riflessioni sulla democrazia

È nella consapevolezza di moltissimi, se non di tutti, che la democrazia così come è stata progettata e perseguita nel pensiero politico occidentale, negli ultimi tempi, sia andata inesorabilmente in crisi.

Questa forma di organizzazione della politica nelle varie forme in cui è stata declinata negli stati che si sono autodefiniti “Occidente” già alla fine del ‘900 e in modo sempre più evidente nel secondo millennio ha mostrato segni di cedimento o di regressione.

La “Democrazia Occidentale” con le sue forme e le sue norme, le sue ritualità finanche i suoi costumi è diventata, specialmente dopo la II guerra mondiale, nonostante tutto, esempio, miraggio e obiettivo di tutti quei Paesi che si affrancavano dal colonialismo o che cercavano di accreditarsi paritariamente nel consesso internazionale delle cosiddette nazioni “libere”.

Non sempre questo percorso è stato lineare e pacifico; ad avanzamenti spesso seguivano drammatici arretramenti, ma fu un processo che vide coinvolti quasi tutti i paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sud America. I valori della democrazia sono stati considerati, o si sono autodichiarati “valori universali”; in tal senso si espresse anche Enrico Berlinguer a Mosca nel nov. 1977 in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre proprio in casa del Partito Comunista Sovietico che da sempre aveva mostrato pregiudizi negativi e ambiguità nei confronti dei regimi democratici.

Il suffragio universale, tratto fondamentale della democrazia, è adottato ormai in quasi tutti i paesi del mondo escluso quei pochi che oggi sono retti da regimi a impronta tribale o dittature personali conclamate. È anche vero, e non lo si ripete mai abbastanza, che la democrazia non si esaurisce con la semplice pratica elettorale come tendono troppo spesso a farci credere le forze populiste che spingono verso interpretazioni plebiscitarie, anche se il voto ne costituisce uno dei momenti fondamentali. La libertà di esprimere il proprio pensiero, la libertà di professare la propria religione, la tutela delle minoranze sia etniche sia culturali, il diritto all’istruzione e alla sanità con cure mediche per tutti, determinano nel loro insieme il livello di democrazia in un determinato paese.

Ma ora veniamo alla considerazione iniziale per cui, qui in occidente, percepiamo che la democrazia stia attraversando una fase regressiva tale da minare, in taluni casi, i suoi presupposti fondamentali e costitutivi per cui si coniano delle definizioni quali “democratura” o “democrazia illiberale” per indicare queste trasformazioni.

Svilupperei al fine della comprensione di questo fenomeno alcuni punti di vista che si legano tra loro.

collocazione storica della democrazia

Abbiamo considerato la democrazia, troppo superficialmente e ingenuamente, come un valore socio-organizzativo strutturale della nostra civiltà e finanche irreversibile come lo sono stati il fuoco o la ruota dal punto di vista tecnologico. Anzi non poteva che progredire e migliorare. Ma si dà il caso che la democrazia non sia un bene tecnologico e se la nostra civiltà non la possiamo immaginare senza la ruota o una qualsivoglia forma di energia elettromagnetica, il consesso umano potrà sicuramente sopravvivere anche senza democrazia.

la Grecia

Teniamo presente che nella plurimillenaria storia dell’umanità la democrazia, come fenomeno politico sociale occupa uno spazio di tempo estremamente esiguo: a conti fatti circa 150 anni tra il V e il IV sec. aC. e altrettanti dagli ultimi decenni dell’ ‘800 a oggi e non in maniera continuativa. Forse forme di democrazia sono state esercitate in diversi ma esigui contesti sociali ma comunque irrilevanti dal punto di vista storico.

La forma di democrazia che si è venuta a costituire in Occidente ha le sue antiche radici nel travaglio politico che scosse la città-stato di Atene sullo scadere del VI sec. aC.

Nell’arco di circa cinquant’anni trasformò l’assetto politico dello stato da una sostanziale monarchia, chiamata allora tirannide, in una organizzazione socio-politica e culturale che si diede il nome di democrazia. I più importanti e noti artefici di questa immane trasformazione furono dapprima il grande legislatore Solone, poi Clistene che di fatto con un’azione temeraria e violenta mise fine alla tirannide e il grande stratega Temistocle.

Ma il personaggio che più si identificò nel processo democratico fu sicuramente Pericle che giganteggia con la sua figura politica per gran parte del ‘400 aC. Fu con lui che Atene prese consapevolezza piena che il regime politico da loro “inventato” non aveva uguali nel mondo conosciuto e sopravanzava di gran lunga per complessità e articolazione tutti gli altri e fu lui che, nel celebre epitaffio per i morti nel primo anno della guerra del Peloponneso, vantò orgogliosamente che Atene, non solo non aveva nulla da imparare politicamente dagli altri ma il suo regime democratico era d’esempio e di guida per tutti gli altri popoli, concludendo con un lapidario “…noi ad Atene facciamo così!”. Nel suo insieme questo epitaffio esprime la consapevolezza di una superiorità etica del regime democratico con i suoi concetti di uguaglianza e giustizia, ma non solo, si può intravvedere anche una considerazione estetica, la bellezza e l’armonia dei suoi rapporti politici.

Questa fase durò circa 160 anni, compreso un breve periodo tra il 411 e il 404 aC. quando, a seguito di un colpo di stato, il sistema politico si caratterizzò come una oligarchia ossia una riduzione energica del corpo avente diritto elettorale trasformandosi di fatto da “potere del popolo” a “potere di pochi”. L’esperienza democratica terminò di fatto con la conquista delle città greche da parte di Alessandro Magno nel 338 aC. e successivamente con l’occupazione di tutta la Grecia da parte dei romani e la sua riduzione a provincia di Roma.

Roma

Da allora in poi di democrazia non se ne parlò più per quasi 2000 anni. Il termine stesso di democrazia scomparì anche dal vocabolario politico. Nella Roma repubblicana la parola che più si avvicinava a democrazia fu Res Publica che indicava per estensione non solo la cosa pubblica ma lo Stato nel suo insieme, ma non l’esercizio giuridico del potere. Il “kratos” ossia il potere come volontà giuridica nel suo esercizio forse poteva essere compreso e contenuto nell’acronimo SPQR che indicava l’insieme del potere legislativo e deliberativo che il Senato esercitava a nome di tutto il popolo di Roma.

l’illuminismo

I primi a riprendere il termine democrazia e considerarlo come progetto spendibile politicamente furono gli illuministi della seconda metà del 1700. Con la Rivoluzione Americana prima e con la Rivoluzione Francese il termine democrazia entrò a pieno titolo nei progetti politici dei protagonisti di quegli eventi, anzi fu proprio con la Rivoluzione dell’ ’89 che si amalgamò in simbiosi con i valori di “Egalitè”, e “Libertè” insieme al valore etico di “Fraternitè”.

Ci volle praticamente un secolo, tutto l’ ‘800, cento anni di lotte sanguinose, massacri di massa come alla Comune di Parigi e l’innesto di teorie politiche nuove come il “pensiero socialista” nel suo insieme per dare alla democrazia la spinta per approdare, a cavallo del ‘900, nel patrimonio politico di non poche forze presenti nei parlamenti europei e americani.

Il pensiero e l’azione delle varie correnti del socialismo, con i marxisti in prima fila, arricchì il concetto di democrazia di nuovi e sostanziali valori. L’uguaglianza, per esempio, non fu solamente intesa come concetto mistico e giuridico: “Siamo tutti uguali davanti a Dio e alla legge” ma si caricò anche di una valenza economica: non si può essere veramente liberi ed uguali senza abbattere le grandi differenze materiali che separano le classi sociali. Al vecchio dilemma di Menenio Agrippa veniva data una soluzione diversa da quella prospettata dal console romano 2300 anni prima, non più compromessi ma lotta di classe, la plebe forte di un suo pensiero autonomo non si sarebbe ritirata sull’Aventino, come allora, ma avrebbe accettato la sfida per conquistare la vera democrazia cioè l’esercizio del potere.

il socialismo

Per contrastare questa nuova interpretazione del concetto di democrazia ai reazionari e conservatori, nostalgici dell’ancient regime, si aggregò quel ceto borghese imprenditoriale, che realisticamente non poteva e voleva ritornare agli antichi meccanismi feudali, ma che intendevano la libertà come concetto individuale e non collettivo e non potevano accettare le tendenze economiche-egualitarie proposte dai socialisti.

Questi ceti sociali si unirono in una inedita alleanza, si impossessarono del concetto di democrazia ma lo svuotarono dei suoi valori progressivi. A questo punto il conflitto tra le due visioni della democrazia e tra le classi sociali da esse interpretate divenne insanabile. Detonatore di questo conflitto fu anche la sciagurata, sul lungo periodo, interpretazione marxista che rappresentava la democrazia come la dittatura di una minoranza borghese alla quale si doveva contrapporre una dittatura dei lavoratori, la maggioranza, e in particolare dei proletari appresentati dal loro partito.

