anche la Santanché fa cose buone

Da ieri è in vigore in Lombardia la “legge Santanché” sugli affitti brevi turistici.

Lo era già da circa un mese in altre quattro regioni, grazie a un piano progressivo che coinvolgerà tutta Italia entro qualche settimana. Verso fine anno la legge sarà applicativa in tutti i dettagli sull’intero territorio nazionale.

La legge, mirata a fare emergere il sommerso illegale, è in fondo una riedizione della “legge Renzi” di 7-8 anni fa che i Governi successivi non hanno mai reso applicativa. Una differenza fra le due leggi è che Santanché, rispetto a Renzi, aumenta le tasse per chi affitta ai turisti più di una casa.

Queste attività, che vanno dal famigliare all’imprenditoriale, vivono quasi esclusivamente grazie ad alcuni portali internazionali (Booking, AirBnb, VRBO, ecc.) e qualche portale italiano di serie B poco utilizzato anche dagli italiani.

Ma è possibile che l’Italia, Paese che vive di turismo, non sia in grado di mettere in piedi un grande portale turistico internazionale? La “legge Santanché” impone condizioni precise ai portali e rilevanti multe in caso di trasgressione sia al portale sia ai proprietari.

Inoltre la legge impone ai proprietari una serie di condizioni di sicurezza (obbligo di estintori, di rilevatori di fumi e di gas, ecc.), oltre all’obbligo di esporre fuori casa il CIN, numero nazionale che identifica la locazione autorizzata all’affitto breve.

La vera novità della legge è però la sua validità nazionale, che supera alcune precedenti confuse normative regionali. Addirittura alcune regioni “distratte” non avevano nessuna normativa simile e in quelle aree prosperava l’affitto turistico in nero.

Se fate le vostre vacanze tramite affitti brevi controllate se all’arrivo vi chiedono i documenti di tutti gli over-18 (i proprietari sono obbligati a copiare i dati sul portale della Polizia di Stato). Se non lo fanno sono abusivi; non pagano le tasse e non garantiscono la vostra sicurezza.

In questo caso potete telefonare alla Finanza e non pagare una lira di affitto. L’abusivo si beccherà una multa di qualche migliaio di euro. Anche la Santanché a volte fa “cose buone”…




1977-1991: con il PCI fino allo scioglimento

III edizione – giugno 2024

la prima pagina di Rinascita che annuncia gli articoli sul Compromesso Storico

Come ho raccontato nel capitolo 12 il mio rapporto con il partito comunista viene da lontano ed inizia nel 1966 quando ero un cattolico inquieto che guardava a sinistra.

Ero uscito dalla Federazione giovanile socialista insieme a quei lombardiani di sinistra che formarono il Movimento Socialista Autonomo (MAS) guidato da Tullia Carettoni e mi guardavo intorno.

E fu guardandomi intorno che incominciai a leggere Rinascita, il settimanale politico-culturale del PCI. Prima la comperavo in edicola e poi, per ragioni di convenienza economica mi ci abbonai. Sono diventato prima di sinistra e poi marxista e non viceversa come mi capitò di vedere in molti estremisti del 68/70 che, proprio per quello, più che compagni, diventavano esperti in ipse dixit, magari citando Stalin, e quello era il massimo.

Rinascita è stato lo strumento che mi ha fatto scoprire la sinistra italiana e che mi ha fatto da scuola-quadri. Non la leggevo tutta (c’era troppa roba) e mi lasciavo guidare dai titoli e dalle aree disciplinari prediligendo quelle più strettamente storico-politiche.

Quando mi abbonai a Rinascita vivevo ancora in famiglia e oltre a Rinascita leggevo Politica, il settimanale della corrente della sinistra Dc La Base, l’Astrolabio (diretto da Parri) e Settegiorni un settimanale della sinistra cattolica diretto da Ruggero Orfei e su cui scriveva quella che sarebbe poi divenuta l’intellighentia laico-socialista, da Bassanini a Girardet, da Covatta a padre Turoldo. Ma Rinascita rimaneva la mia dispensa settimanale per la maturazione politica.

Critica Marxista -aperta a riflessioni a tutto campo – da leggere e studiare

Il PCI mi formava, ma non lo votavo, anche perché non ero maggiorenne e non votavo. Transitai per il PSIUP, per il quale ho votato nel 68, e poi sono iniziati gli anni della sinistra rivoluzionaria. Mi ricordo che i tre articoli di Berlinguer sul compromesso storico (Riflessioni sui fatti del Cile) dell’ottobre 1973 li lessi e li apprezzai prima dell’apertura della querelle sul tema scatenata dal terzo articolo che metteva i piedi nel piatto della situazione italiana parlando per la prima volta del compromesso storico.

