i mesi dell’andare – di Antonio J. Mariani

Visto che la pandemia è tutt’ora sull’uscio, sarà forse il caso che, anziché andare chissà dove, si metta in conto di tornare… in sè.

Non da intendersi che siamo fuori di testa – un po’, a dire il vero, lo siamo – , ma tornare ad accrescere quella facoltà che favorisce la percettibilità.

Tornare a rintracciare, ad individuare un senso è un cambiar passo, è un atto liberatorio e rigenerante. E’ pure un atto salvifico perché può tornar utile per far sì che le due tasche – quella dell’identità e quella dell’umanità – possano tornare ad essere vuote (come le giare di Cana) per accogliere qualcosa di diverso rispetto a quel che c’infila dentro in maniera compressa il consumar senza sosta.

E', così, che (forse) si possono verificare le condizioni per quell’esprimersi compiutamente che rende possibile l’incontro inatteso con se stessi (e con gli altri). Ok, me ne rendo conto, urge un esempio.

Qui sui social network riesco a tornare in me (la mia sensibilità se ne avvantaggia sino a scorgere un possibile atto liberatorio, rigenerante e salvifico), quando, dopo uno, due, diciassette post che galleggiano sull’onda quotidiana, m’imbatto nella pensata di qualcuno, che, quando si è messo lì a scrivere, era solo.

Solo senza alcuna compagnia (neppure quella che riporta all’argomento del giorno, tanto meno ad una frase fatta o ad uno slogan) e senza paracadute o corazza, con in mente una cosa soprattutto: riuscire a trovare un modo, e uno spiraglio, per esprimere quello che ha in animo di dire (da chissà quanto tempo).

A confermare la frase di David Grossman: “Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni”.