Non solo, ma la borghesia conservatrice cercava di frenare in ogni modo l’estensione del diritto di voto mettendo delle barriere di censo o di scolarizzazione al suo esercizio mentre i partiti socialisti spingevano con alterni risultati per una legge elettorale sempre più rappresentativa delle masse popolari o, addirittura per un suffragio universale. Queste forze contrapposte e in conflitto tra loro non erano comunque rappresentate omogeneamente in Europa. In Germania, Francia e Inghilterra, le forze che rappresentavano gli interessi delle classi lavoratrici, pur restando sempre delle minoranze parlamentari, conquistavano in quei consessi istituzionali sempre più peso.

In Russia, per una debolezza intrinseca della borghesia, la democrazia era compressa ai minimi termini; vigendo sostanzialmente un regime feudale ancorché boccheggiante ma violentemente repressivo, le forze progressiste, schiacciate all’impossibilità di una opposizione legalitaria, non avevano altro spazio se non quello di attentati terroristici nichilisti.

La Grande Guerra dei nazionalismi, se da un lato indebolì l’idea che da più di 60 anni scaldava i cuori dei lavoratori: “Proletari di tutto il mondo unitevi”, dall’altro, per poter organizzare gli eserciti, richiese di armare massicciamente proprio le masse popolari. Il rifiuto della guerra, il possesso delle armi e organizzazioni politiche con parole d’ordine semplici ma efficaci furono l’alchimia storica che permise lo scoppio della “Rivoluzione d’Ottobre” e lo sradicamento di un regime zarista ormai antistorico.

Storici e studiosi delle dottrine politiche concordano nell’affermare che la presa del “Palazzo d’Inverno” fu un punto di rottura e di svolta nel panorama politico europeo se non mondiale. Nel pensiero politico europeo si produsse una rottura e una divaricazione nel concetto di democrazia. I conservatori e la destra in generale, da una parte, radicalizzarono il loro concetto di libertà in rapporto alla democrazia spingendolo ad una prerogativa sempre più individuale.

il nazifascismo

A sinistra invece si radicalizzò il progetto politico per la conquista del potere: “Facciamo come in Russia” svuotando e indebolendo la strategia storica della socialdemocrazia per la via parlamentare producendo una spaccatura nelle forze progressiste europee. Il velleitarismo inconcludente della frazione comunista innescò la reazione politica delle destre che identificando concettualmente il socialismo con la democrazia si mossero per distruggerli entrambi precipitando non senza benevolenza nel fascismo in Italia e nel nazismo in Germania con tutto quello che ne seguì sul piano internazionale.

La stratega per ottenere successo si sviluppò, per entrambi i movimenti, su più direttive tra le quali le più importanti furono:

  1. L’uso della violenza per contrastare e mettere a tacere gli avversari politici.
  2. Esasperare propagandisticamente il sentimento nazionalista del popolo vittima a detta loro di discriminazioni e congiure internazionali (europee) e da gruppi economici finanziari (ebrei) dai quali necessita riscattarsi, rafforzando e contrapponendo una idea di nazione e di razza in pericolo.
  3. Svuatamento e annichilamento di tutte le forme socio organizzative e politiche che caratterizzano una democrazia.

Fu questo processo, politico e culturale insieme, che portò al potere il fascismo e il nazismo guardato a tratti anche con simpatia e benevolenza dalle cosiddette democrazie liberali le quali ne apprezzavano la loro risolutezza nella lotta e argine a quello che ritenevano il vero pericolo ossia il “bolscevismo” dilagante.

Sull’altro fronte già spaccato, le due visioni strategiche contrapposte, quella parlamentare e quella rivoluzionaria, furono ulteriormente divaricate dalla sciagurata direttiva del Partito Comunista sovietico che etichettava i socialisti e socialdemocratici europei come “social-fascisti” da combattere alla stregua dei veri fascisti e nazisti.

Con la costituzione del Fronte Popolare in Francia nel 1936 e il sostegno al governo legittimo spagnolo contro il colpo di stato organizzato da Francisco Franco le forze democratiche ritrovarono una unità politica e d’azione che in Italia si concretizzò con la resistenza al nazi-fascismo e la lotta di liberazione dal 1943 al ’45. Dal riavvicinamento delle forze progressiste e democratiche e dal loro lavoro politico in comune scaturì, nell’immediato dopoguerra, la Costituzione faro e guida della nostra Democrazia Repubblicana.

carattere dinamico e non statico delle democrazie

Questa superficiale e schematica ricostruzione storica, assolutamente non esaustiva, mi permette di affrontare il secondo argomento che mi ero riproposto, cioè il carattere dinamico della democrazia con lo scorrere della storia.

La democrazia, come esercizio del potere da parte del popolo con le modalità e le regole che si autoimpone, al suo esordio, nell’Atene del VI secolo aC. si realizzava in un contesto statuale non paragonabile a quello attuale. L’organizzazione socio-politica faceva riferimento alla città-stato di Atene e il popolo chiamato e a esercitare questo potere era costituito esclusivamente da ateniesi discendenti da ateniesi.

Erano esclusi, sebbene residenti, i cittadini di origine straniera chiamati meteci e gli schiavi. Anche le donne non potevano esercitare alcun diritto politico e questo non ci deve sorprendere dato che in Italia alle donne venne concesso il diritto di voto solo nel 1946 e nel cuore dell’Europa, in Svizzera, si dovette aspettare fino al 1971 e in alcuni paesi arabi come la Giordania, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e altri, ancora oggi le donne non hanno ancora diritto di voto. Ma quelli erano i tempi, quello era il contesto culturale che dobbiamo sempre tener presente quando facciamo dei paragoni storici: contestualizzare, storicizzare.

La base elettorale, di allora, si stima fossero circa 30.000 aventi diritto di cui solo una decina di migliaia al massimo partecipava saltuariamente alle assemblee deliberative. Per ovviare al fenomeno dell’astensionismo e incitare maggiormente alla partecipazione fu introdotto una sorta di salario, un obolo, un gettone di presenza diremmo oggi e in alcuni periodi finanche un tipo di “intervento poliziesco” per costringere i cittadini a non disertare i dibattiti politici. Alcune cariche organizzative e giudiziarie erano a sorteggio mentre quelle più tecniche e militari erano elettive.

Ma l’aspetto più importante rispetto alle forme di governo precedenti fu l’assunzione di un concetto-valore fondamentale: una testa un voto, quindi l’equivalenza potenziale di tutti gli aventi diritto che produce di conseguenza il concetto di maggioranza, cioè la maggioranza ha ragione, la maggioranza governa.

Oggi siamo, come è evidente, in un contesto storico, giuridico e etico completamente differente e la democrazia da diretta è diventata rappresentativa e questi due concetti fondamentali “una testa un voto” e “la maggioranza governa” hanno mantenuto il loro ruolo fondamentale nel rappresentare il sistema democratico anche se, in questi quasi due secoli in cui questo sistema è ricomparso come prassi politica, i due valori citati sono stati di volta in volta dilatati o compressi a seconda dei rapporti di forza che emergevano nel confronto-conflitto tra le diverse forze, progressisti o conservatori, che si contendevano il potere nella democrazia.

La lotta per estendere o comprimere il diritto di voto (la base elettorale) e di come esercitare il diritto della maggioranza a governare tutelando in equilibrio i diritti individuali con i diritti collettivi e i diritti delle minoranze è stata protagonista delle vicende politiche del passato novecentesco e continua nel presente.

Le leggi elettorali che stabilivano il diritto di voto in base al censo sono rimaste un retaggio ottocentesco superate ormai dal suffragio universale adottato come si è visto da quasi tutti i paesi. Quali e quanto siano estesi i diritti della maggioranza e le tutele delle minoranze è un terreno sul quale si confrontano le forze conservatrici e quelle progressiste che si oppongono a quello che già Aristotele nella sua opera “La Politica”, dove analizzava le varie forme di governo, individuava alla voce democrazia il pericolo e una possibilità di una sua degenerazione  verso “la dittatura della maggioranza”.

Questo andamento conflittuale tra le forze sociali mi induce a sottolineare il carattere dinamico, assolutamente non unidirezionale, della nostra democrazia e il popolo non è per nulla garantito che i risultati sociali raggiunti siano stabili, ma esiste sempre la possibilità che essi siano ridotti se non addirittura abrogati.

La nostra Costituzione, quale legge fondamentale dello Stato, indica le linee guida per ulteriori progressi della democrazia da essa scaturita, ma pur essendo una Costituzione “rigida” può essere soggetta a revisioni e non sempre in senso progressista.

Per questo a tutti coloro che superficialmente e ingenuamente si sentono tutelati dalla Costituzione dico di stare molto in guardia e in particolar modo auspico che i nostri rappresentanti facciano della difesa dello spirito della Costituzione il loro lavoro prioritario.

