dal ministero (e che nell’attuale contesto sono improponibili) e lavorare per una scuola in cui sul banco, come a casa, ci sono un PC e Internet?

E’ mai possibile che una cosa grandiosa e seria come Wikipedia sia nota agli studenti ed ignota ai docenti e al ministero?

Ebbene sì, sono un po’ anarchico visionario e un po’ nostalgico del centralismo. Mi piacerebbero libri essenziali, pensati, certificati a livello superiore, con prove provenienti da banche dati nazionali o regionali, diversificati a seconda delle opzioni pedagogiche in non più di tre o quattro tipologie.

Mi piacerebbe poter scegliere il testo dopo aver visto gli studenti e dopo aver discusso con loro il taglio del corso; mi piacerebbe poter indicare una rosa di testi entro cui, a seconda della sensibilità e dello stile cognitivo, ogni studente possa scegliere; mi piacerebbe far usare libri che valga la pena di conservare.

IL MODELLO DI FIORONI CHE ISPIRA IL DECRETO

E’ vero che ci sono le elezioni anticipate ma da chi aveva iniziato il suo mandato parlando di strategia del cacciavite mi sarei aspettato un approccio ai problemi della scuola un po’ meno da “repubblica delle banane”. Cosa ce ne facciamo di questo decreto? E’ stato fatto per cercare voti? Cosa facciamo se i conti non tornano? Faremo litigare il professore di lettere con quello di matematica? Diremo a quello di geografia che siccome la sua materia non è importante gli conviene adottare l’atlante (che non entra nella somma)?

Faremo arrabbiare i Dirigenti Scolastici costretti a controllare le somme e a riconvocare i Consigli di Classe inadempienti? Distribuiremo degli elenchi di testi in ordine di costo? Faremo riconvocare i Consigli di Istituto per approvare una deroga del 10% di costo in più per le classi sperimentali e chiederemo loro di motivare, come dice il decreto? Ma cosa c’è da motivare se in una sperimentazione ci sono materie in più? Faremo tutte queste cose mentre i listini degli editori sono già stati depositati?

Ministro Fioroni, ministro dell’Istruzione e dirigente di un partito che si candida al rinnovamento dell’Italia ci vuole spiegare perché per l’ultimo anno di Liceo Classico il tetto è di 315 euro e per l’IPSIA di 125? E guardi che non mi accontenterò della risposta basata sulla fotografia della spesa storica nei due ordini di scuola. Vorrei che ci fosse un ragionamento.


Editoria digitale – per finta (2012)

Ormai da molti anni quando dal MIUR o dal Parlamento arriva una innovazione che riguarda la scuola mi metto ad esaminarla in controluce alla ricerca degli aspetti positivi. Qualcosa ci trovo sempre. Questa volta non è andata così: il provvedimento che da quest’anno obbliga alla adozione di testi scolastici esclusivamente in forma digitale o mista mi pare una operazione gattopardesca all’italiana.

Ma l’editoria scolastica ha un senso?

Dal governo dei tecnici mi sarei aspettato questa domanda. Ha senso proporre alle famiglie italiane di spendere ogni anno dai 200 ai 500 euro per acquistare libri che:

  1. gli studenti usano per meno del 10% del contenuto?
  2. gli studenti e le famiglie disprezzano dal punto di vista contenutistico tanto è vero che li rivendono prima possibile?
  3. hanno costi alti rispetto al mercato editoriale “normale”?

Invece il governo dei tecnici si è limitato ad applicare una legge scritta dal Parlamento senza la dovuta riflessione culturale, e ne ha affidato la applicazione alla burocrazia ministeriale.

I passaggi sono tre:

  1. circolare di riferimento del Direttore Generale Mauro Dutto del 2009,
  2. 2) circolare del successivo DG Carmela Palumbo che richiama la precedente e fissa, a partire da quest’anno, il vincolo della forma mista (come minimo) per dare luogo ad adozione, compresa la decadenza delle vecchie adozioni per le quali non si sia dato luogo ad adeguamento di formato,
  3. partenza di una gara da lanciare sul Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione (MEPA) per la realizzazione di 20 prototipi per le diverse discipline in vista di un nuovo modo di fare testi.

Stiamo per assistere ad una ristrutturazione del mercato che non lo mette in discussione ma punterà ad adeguarlo all’esistenza delle nuove tecnologie (maledette): non si può fare a meno di Internet, perdiana!

Voglio provare ad immaginare un itinerario diverso.

I libri servono e la scuola deve insegnare ad amarli. La scuola deve insegnare a frequentare le librerie e le biblioteche, a maggior ragione oggi che i libri di valore (per effetto dell’editoria elettronica) sono disponibili a prezzi irrisori (si veda per esempio la collana I Mammut della Newton Compton con cui si acquistano più di 100 volumi di 2'000 pagine di classici a 15 euro).

Togliamo dunque di mezzo le inutili antologie che servono solo ad allontanare dagli autori e che, nonostante lo sproposito di pagine, di tomi e di peso, risultano sempre sostituite da una fotocopia (perché quella cosa che volevo fare non c’è).

A scuola si deve fare ricerca didattica. Lo dice persino l’art. 27 del contratto dedicato al profilo professionale del docente: il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze disciplinari, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali e di ricerca, documentazione e valutazione tra loro correlate e interagenti.