La difesa dei principi fondamentali della Carta si esplicano principalmente nel contrasto di quei provvedimenti o norme apparentemente secondari che con il pretesto della sicurezza o del risparmio di bilancio intaccano di fatto le libertà collettive e gli standard della nostra vita sociale. In questi, individuo tutti quei provvedimenti che intaccano il diritto alla salute per tutti, il diritto allo studio in una scuola pubblica fino ai più alti livelli, il diritto ad una vita dignitosa che solo un lavoro ben retribuito può offrire e i principi di solidarietà sociale. La possibilità che vengano intaccati o ridotti questi diritti e questi principi è indice di un indebolimento della democrazia e della nostra libertà.

come le dinamiche sociali influenzano e modificano la prassi democratica

Il terzo punto della mia riflessione cerca senza pretese di verità assolute di cogliere i meccanismi essenziali che legano le trasformazioni sociali con i relativi e conseguenti riflessi legislativi.

Prendo a pretesto un concetto espresso dal prof. Canfora che in un dibattito contestava l’espressione “… siamo in una fase di transizione storica” usata da un suo interlocutore ribadendo che tutti i momenti sono di transizione cambia solo la velocità di questa trasformazione. Ci sono fasi, epoche in cui le trasformazioni sono più lente ed altre che sono più accelerate. Così vale anche per le leggi che regolano e disciplinano i rapporti sociali, il nostro vivere civile. Queste leggi seguono l’andamento dei cambiamenti sociali, anche se una volta varate, le leggi per loro natura oppongono una certa resistenza al cambiamento. È questa resistenza, questa non sincronia tra trasformazione dei rapporti sociali, dei costumi e della cultura e le norme che regolano una società che genera i conflitti sociali tra i sostenitori dei vecchi schemi e i fautori di nuovi valori o di un nuovo ordine.

l’altro ieri

Quando le trasformazioni avvengono in tempi lunghi è più facile per le regole e le norme adeguarsi alle nuove situazioni, a volte pur restando nel corpus legislativo sono superate dagli usi quotidiani e non più applicate e cadono nell’oblio e vengono abrogate effettivamente nel corso dei periodici adeguamenti dei codici.

Quando invece i cambiamenti avvengono in tempi ristretti i conflitti sono quasi sempre inevitabili. Lo si è visto alla fine del ‘700 quando l’impostazione generale dello stato, la monarchia assoluta, fu incapace di assorbire e adeguarsi alle istanze di un ceto produttivo emergente, economicamente forte, e si arroccò nella difesa delle proprie prerogative e previlegi anacronistici decretando così la propria condanna a morte.

Sempre in quel periodo a cavallo tra ‘700 e ‘800 e sulla spinta dei nuovi valori etici da una parte ed esigenze economiche determinate da nuovi assetti produttivi fu messo in discussione l’istituto del rapporto schiavistico vecchio quanto la storia dell’uomo. Dapprima fu proibita la riduzione in schiavitù di uomini nati liberi, poi fu vietato il commercio e la tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, poi con circa cinquant’anni di ritardo rispetto all’Europa, in America per opera del presidente Lincoln, nel 1864 fu abolita la schiavitù scatenando la feroce e sanguinosa guerra civile americana.

Le trasformazioni economiche e tecniche cambiano i rapporti sociali e modificano il pensiero, il modo di intendere la vita creando nuovi valori e scale di valori e quindi priorità sociali, ma succede anche l’inverso cioè che valori etici nuovi e nuove sensibilità modificando i rapporti sociali inducono a inventare nuovi modi di produzione.

Oggi le trasformazioni tecnico scientifiche e sono estremamente accelerate come mai è accaduto nella storia accompagnate da sensibilità e prospettive culturali nuove, si pensi solamente quanto siano cambiati i computer in pochi anni e la recente attenzione ai cambiamenti climatici.

Quante generazioni sono passate tra il neolitico e l’età del rame, cioè tra gli 11.000 anni aC. il 3.000 aC.? secondo calcoli approssimativi, con una vita media di 25 anni, si può calcolare circa 320 generazioni.

La trasmissione del sapere era lenta e le piccole trasformazioni tecniche che di volta in volta venivano approntate avevano tutto il tempo per essere assimilate come nell’agricoltura o nell’allevamento del bestiame, ma la ruota comparve solo nel 2500 aC., prima come attrezzo tecnico nel tornio dei vasari, poi come componente di un veicolo probabilmente un prototipo di carro. Sto parlando di 80 secoli.

Mini trasformazioni tecniche e abilità manuali, come scheggiare sempre meglio la selce o l’ossidiana, sono state tramandate de una generazione all’altra modificando molto lentamente il modo di vivere delle generazioni che hanno attraversato quel lungo periodo storico. Il bagaglio culturale di una generazione veniva trasferito a quella successiva senza traumi o scossoni.

Ora facendo un salto di qualche migliaio di anni ci poniamo un’altra considerazione dello stesso tipo: quanti secoli sono passati per assimilare nel sapere collettivo dominante che la Terra fosse scalzata dal centro dell’universo per lasciare quel posto al sole, per passare quindi dalle tesi Aristotelico-Tolemaiche al sistema Copernicano?  Beh, le prime furono definite “scientificamente” nel II sec. dC. dall’astronomo egiziano Claudio Tolomeo le seconde si affermarono dopo la pubblicazione del “De revolutionibus orbium coelestium” di Nicolò Copernico nel 1543, cioè 14 secoli dopo. Ma fu solo nel 1851 ad opera di Foucault che si dimostrò matematicamente e sperimentalmente che la Terra girasse effettivamente attorno al sole; ben 300 anni dopo, diciamo dalle 9 alle 12 generazioni.

Come si vede i tempi per assimilare nella coscienza e nella cultura collettiva quelle innovazioni tecnologiche e scientifiche che incidono profondamente nel modo di pensare sé stessi e il mondo si accorciano inesorabilmente. Faccio un ultimo esempio che mi è particolarmente caro perché l’ho usato con le mie figlie e lo userò con i miei nipoti.

ieri

Mia nonna nacque nel 1878, quattro o cinque generazioni fa. Ai suoi tempi si andava ancora a cavallo o in carrozza, molto più spesso a piedi, proprio come si muovevano le legioni di Giulio Cesare alla conquista delle Gallie. Il treno a vapore aveva da poco cominciato a macinare i suoi primi chilometri, la luce nelle case era data da lumi a petrolio e i bambini di 10 anni in Italia aiutavano nei lavori nei campi mentre nell’Inghilterra vittoriana venivano cacciati nei cunicoli più stretti delle miniere di carbone. I bisogni corporali si facevano giù in cortile in un gabinetto comune per tutto il caseggiato e l’acqua la si pompava a mano dal pozzo. I migranti con “il vapore” (così si chiamavano le navi) impiegavano più di 60 giorni di navigazione per raggiungere San Paolo in Brasile da Genova e più di tre mesi per arrivare in Australia, e la risposta ad una lettera da loro spedita arrivava non prima di sette mesi.

Nel corso della sua vita, nonna Gina è morta nel 1969, ha visto suo malgrado due guerre mondiali, la bomba atomica e l’uomo dai primi tentativi di volo dopo solo una sessantina di anni andare sulla luna. A 68 anni nel 1946 ha votato per la prima volta e ha votato: Repubblica.

Se considero l’arco temporale della mia generazione (sono del ’50) ricordo il grembiule nero, il colletto bianco inamidato, il fiocco blu al mio primo giorno di scuola; pagine e pagine di quaderno riempite con le lettere dell’alfabeto scritte con la cannuccia e i pennini a torre o a picche per la bella calligrafia intinti nel calamaio sul banco; ricordo quando mettemmo il telefono in casa, a muro perché quello da tavolo era un optional di lusso, era un “duplex” con la nostra vicina di pianerottolo, cioè sei lei telefonava noi non potevamo ne ricevere ne chiamare e viceversa, per le telefonate “interurbane” bisognava prenotarsi tramite un’operatrice della Stipel, il costume da bagno era una mutanda in lanetta con una stringa laterale per poterlo indossare senza prima togliersi le mutande … ecc.

oggi

Oggi comunico in videochiamata contemporanea con un interlocutore in Sud America e l’altro in Australia attraverso il mio smartphone, mi spazientisco se la connessione internet del PC ha qualche frazione di secondo di ritardo o sfasamento, pago passando su un POS il mio smartwatch che oltre all’ora mi indica il livello della pressione arteriosa e mi segnala delle email in arrivo.

Questi sono i tempi in cui è scandita la nostra vita, questi sono i tempi in cui la tecnologia forza il nostro cervello a pensare e ad agire; questa è la grande, violenta e veloce trasformazione a cui siamo sottoposti e costretti ad agire e si tratta quasi sempre in una manciata di secondi.

Ora se pensiamo che le regole, le leggi, lo stile di vita vivano in rapporto diretto con tutto quel mondo che la tecnologia e la comunicazione determinano non possiamo credere che le leggi socio-politiche pensate, elaborate, promulgate e scritte in un tempo che possiamo definire un’altra epoca e che sintetizzo con una immagine: scritte con la penna stilografica e trasmesso con il telegrafo, possano rapportarsi efficacemente con l’oggi o con il domani in cui la AI la farà da padrone.

ripensamenti

La Costituzione che è la legge fondamentale dello Stato, sintesi e progetto della nostra democrazia va ripensata, la Democrazia nella sua forma organizzativa va ripensata. Non so come, ma occorre prendere atto della inadeguatezza fattuale delle sue regole così come sono e non perdere tempo nel progettare forme nuove più adatte e in sintonia coi tempi. Se si dovesse lasciare l’iniziativa alle destre queste, come sarebbe già nelle loro intenzioni, la modificherebbero in senso liberticida e ridurrebbero tutte quelle norme di garanzia e bilanciamento dei poteri.

Opporsi a questa strategia estremamente pericolosa con il suo contrario ossia la difesa ad oltranza con rigidità quasi filologica della Carta Costituzionale, quella promulgata nel 1947, può diventare una posizione conservatrice e di retroguardia. Bisogna cambiare prospettiva e tentare di modificarla conservando i valori etici fondamentali in modo comunque da adeguarla alle trasformazioni epocali che stanno modificando la società.

Dichiarare che “il bello della democrazia è la sua lentezza e i suoi riti” significa inconsapevolmente condannarla a morte certa per inefficienza e inadeguatezza. Lo sforzo intellettuale e politico che viene richiesto è che l’equazione “la forma è sostanza” rimanga valida anche cambiando i termini che costituiscono la “forma”. I meccanismi burocratici-amministrativi individuati e scritti nella Costituzione quando si asciugavano i tratti di penna con la carta assorbente non funzionano più.

Forme nuove devono armonizzare i principi e i valori fondamentali con la realtà della vita quotidiana in cui la velocità decisionale deve misurarsi con la velocità della comunicazione e forse solo una nuova Assemblea Costituente può assolvere a questo compito importante.

Ma qualsiasi tecnicalità istituzionale messa in campo per adeguare la velocità decisionale alla velocità dei cambiamenti in atto non serve a nulla se non si affronta e risolve il problema-cancrena che sta facendo marcire la nostra Democrazia: l’astensionismo.

Senza partecipazione la democrazia è vuota, di più, non esiste. Ci possono essere dei governi più o meno illuminati, più o meno progressisti, ma non hanno nulla a che fare con la democrazia, sono un’altra cosa se non sono legittimati da una partecipazione elettorale significativa e comunque superiore almeno al 50%. E se oggi siamo ridotti alla situazione che al voto si recano meno del 50% la responsabilità totale, la colpa storica è dei partiti, di tutti i partiti che hanno trasformato la democrazia in una oligarchia autoreferenziale.

La partecipazione poi non può essere intesa solamente all’esercizio elettorale, ma soprattutto all’elaborazione delle scelte e delle strategie politiche. La gente per apprezzare la politica deve sentirsi  considerata e partecipe alla progettualità politica e non solamente una mano per porre una scheda nell’urna. Invertire la rotta di questa caduta vertiginosa della credibilità della politica è la sfida epocale del nostro tempo.




a proposito di Europa e armamenti

Ci risiamo: nellla sinistra di derivazione comunista di sinistra si tratta di una tradizione consolidata. Appena c’è il rischio di discutere di armi, anche quando si tratta di rispondere ad una aggressione, salta fuori la bandiera della pace, il vogliamoci bene, noi avremmo fatto diversamente, bisogna convincere l’aggressore e via … compagnia cantando. Naturalmente si dimentica la resistenza e la si pensa solo intermini di bella ciao. Così sfruttando il tradizionale antiamericanismo di derivazione antimperialista si convocano le manifestazioni pro-Putin al grido di “no alla difesa comune” (slogan di Potere al Popolo contro l’effetto Serra).

Naturalmente poichè a sinistra non ci si fa mancare mai nulla, esiste anche la posizione intermedia: bisogna aiutare Zelensky ma … come ha dichiarato Michele Serra “la proposta armigera di Ursula von der Leyen cozza tristemente con i valori fondativi della comunità europea“. Insomma il fatto di non aver in mano il pallino consente sempre di sputare nel piatto e persino la segretaria del PD si è esercitata in questi sport dicendo ai suoi eurodeputati che dovevano schierarsi contro il progetto Ursula nonostante il punto di vista favorevole del gruppo socialista europeo di cui fanno parte. E vai contro le spese militari che attaccano lo stato sociale in un bell’abbraccio qualunquista con Salvini.

L’Europa è nata intorno ad un progetto alternativo-competitivo a quello dei due blocchi (nato per la lungimiranza di alcuni leader democristiani e per lo sguardo lungo di alcuni azionisti e liberal-socialisti); ha una dimensione di popolazione, di mercato e di PIL assolutamente competitiva, ma non compete e conta poco perchè quando c’è da decidere parlano in 27 e quando c’è da discutere di problematiche di politica internazionale in Asia o in Africa guarda caso contano di più la Turchia, la Francia e l’Inghilterra.

C’è tutta una discussione aperta sui bilanci degli stati europei in materia di difesa. Hanno fatto i conti e dicono che l’Europa, già oggi, spende più della Russia. Credo che nel fare quel conto abbiano trascurato qualche elemento se penso alla flotta russa e ai sommergibili nucleari oltre che alle testate nucleari ed ai missili di diverso tipo. Probabilmente hanno usato un foglio excel e sommato un po’ di numeri prescindendo dal fatto che lo stato russo non è il massimo della trasparenza e che quanto vale un rublo in dollari dipende da che tipo di calcolo stai facendo.

Tolto questo sassolino, direi che bisogna integrare, e per integrare gli eserciti, bisogna avere un comando politico-militare unico ovvero bisogna farla finita con la euro-burocrazia, altra faccia delle decisioni alla unanimità.

Cosa fare nei prossimi anni? Muoversi su diversi piani:

  • risolvere la questione della guida politica e del potere decisionale anche a costo di perdere qualche pezzo
  • razionalizzare, integrare e incrementare le spese militari riaprendo le porte al Regno Unito
  • mantenere la NATO in funzione provvisoria come strumento in cui l’Europa si integra con il resto del mondo occidentale (aldilà delle boutade di Trump ricordiamoci che ci sono sia nasi Nato sia basi americane con missili e testate)
  • incominciare ad occuparsi seriamente dei BRICS
  • mettere la Cina e l’India in termini di parità nelle politiche commerciali con quei paesi (tipo USA) che attuano politiche protezionistiche.

Per chiudere due parole sulla Russia. L’era di Putin è caratterizzata da un tentativo di costruire una fascia di stati tampone, che non siano Russia in senso stretto, ma lo siano dal punto di vista delle scelte importanti (Bielorussia).

Poiché certe cose sono già accadute nel corso del 900 non dobbiamo meravigliarci che si tratta di un tema su cui, alcuni paesi sono particolarmente sensibili (stati baltici, paesi scandinavi, Romania, Polonia, Moldova) ed è questa la ragione per la quale l’Europa ha bisogno di una sua deterrenza.

 

 

 

 




a proposito di Ucraina ed Europa

Da sempre in politica, la politica estera è una discriminante perché ha a che fare con la storia.

C’è chi dice che il piano di Ursula von der Leyn sia poca cosa, o meglio, che sia una grande cosa in termini economici e una piccola cosa in termini politici perché, dicono i contrari, il vero problema è quello dell’Unità politica necessaria per poter procedere alla unità militare.

Si tratta, a mio parere, di una posizione da anime belle tipica di coloro che non capiscono che in qualunque processo l’asse dei tempi sia una cosa importante e che, se mai si comincia, mai si realizza. È una posizione assolutamente identica a quella di quegli ambientalisti contrari al nucleare con la scusa che ci vorranno anni per arrivarci e dunque non vale la pena di incominciare.

Su un altro fronte vedo la posizione di coloro che osteggiano assolutamente la possibilità di colloqui di pace sulla Ucraina con la scusa che Trump è un porco. Uso la parola porco a ragion veduta per indicare un personaggio senza scrupoli e senza principi che bada solo all’interesse economico dello schieramento che rappresenta.

Trump esprime un volto nuovo del capitalismo basato sulla economia della informazione, della intelligenza artificiale, delle nuove tecnologie e del controllo delle materie prime strategiche. Ci saranno tempi e modi per vedere se sia Trump a comandare su Musk o viceversa.

Per tutte queste ragioni l’Europa deve incominciare a ragionare anche di armamenti se vuole incominciare a contare nello scacchiere della politica internazionale. Non sono certo che il processo innescato dal Rearm Europe riuscirà a funzionare ma è comunque l’unico possibile.