Il mercato della editoria scolastica è come un mostro che divora se stesso: libri che escono in continuazione e 4 volte su 5 finiscono fuori mercato in pochi anni, autori malpagati, la pletora dei rappresentanti che girano le sale professori a blandire l’adozione, sale professori ripiene di copie saggio abbandonate (chi le paga?), ed ora, come una ciliegina sulla torta la versione digitale.

La versione digitale va bene, anche perché fa da base alla produzione di quella cartacea e viene molto spesso prodotta dall’autore prima e fuori dalla casa editrice. Non è quella l’apertura alle nuove tecnologie che, fatta così, assomiglia maledettamente all’utilizzo dell’informatica come strumento per complicare la vita e aumentare la carta.

Proviamo allora a rigirare la questione dei libri di testo che, così come sono, mi ricordano la diatriba sui medicinali a marchio e gli equivalenti. La questione si è risolta quando il ministero si è messo a far pagare un ticket aggiuntivo sui primi ed ha poi obbligato i medici di base a proporre all’assistito il farmaco equivalente di minor costo.

Penso a pochi testi di riferimento: ma davvero pochi e che siano dei reference. Qui la carta serve. Una mia ex alunna ritornata in Serbia a finire il liceo mi raccontava che da loro esistono delle grandi raccolte di esercizi e che compiti in classe e temi d’esame vengono scelte per sorteggio su di esse (qui la carta non serve e dunque ben venga il PDF a costo zero).

Diamo alle scuole, nell’ambito della autonomia, il diritto di non fare le adozioni (o di ridurle drasticamente per alcune materie) e di proporre alle famiglie di investire il risparmio su tre fronti:

  • acquisto di un tablet di proprietà dell’alunno (si evitano le complicazioni organizzative dei beni in proprietà alla scuola con tutte le problematiche di custodia e di tenuta in efficienza)
  • versamento alla scuola di una cifra (diciamo 50 euro ad alunno) da investire esclusivamente in tecnologia (copertura wifi dell’edificio, LIM) per garantire che a scuola si possa fare un utilizzo ordinario e intensivo della rete
  • azioni di formazione del personale con finanziamento diretto alle scuole per insegnare ai docenti ad usare la rete come strumento di ricerca. In effetti ci troviamo di fronte ad una strana contrapposizione: gli studenti smanettano, cercano, copiano a velocità stratosferica, ma non sanno cosa cercare e soprattutto non sanno selezionare; i docenti sanno selezionare e giudicare la qualità dei materiali in rete, ma molto spesso sono lenti, mal disposti e hanno comunque tutti gli handicap che non hanno i nativi digitali
  • creazione di banche dati per libera associazione di scuole e per gruppi di interesse in cui il lavoro di selezione venga condiviso anche a distanza come è nella logica democratica della rete. Qualche anno fa (almeno 5) prima di procedere alla stesura delle parti di fisica del 900 del mio testo disponibile gratuitamente in rete, ho fatto personalmente quel lavoro di ricerca e documentazione cui accennavo sopra. Ho scaricato dalla rete e senza compiere azioni di pirateria qualche Gigabyte di roba (documenti originali, articoli, immagini, animazioni, ipertesti) che ho poi suddiviso per argomenti all’interno delle diverse aree della fisica moderna. Si può fare ed è tra l’altro un’ottima occasione per lavorare con le lingue straniere senza dover attendere il perfezionamento del percorso infinito delle CLIL.

Poiché mi sentivo un po’ angosciato all’idea di sparare sulla innovazione (o meglio sulla sua caricatura) ho fatto una prova: mi sono rivolto ad un pool di docenti della mia scuola autorevoli, seri e impegnati nella didattica. Non ce ne è stato uno che ha visto, in ciò che sta accadere con il formato misto dei libri di testo, una innovazione significativa.

Le opinioni sono differenziate sul ruolo del libro di testo essenziale come strumento di corredo e guida per lo studente, ma tutti convergono nel dire: certo se ci lasciassero un po’ più liberi di sperimentare davvero, certo se tutti avessero un tablet, certo se potessimo non fare le adozioni, …

Che ne dite di questa risposta?: l'obbligo di adottare un libro di testo è già di per sé un abuso, non contiene mai esattamente ciò che serve, non può mai essere utilizzato in toto, induce a pensare che studiare voglia dire memorizzare ciò che è ivi contenuto e non un ricercare, piuttosto, un continuo esplorare nei molti media che abbiamo a disposizione.

Si potrebbero avanzare l’obiezione che se tutto diventa gratis chi farà della ricerca? La risposta è già nella rete. Invito i miei 25 lettori a fare, nel proprio ambito disciplinare quello che ho fatto con la fisica del 900 e, in generale a riflettere sulla qualità e sul grado di sviluppo di due piattaforme diverse, entrambe basate sulla cooperazione: Wikipedia e YouTube.

La strada è quella del web 2.0 e cioè la informazione ramificata in cui si smarrisce la distinzione rigida tra autore e utilizzatore. E per gli amanti del cartaceo una provocazione: immaginate come sarebbe diversa l’Italia se tutte le famiglie italiane spendessero ogni anno 200 euro per acquistare libri e quotidiani? E invece ne spendono 300 per acquistare prodotti cartacei di cui non vedono l’ora di liberarsi.