La Russia, anche per effetto degli errori commessi in occidente subito dopo il crollo dell’URSS e anche successivamente, si è ristrutturata secondo gli schemi storici dell’imperialismo zarista prima e sovietico poi. Ha bisogno di un contorno di stati cuscinetto che la garantiscano sul piano militare e nel suo isolamento, garantito dalla estensione territoriale enorme e dal patrimonio di materie prime, si avvia ad una fase di sopravvivenza basata sulla autosufficienza.

Sulla questione Ucraina leggo molte superficialità sia da parte di coloro che, con la scusa della Pace, strizzano l’occhio a Putin e dunque sostengono che l’Ucraina sia un paese che, dal punto di vista culturale e linguistico, è affine alla Russia, sia da parte di coloro che sostengono la non esistenza di un problema russofono in Ucraina e assimilano questo paese all’Occidente.

Consiglio in proposito di andarsi a vedere l’andamento delle elezioni in Ucraina dal 91 in poi con risultati spesso contraddittori:
  • partiti che si affermano e subito dopo svaniscono per essere sostituiti da una nuova stella, sparizione o irrrilevanza delle forze politiche egemoni nel momento della indipendenza (incluse quelle russofile o ex comuniste)
  • instabilità di governo e progressivo ridursi della questione delle nazionalità a favore di una maggiore unità culturale e linguistica.

Forse ho allargato troppo il discorso e dunque riassumo:

  • sono favorevole al fatto che l’Europa inizi ad armarsi in maniera più autonoma rispetto agli USA
  • difendo la necessità che questo processo non si limiti a realizzare eserciti nazionali più efficienti e più dotati di mezzi ma vada di pari passo con la unità politica
  • ritengo opportuno che all’interno dell’Europa si crei uno zoccolo duro di paesi che credono agli ideali dei padri fondatori e che impongano il superamento di quella autentica stupidaggine che si chiama decisione alla unanimità
  • sono favorevole allo svolgimento di negoziati diretti secondo lo schema di sblocco posto da Trump ma che preveda una decisa voce in capitolo da parte della Ucraina. In questo quadro è opportuno che ci sia il coinvolgimento dei popoli in qualche modo coinvolti dal riassestamento (Polonia,e paesi Baltici) e ci sia una garanzia internazionale sulla esistenza di livelli di autonomia all’interno (politiche regionali) e verso l’esterno (definizione dei confini)
  • penso che sia inopportuno l’ingresso dell’Ucraina nella NATO mentre sono favorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Europa politica.

Ci si interroga sulla sensatezza dell’esistenza o meno della NATO. Il problema non si porrebbe se, in questi anni, l’Europa si fosse dotata di una deterrenza militare adeguata. Non è così: l’arsenale nucleare di Francia ed Inghilterra è 1/10 di quello russo, l’esercito europeo non esiste e l’Europa è in ritardo anche su ciò che riguarda le tecnologie dello spazio legate alla difesa. Dunque la NATO serve e ci garantisce tra l’altro la presenza, oltre agli USA tentati da un disimpegno parziale, di Canada, Regno unito e Turchia.

Naturalmente, su scala mondiale esistono molti altri problemi: la la competizione economica e il commercio estero, lo sviluppo e il primato nelle nuove tecnologie della informazione dove Formosa, insieme alla Corea del Sud, sta staccando cinesi e americani, la crisi delle organizzazioni internazionali, la scommessa dei BRICS, la competizione CINA-USA. Non li ho domenticati ma qui volevo parlare di Europa politica ed Europa militare.

 




la botte piena e la moglie ubriaca

Faccio una premessa: non tratterò qui della intera vicenda del torturatore libico (tribunale dell’Aja, gestione da parte di G. Meloni, reticenze, …) mi limito a dire che siamo sotto ricatto (per ragioni di approvvigionamento energetico e per la presenza di uomini a rischio che abbiamo in Libia) e dunque la cosa migliore sarebbe stata mettere il segreto di stato.

Ho ascoltato Nordio e Piantedosi.

Nordio è stato bravo nel motivare giuridicamente le ragioni del suo comportamento. In buona sostanza ci ha detto: non sono un passacarte, per via del mio passato di cose giuridiche me ne intendo, il mandato di arresto nella sua prima formulazione era gravemente carente sul piano formale (errori gravi nella datazione) al punto di essere nullo e per questa ragione non ho potuto esprimere immediatamente al tribunale di Roma la mia richiesta di convalida. Quel che dico è talmente vero che uno dei tre giudici dell’Aja si è dissociato e il tribunale, in un secondo momento, ha corretto gli errori di datazione.

Tutto ok salvo che avrebbe potuto chiedere al tribunale di Roma una dilazione motivata, visto che afferma che se avesse trasmesso le carte al tribunale di Roma esso non avrebbe convalidato la richiesta di arresto per le medesime ragioni. Non lo ha fatto. Qualcosa non ha funzionato nella comunicazione tra ministro e tribunale e tra governo e corte dell’Aja.

E veniamo a Piantedosi, il burocrate di Stato, l’uomo che non rischia e non prende decisioni. Vediamo: il torturatore libico, dice, era un uomo pericoloso e pertanto per ragioni di sicurezza l’ho espulso dopo la revoca del mandato di arresto. Un momento, se è pericoloso, esistono o no esigenze cautelari che ti obbligano a trattenerlo? O che so riportarlo alla frontiera da cui è entrato in Italia?

E’ su queste cose che si è vista la assenza di Giorgia Meloni.

Il resto, le urla, Pinocchio, il gatto e la volpe,  il Coniglio, …, non mi interessa e, se non ho capito male, l’opposizione si è limitata a gridare o ironizzare. Amen.

 




su certe cose sono sgangherati

Ieri sera quando ho visto comparire al telegiornale Giorgia Meloni con il suo foglietto in mano mi sono cadute in un attimo tutte le mie speranze sulle sue capacità di statista.

Sulla questione del torturatore libico il governo si è mosso male e l’ha fatta grossa: non ha avuto il coraggio di dire i nostri interessi in Libia non ci consentono di fare diversamente e così si è imbastita una sceneggiata: a) tocca alla magistratura b) prepariamo l’aereo c) Nordio prende tempo, deve leggere le carte e non interviene d) la magistratura revoca l’arresto perché Nordio non è intervenuto e) Piantedosi (ex burocrate di stato) dice che il tipo è pericoloso e poiché si trova a piede libero bisogna espellerlo f) parte l’aereo e il problema è risolto.

Ma:

  • Un avvocato presenta un esposto alla procura contro presidente del consiglio e ministri coinvolti e la procura manda agli interessati l’avviso di apertura indagini come prevede la legge in vista della eventuale trasmissione degli atti al tribunale dei ministri
  • Meloni: questo avvocato è un amico di Prodi ed è famoso per aver difeso dei mafiosi; il procuratore è lo stesso che ha indagato Salvini – (l’avvocato Li Gotti ha difeso mafiosi ma si è anche occupato di caso Moro e di piazza Fontana – è stato nel MSI, poi con Di Pietro e ora si dichiara vicino al PD )
  • centro destra a più voci: si tratta della vendetta della magistratura contro la riforma del governo
  • ANM: non c’è stata nessuna iniziativa della procura ma un atto dovuto a fronte di una denuncia da parte di un terzo

e vai con i balletti. L’unico risultato sembra essere il fatto che non ci srà la prevista informativa al Parlamento.

Giorgia Meloni si è mossa bene sulla questione Sala-Iran: velocità e spirito di iniziativa; continua a muoversi bene in politica estera vedi Arabia Saudita e USA perché risponde all’immobilismo con azioni a vantaggio dell’Italia.

Ma sulla questione Libia non poteva far molto: il torturatore ha girato mezza Europa in tourneè calcistica; lo hanno identificato in Germania ma il tribunale dell’Aja non aveva ancora emesso il mandato e l’Aja si è mossa quando è arrivato in Italia.

Era un trappolone? Erano i tempi di questi organismi sovranazionali?

Era la scelta, a parte gli interessi ENI, di non pagare il dazio a chi in LIbia fa il gioco sporco aprendo e chiudendo il rubinetto dei barchini e gommoni?

In ogni caso non è stata all’altezza


Ho trovato interessante questo post su FB dell’avvocato Giandomenico Cajazza già presidente delle “Camere penali”

Che quella di non eseguire l’ordine di arresto internazionale contro una persona accusata di spaventosi crimini contro l’umanità sia stata una precisa (e sciagurata) scelta politica del Governo e del Ministro Nordio -invano informato il 19 gennaio dalla Digos e di nuovo il 20 dalla Procura Generale di Roma- è semplicemente indiscutibile. Ma un Governo risponde delle sue scelte politiche al Parlamento ed ai cittadini, non ad una Procura della Repubblica o al Tribunale dei Ministri, solo perché una persona sostiene in un esposto che, con quella decisione, siano stati commessi dei reati. Nessun atto giudiziario, per quanto “dovuto”, può essere compiuto senza una preventiva valutazione di “non infondatezza”. Basta ipocrisie. La storia repubblicana degli ultimi 30 anni è piena di “atti dovuti” con i quali la magistratura ha indebitamente invaso la sovranità della politica.




lo stallo dei riformisti nella sinistra

I riformisti del PD, sia nella modalità ex-migliorista/comunista, sia in quella catto/degasperiana/scoppoliana – che la dossettiana Rosy Bindi chiama “Orvietani”, quasi si trattasse di una setta di eresiarchi – sia in quella catto/dossettiana – “i prodiani” di Castagnetti e di Ruffini – da qualche tempo scavano cunicoli sotto il prato verdeggiante di Elly Schlein.

Ben scavato vecchie talpe!, osserverebbe compiaciuto il vecchio Marx. Ma il terreno continua ad essere solido.

Per un verso, i riformisti moderni, per dirla con il leader degli ex-miglioristi Enrico Morando, continuano a constatare che il PD in formato Schlein è il deposito più grosso che c’è a sinistra. E perciò, se si è fedeli ad una vocazione bipolare-maggioritaria, è lì che bisogna stare. Ma poi ciascuno di loro deve anche constatare ogni giorno di essere solo una vox clamantis nel deserto, nel quale sono costretti a cibarsi di locuste e nel quale nessuno ha voglia di andare a farsi battezzare.

Produrre cultura politica e idee

Resta loro un’unica chance: produrre cultura politica e idee per il governo del Paese. Lo hanno fatto in questi anni e continuano brillantemente a farlo. Ma lo stallo dell’impotenza è evidente. Nel PD contano zero. Perché l’invaso-PD non ha un estuario di governo, è una grande palude.

Ma gli Orvietani sono prigionieri politici per scelta. Eppure, se, come ha ribadito Paolo Gentiloni, Extra Ecclesiam nulla salus, ma, contemporaneamente, il Pd è dichiarato inadatto a costruire uno schieramento di governo alternativo all’attuale governo di destra-centro, vuol dire che nel PD non c’è nessuna “salus” – solo qualche posticino, ma non per tutti – e che la strategia politica dei riformisti “interni” è paralizzata.
Così, l’ultima risorsa è rimasta la ricerca ricorrente e fallimentare del “federatore” o del “Veltro” dantesco, che riesca a rimettere insieme “il vulgo disperso” dei riformisti, che di nomi ne hanno anche troppi, e a mettere in minoranza i moderni massimalisti.

Altra visione, più terra terra, quella dei prodiani. Che hanno sostenuto e sostengono la Schlein. Si sentono, però, ai margini e rivendicano spazi di rappresentanza del mondo cattolico. Il quale, tuttavia, si rappresenta ormai benissimo da sé. Se il Card. Ruini faceva valere presso i governi le istanze del mondo cattolico senza più la Dc, il Card. Zuppi lo fa senza passare dai cattolici del PD.

Le correnti politico-culturali del PD

Il PD nacque ufficialmente il 14 ottobre 2007 dalla fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Dentro il “nuovo” partito erano confluiti svariati filoni di culture politiche. Per quanto riguarda il cattolicesimo politico, almeno quattro: la corrente cristiano-sociale di Ermanno Gorrieri e di Pierre Carniti, che aveva già aderito ai DS nel 1998; quella dossettiana; quella popolare-morotea di Martinazzoli; quella degasperiano-scoppoliana-fucina.

Da sinistra, il PCI-PDS-DS portava in dote il ventaglio delle sue correnti storiche: una spruzzata di ingraismo, che si era però condensato soprattutto in Rifondazione comunista, un’area migliorista, articolata in socialdemocratici e social-liberali, un correntone berlingueriano, dai toni fortemente etico-giustizialisti, prima rivolti contro Craxi, poi contro Berlusconi.

Il by-passaggio del socialismo di Craxi

Perché il PD non riesce ancora oggi a diventare sinistra di governo? Al suo atto di nascita sta un peccato originale, da cui nessuno lo ha mai più redento. È rimasto berlingueriano “dentro”, per la parte di sinistra di quell’amalgama mal riuscito.

Quando Achille Occhetto passò dal XVIII Congresso – 18/22 Marzo 1989 – nel quale ancora si fantasticava di un nuovo corso del PCI, sull’onda del gorbaciovismo, al XIX Congresso – 7/11 marzo 1990 – allorchè il PCI precipitò in una “Cosa” con un nome e un simbolo provvisori, fu là che non avvenne nessuna metamorfosi.
Si trattò di un “by-passaggio”, mediante salto mortale da “comunista” a “democratico”: la tappa “socialista” fu, appunto, by-passata. “Socialista” all’epoca voleva dire Craxi.

Si trattava di un socialismo matteottiano e turatiano, di una sinistra di governo, attenta alla base sociale operaia e popolare, sensibile al cambiamento istituzionale – la Grande riforma – disponibile a riforme di un socialismo che oggi definiremmo “liberale”: “meriti e bisogni”, anche se Martelli è restio ad accettare quell’aggettivo.

“Il merito” integrava un quid di liberale individualista nel tradizionale discorso egualitario e welfarista della sinistra comunista e socialista. Il PSI di Craxi era la sinistra italo-europea, unica contemporanea del proprio tempo. Il PCI non si presentò a quell’appuntamento con la Storia, che fu mancato per sempre, per responsabilità degli stanchi epigoni di Berlinguer. I miglioristi di Giorgio Napolitano, non certo famoso per il coraggio, non osarono fare il grande passo verso Craxi.

Così, la parola “democratico” si è venuta via via riempiendo degli umori mutevoli delle mode del tempo che passa: giustizialismo, girotondismo, grillismo, wokismo, correttismo, identitarismo

Nel 2008 Elly Schlein è andata alla corte di Obama per apprendere il peggio del Partito democratico americano. È riuscita ad importarlo. E così oggi capita alla sinistra di avere a che fare con un tempo pericolosamente post-liberale, senza essere mai stata né socialista né liberale.

Salus extra Ecclesiam?

Occorre riconoscere che il nuovo mix di cultura politica, timbrata Schlein, ha avuto fortuna, non tanto presso la cinica nomenklatura senza fede del PD, ma tra gli iscritti: ha pescato a strascico ogni possibile umore, da un redivivo antifascismo militante all’apertura all’immigrazione totale, all’alleanza cieca, “stile Mani pulite”, con le toghe, al rifiuto di ogni riforma istituzionale, alla difesa di un regionalismo fallimentare, all’opposizione ad ogni cambiamento nella scuola, all’alleanza con il massimalismo cieco di Landini, all’affermazione di ogni possibile diritto, all’oscillazione tra Israele e Hamas, al pacifismo di piazza…
Per scomporre un tale aggregato cementato di luoghi comuni servirebbe una battaglia culturale e politica rigorosa.

C’è quella culturale, manca quella politico-partitica: le strutture di base e le regole democratiche del partito e dei partiti sono evaporate. Non manca affatto il pluralismo. Tutti sono liberi di dire tutto.

Ma la stretta personalistica è ferrea, tutta giocata tra leader e iscritti, via mass-media e social-media. È la democrazia di X, fortemente criticata, ma entusiasticamente praticata. Così il blocco politico-ideologico è diventato inscalfibile.

Se i riformisti dell’Ecclesia sono impotenti, non stanno meglio quelli che hanno cercato la salvezza fuori. Fino ad ora i tentativi extra Ecclesiam non hanno avuto esiti brillanti. Da parte delle sigle esterne – da Azione a Orizzonti liberali – non è mancato il coraggio politico di scendere sul terreno con gli scarponi.

La domanda “liberal-riformista” emerge, pare mancare l’offerta. Non solo di contenuti, ma, anche qui, di ambiti e strutture di dibattito democratiche. La costruzione del discorso non è separabile da quella dei luoghi condivisi della sua elaborazione. L’irruzione della comunicazione social ha reso più difficile di ieri il processo di formazione collettiva della volontà politica, riducendolo a consultazione referendaria sui quesiti proposti dal leader, cui si risponde con un tweet individuale. Occorrono, appunto, gli scarponi. Chi ha voglia di calzarli?




il fisico sperimentale “ingenuo”

I premi Nobel per la fisica non sono tutti uguali e quello del 2022 appartiene alla categoria di quelli speciali perché va a premiare la fase II della Meccanica Quantistica.

Il superpremio sarebbe spettato a John Bell (1928-1990) ma lui è morto improvvisamente quandio aveva solo 62 anni. Ha fatto in tempo a vedere l’affermazione delle sue idee ma il premio no; lo si dà solo a fisici in vita e capita spesso che i riconoscimenti arrivino in ritardo (è successo anche ad Einstein).

Così Bell non ha fatto in tempo e il premio, anziché ad un fisico teorico è andata a tre fisici sperimentali, anche se Zeilinger, per gli studi sulla informatica quantistica, il teletrasporto e l’entanglement su sistemi a più di due particelle si colloca a metà strada tra fisica teorica e sperimentale.
I tre vincitori del premio hanno grosso modo la mia età e ciò per un verso mi preoccupa e per l’altro mi consola. Il fatto che mi preoccupi sta nel trascorrere degli anni e i fisici sanno che “la freccia del tempo” non cambia verso; la consolazione viene dal fatto che dopo aver iniziato ad approfondire la fisica, inclusa la MQ, mi chiedevo spesso se si trattasse di un circolo chiuso e ormai compiuto.

Quando ho iniziato a ragionare di queste cose erano passati una cinquantina d’anni dal completamento della MQ e si aveva la impressione che, rispetto ai fondamenti, fosse rimasto poco da dire. E’ vero c’erano state delle voci nel deserto, ma avevano poco credito.

In realtà, in giro per il mondo c’erano dei fisici coraggiosi che continuavano a farsi delle domande. Racconta Aspect che, quando incontrò per la prima volta John Bell e gli espose la sua volontà di inventare un esperimento che consentisse di verificare la correttezza delle sue idee, come prima domanda ebbe la richiesta ironica se avesse un posto di ruolo.

Lo stesso John Bell, che coltivava certe “insane passioni”, da sempre dedicava alla riflessione sui fondamenti il tempo libero e per il resto faceva i suoi calcoli sugli aspetti di fisica aplicata connessi al funzionamento del grande acceleratore di Ginevra. Forse Aspect era la persona giusta visto che si interessò al tema dell’entanglement dopo aver trascorso qualche anno del suo post laurea in Camerun a fare del volontariato sociale e fu in Africa, munito della Bibbia di Claude Cohen-Tannoudji (Quantum Mechanics), che iniziò a farsi delle domande. Un altro dr. Bertlmann.

Con questo premio Nobel si è chiuso un cerchio e, per questa ragione mi sono preso la briga di fare una seconda opera di traduzione. L’articolo che vi presento, scritto per un convegno organizzato da Zeilinger per onorare i 50 ani dalla pubblicazione (nel 1964) dell’articolo di John Bell sull’entanglement ha un duplice pregio:

  • riassume il nocciolo delle tematiche delle diseguaglianze di Bell (e dunque vi consentirà di digerire meglio la treattazione che ne ho dato nel capitolo 0606)
  • entra nel merito delle problematiche vere che un fisico sperimentale si pone di fronte alla neccessità di verificare la correttezza di una legge

E’ stato un lavoraccio perché ho scelto di non riassumere nulla e di lasciare intatto anche tutto l’apparato bibliografico. Alain Aspect

  • riepiloga ampiamente tutto il lavoro di Bell;
  • racconta gli esperimenti che hanno preceduto i suoi;
  • entra in dettaglio sulle problematiche che si è posto e sulla necessità di dare delle risposte agli avversari delle diseguaglianze di Bell pronti ad inventarsi “scappatoie” (loop-hole) di tutti i generi (e se i fotoni, dotati di una intelligenza superiore scoprissero che l’apparato sperimentale non è genuinamente casuale e riuscissero a comunicarsi il da farsi?)
  • ci informa su quello che è stato fatto dopo

Una buona occasione per capire cosa voglia dire fare degli esperimenti veri: i fotoni non si trattano uno alla volta ma ne servono milioni al secondo; come si maneggiano le cascate radiative (!?!) in un periodo in cui i laser che servono per eccitare gli atomi di Calcio sono molto primitivi, bisogna distinguere i fotoni sporchi da quelli buoni; bisogna cambiare il funzionamento dell’apparto mentre i fotoni sono in volo e si parla di nanosecondi, …

Buona lettura: – Il teorema di Bell – la visione ingenua di un fisico sperimentale di Alain Aspect


Il corso di fisica – le news e gli aggiornamenti del corso – Il capitolo 0606 Meccanica quantistica II parte





dai postulati, al Momento angolare, alla RMN … fino a John Bell e all’entanglement

La apertura del capitolo è dedicata ai 6 postulati che costituiscono la ossatura della intera MQ e vedrete che si leggono con piacere e senza bisogno di appelli né alla fede né a competenze matematiche improponibili. Lo schema della teoria è semplice, accattivante anche se contro intuitivo.

Oltre ad enunciarli ho dedicato molta attenzione ad illustrarne il significato e a sottolinearne i nessi reciproci.

Il paragrafo successivo è interamente dedicato al principio di indeterminazione facendone vedere la dipendenza dalla struttura assiomatica della teoria. Tutte le coppie di operatori che non commutano, cioè tutte le coppie di operatori  e Ê e  per i quali ÂÊ – Ê risulta diverso da zero sono soggetti ad una indeterminazione quando si cerchi di determinarne simultaneamente il valore; tale indeterminazione è soggetta ad una medesima legge.

Il terzo paragrafo è interamente dedicato alla teoria quantistica del momento angolare una osservabile caratterizzata da una stranezza legata al tema della non commutazione: si tratta di un vettore per il quale sono determinabili una componente e il modulo mentre altre due sono libere e da queste regole seguono le caratteristiche del secondo e terzo numero quantico dei modelli atomici. Data la importanza del tema ho esplicitamente svolto i calcoli che si basano su una coppia di operatori detti di shift perché fanno crescere e decrescere di una stessa quantità i valori del momento angolare ogni volta che si usano.

Il quarto paragrafo tratta di quel particolare momento angolare detto spin che, rispetto ai momenti angolari orbitali, presenta il vantaggio di essere collocato in uno spazio di Hilbert a due dimensioni e di essere pertanto comodo da maneggiare.

Lo spin viene analizzato seguendo due approcci: una introduzione basata sulla esecuzione di esperimenti ideali alla Stern & Gerlach e una seconda trattazione classica basata sulla costruzione delle cosiddette matrici di Pauli, gli operatori introdotti da Wolfang Pauli subito dopo la scoperta dello spin per collocarlo all’interno della struttura teorica della Meccanica Quantistica.

Mentre mi documentavo qua e là, sullo spin ho trovato un testo che, seppur a livello elettronico, e non nucleare, si occupava della trattazione quantistica del fenomeno della risonanza degli spin, così mi è venuta l’idea di approfondire ed è saltato fuori un ampio paragrafo dedicato ai principi di funzionamento della risonanza magnetica nucleare che, in ossequio al politicamente corretto secondo cui la parola nucleare evoca fantasmi, negli states hanno iniziato a chiamare MRI magnetic resonance imaging.

Mi sono dedicato principalmente agli aspetti fisici di funzionamento fermandomi alla soglia degli algoritmi che consentono di trasformare i segnali elettromagnetici di riassestamento in immagini, ma ne è venuto fuori qualcosa di interessante e che raramente si ritrova in un corso di fisica.

La ultima parte del capitolo è dedicata ad argomenti che, quando mi sono laureato erano considerati cose da rompisctole, la discussione su alcuni aspetti strani e inattesi della Meccanica quantistica.

Si tratta di questioni nate intorno alle insoddisfazioni epistemologiche di Einstein che, senza mettere in discussione l’impianto della MQ che aveva contribuito a creare, trovava insoddisfacenti alcune conclusioni che avevano a che fare con il collasso della funzione d’onda quando si esegue una misura.

Per alcuni sistemi quantistici, caratterizzati dalla non separabilità, cioè dalla impossibilità di separare il sistema nei suoi singoli componenti, si verificano (a livello di esperimento mentale) fatti che Einstein definiva sinistri (o diabolici): la misura su uno dei componenti determinerebbe istantaneamente il valore della stessa grandezza sugli altri componenti del sistema a qualsiasi distanza essi si trovino.

La discussione su queste faccende, innescata da Einstein negli anni 30 del 900 è andata avanti come se quelli che ponevano certe questioni fossero dei rompiballe perché l’impianto della MQ era solido e i risultati lo stavano a dimostrare.

Ma tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70 un fisico irlandese del CERN che, ufficialmente si occupava di acceleratori, ma nel tempo libero rifletteva sui fondamenti, tirò fuori un teorema del tutto generale (più generale della MQ) che consentiva di sottoporre ad indagine sperimentale l’intera questione.

Una ipotetica teoria realista, che bandisse le indeterminazioni attraverso variabili nascoste, che rispettasse il principio di località secondo cui nessuna informazione e interazione si può propagare a velocità superiore alla velocità della luce, avrebbe dovuto rispettare una determinata diseguaglianza che invece era disattesa dalla MQ.

Fu così che a partire dagli anni 70 iniziarono una serie di esperimenti di verifica del comportamento di sistemi entangled, quelli per i quali si prevedevano i comportamenti sinistri.

L’esperimento decisivo fu realizzato da una equipe francese guidata da Alain Aspect. Le insoddisfazioni di Einstein erano malposte. La MQ è intrinsecamente non locale e gli esperimenti le danno ragione.

Degli esiti ne tratterò in un altro capitolo perché questo viaggia verso le 70 cartelle che, per un capitolo sono tante.

Se arriverete sino in fondo vedrete che, questa volta, gli esercizi e i problemi sono davvero pochi. E’ stata una scelta consapevole; gli aspetti tecnici lasciamoli agli specialisti e cerchiamo invece di rendere consapevoli le persone del fatto che il mondo, su scala microscopica, presenta aspetti inattesi. Cambia la scala e cambiano le leggi.


Il corso di fisica – le news e gli aggiornamenti del corso – il capitolo 0606 la meccanica quantistica II parte


 




i calzini del dr Bertlmann

Illustrazione originale dell’articolo

L’articolo I calzini del dr. Bertlmann fa parte della raccolta di articoli di J.S. Bell di taglio epistemologico intitolata Speakeable and Unspeakeable in Quantum Mechanic.

Mentre lavoravo al secondo capitolo di MQ, per alleggerire un po’ mi sono letto l’articolo di Bell e ho deciso che valesse la pena di tradurlo per renderlo disponibile ad un pubblico italiano più ampio. Detto … fatto

La storia dei calzini spaiati è vera e fa parte delle bizzarrie del dr. Bertlmann per la serie 1968 e dintorni. Bell utilizza l’argomento per spiegare le correlazioni che hanno una origine nel passato anche se l’esempio rischia di essere vagamente fuorviante, perché le correlazioni quantistiche legate all’entanglement si attualizzano nel presente.

Bell e Bertlmann erano due persone fuori dal comune e basta vederli in questa foto del 1980 al CERN per capire che si trattava di due personaggi oltre che fuori dal comune anche fuori dagli schemi.

Bertlmann e Bell al CERN nel 1980

Oggi ho ripreso in mano l’articolo di Bell per festeggiare l’acquisto di “Modern Quantum Mechanic – from Quantum Mechanics to Entanglement and Quantum Information” di Bertlmann che utilizzerò per scrivere la parte finale  del II capitolo di MQ. Lo pubblicherò nei prossimi giorni in attesa degli ultimi paragrafi (le prove sperimentali della violazione quantistica della località, le applicazioni dell’entanglement alla crittografia, al teletrasporto e alla informatica quantistica).

Oggi ho finito la revisione dell’esistente e già così è un bel malloppone.

Il libro di Bertlmann l’avevo scaricato in pdf come faccio con i testi da selezionare in vista di un acquisto e oggi ho deciso di regalarmi per Natale il cartaceo. Su 1000 pagine ce ne sono ben 700 dedicate agli sviluppi recenti della MQ. Che bello sarebbe stato avere il professor Bertlmann, nella primavere del 68, a tenere il corso di Istituzioni di Fisica Teorica… al posto del professor Prosperi che non capiva le nostre domande impertinenti.

Ma che dico?  Bertlmann è’ un mio coetaneo. E’ nato nel 1945 e dunque, ha un anno più di me e nel 68 muoveva i primi passi da studente; il suo dottorato è del 1974 … e si è sposato con una delle leader del movimento femminista austriaco, Renate. Ha scritto anche un importante testo di tipo critico sulla elettrodinamica quantistica.

Che bello questo ritorno a Vienna; la università di Boltzmann, di Mach e poi del circolo  che porta il nome della città. e che ha segnato una svolta nei miei riferimenti culturali generali e poi politici. Questo libro me lo terrò caro.

Segnalo che c’era un errore nel link al primo dei due capitoli di MQ che lo rendeva irraggiungibile. Ho corretto ma lo ripubblico qui Capitolo 0605


Il corso di fisica – le news e gli aggiornamenti del corso –L’articolo di John Bell – i calzini del dr Bertlmann





niente paura è solo Schrödinger in compagnia di Hilbert

Inizialmente avevo pensato che, per sbrigarmela con la meccanica quantistica in un corso di Fisica Generale, sarebbe bastato un solo capitolo ma non è andata così. I capitoli, abbastanza corposi, sono diventati due e probabilmente per dare conto di tutti gli sviluppi più recenti diventeranno tre.

Questo primo capitolo, nella prima parte riprende la parte introduttiva che avevo scritto quando ancora insegnavo (nel 2007). L’idea è quella di fornire un quadro di quella fase incasinata iniziata a fine XIX secolo e proseguita sino ai primi due decenni del XX.

Dopo che con gli sviluppi della sintesi maxwelliana dell’elettro‌magnetismo e con la riduzione della termodinamica classica (con le sue leggi generali piuttosto bizzarre) alla meccanica statistica, nel mondo della scienza si era pensato che, dà lì in poi, si sarebbe trattato solo di applicare l’indagine del mondo fisico a modelli che la riconducessero alle leggi generali già note.

Come sappiamo non è andata così; le nuove scoperte evidenziavano originalità della natura che mal si conciliavano con le leggi note. Per esempio, man mano che si faceva strada (con la scoperta dell’elettrone e con il lavori di Rutherford sulla esistenza di un nucleo atomico) una ipotesi di modello atomico di tipo planetario, nascevano problemi legati al fatto che le cariche elettriche in moto circolare (e dunque accelerato) avrebbero dovuto emettere onde elettromagnetiche perdendo energia e gli atomi planetari sarebbero collassati in una infinitesima frazione di secondo.

Il primo paragrafo riprende quanto già descritto nel capitolo 4 relativamente a questo procedere a tentoni ogni qual volta un nuovo esperimento portava alla scoperta di una nuova bizzarria; pian piano ci si rende conto che bisogna rovesciare il quadro teorico di riferimento e creare qualcosa che la facesse finita con le ipotesi ad hoc.

Il secondo paragrafo è dedicato alle diverse strade che vennero intraprese per arrivare alla nuova teoria: nuove regole costruite a partire solo da grandezze osservabili (Heisenberg), allargamento alla nuova meccanica di quanto era stato fatto in ottica nel passare dall’ottica geometrica all’ottica fisica facendo riferimento ad alcuni schemi teorici (i principi variazionali sviluppati in meccanica razionale) in modo che si potessero applicare al nuovo mondo le leggi e i formalismi matematici delle onde (Schrödinger).

Il secondo approccio si è rivelato più semplice da maneggiare e ancora oggi è quello utilizzato in tutto il mondo per presentare la MQ. Se ne occupa il III paragrafo interamente dedicato alla equazione di Schrödinger: processo euristico che ne giustifica la costruzione, forma matematica e principali caratteristiche (primi cenni agli operatori e significato della funzione di stato Y).

Il quarto e quinto paragrafo hanno una impostazione tecnica e riguardano la manipolazione e l’uso della equazione di Schrödinger: scomposizione in dipendenza spaziale e temporale, costruzione delle soluzioni nel caso di una buca di potenziale finita e infinita. Cercando le soluzioni nel caso della buca finita e nella successiva trattazione della barriera di potenziale avrete l’occasione di capire cosa si intendesse in fisica teorica con lo slogan giù la testa e calcolate.

Per un verso avrete la soddisfazione di capire come salta fuori l’effetto tunnel (uno degli effetti sbalorditivi della MQ) e per l’altro vedrete come la costruzione delle soluzioni sia una cosa concettualmente abbastanza semplice ma operativamente complessa per il continuo ricorso a trucchi, cambi di variabile, costruzione grafica delle soluzioni.

L’ultimo paragrafo tratta esclusivamente dei richiami di matematica necessaria alla trattazione generale della M.Q. di cui si occupa il capitolo successivo.

La MQ, nella sua formulazione generale, ha come protagonisti gli operatori, una generalizzazione del concetto di funzione. Gli operatori (le osservabili) sono oggetti matematici che vengono costruiti in maniera che ad ogni grandezza fisica classica corrisponda un operatore quantistico e sia questo operatore a darci le conoscenze sul mondo fisico; ma, attenzione, esistono anche operatori quantistici che non hanno una grandezza fisica tradizionale corrispondente, per esempio lo spin.

Gli operatori agiscono su oggetti chiamati vettori, che operano nel campo dei numeri complessi e che sono la generalizzazione molto ampia degli ordinari vettori dello spazio a 3 dimensioni.

Tutto ciò avviene in uno spazio astratto, detto spazio di Hilbert e l’ultimo paragrafo del capitolo serve a dare al lettore gli strumenti per comprendere la struttura assiomatica della teoria quantistica di cui si occupa il capitolo 06.

Avrete capito che non è obbligatorio leggere tutto o comunque leggere tutto con lo stesso grado di attenzione relativamente ai dettagli. Tutto dipende dal grado di comprensione che vorrete raggiungere. Questo è il livello di compromesso che mi è sembrato utile e necessario.


Il corso di fisica – le news e gli aggiornamenti del corso – il capitolo 0605