Negli ultimi anni della militanza rivoluzionaria si aggiunse lo studio di Critica Marxista; su di essa apprezzavo i contributi di Gerardo Chiaromone e Paolo Bufalini. Il PCI era un luogo strano di elaborazione politica; le svolte le faceva il segretario, ma poi alcuni dirigenti si incaricavano dell’inquadramento teorico (sicuramente i due che ho citato, oltre a Giuseppe Chiarante, Paolo Spriano, Adalberto Minucci e Luciano Gruppi). Ho sempre letto pochissimo l’Unità perché, ironia della sorte, non mi piacciono i quotidiani militanti (inclusi la Repubblica e il Fatto quotidiano).

L’adesione al PCI

i riferimenti politico-culturali

Quando, alla fine del 1976, dopo una riflessione durata qualche mese, di fronte allo sgretolarsi delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, decisi di non seguire la minoranza di AO che si apprestava ad unirsi alla maggioranza del PDUP, lo feci perché consideravo finita un’epoca e la fine era stata indipendente dalle nostre soggettività, si trattava di una fine oggettiva giudicata in chiave storica. Il periodo della grande ubriacatura era finito.

i 5 volumi dello Spriano nella edizione Einaudi che ho letto e studiato

Avevo ormai digerito i 5 volumi di Paolo Spriano sulla storia del PCI (incluso il dopoguerra) e continuai per qualche mese il lavoro di approfondimento della storia del PCI dal 45 agli anni 70. Dopo aver fatto i conti con le riflessioni di Gramsci sul partito, sul concetto di egemonia e sulla cultura, passai a Togliatti, sia attraverso i suoi scritti, sia attraverso la lettura di saggi  a lui dedicati come quello di Giuseppe Vacca.

Quando nei primi anni 2000 ho ripreso in mano la mia copia delle Note sul Machiavelli di Gramsci e le ho trovate tutte annotate a matita con commenti e riflessioni sulla storia della sinistra rivoluzionaria e sulle sue inadeguatezze (l’intellettuale collettivo, i gruppi dirigenti, l’egemonia, il rapporto tra governanti e governati, i brani famosi sulle casematte e sul ruolo della chiesa cattolica).

non basta pungolare da sinistra

La nostra botta politica era venuta con le elezioni del 76; da esse era emerso in maniera inequivocabile che il problema non era quello di fare la contestazione da sinistra al PCI ma nemmeno quello di pensare di poter fare le mosche cocchiere (cioè la parte sinistra dello schieramento riformatore che avanza idee, critiche e suggestioni nello stile del Manifesto-PDUP).

Non vedevo spazi per altre cose; mi era chiaro allora e mi è chiaro anche oggi, quando dentro e fuori il PD, vedo rinascere continuamente altre mosche che ronzano, svolazzano per un po’ e poi si estinguono dandosi nomi nuovi in cui si declinano parole come sinistra, libertà, uguaglianza, nuovo, comunismo, rifondazione, ecologia.

Le masse popolari di cui ci eravamo riempiti la bocca erano più concrete di noi e quando c’era da votare sceglievano chi desse loro delle garanzie. Semmai il problema era quello di cosa fare per conquistare ad una prospettiva di sinistra, o almeno progressista, la maggioranza del paese, il ventre molle dell’elettorato italiano che pensa spontaneamente a destra e molto spesso ci mette la croce sopra. Me ne sono reso conto trasferendomi in provincia di Siena dove sono in atto significativi spostamenti a destra da parte di fette di elettorato popolare che in passato votava a sinistra, ma lo faceva per pure questioni di interesse mentre conservava una concezione del mondo e della vita di tipo reazionario sui temi legati alla socialità, ai diritti, al diverso.

Tra la passione per l’insegnamento, lo studio della scienza e le conclusioni sulle mosche cocchiere, avevo deciso di rinunciare alla proposta di rimettermi a fare il giornalista per aprire una grande redazione milanese del Manifesto. A rendermi indisponibile verso il gruppo del Manifesto pesò anche il netto dissenso nel giudizio da dare sullo sviluppo scientifico, delle ricerche nella fisica delle alte energie e sul nucleare. La linea la dava Marcello Cini e io non condividevo quasi nulla di quello che scriveva ma non avevo nessuna voglia di mettermi a discuterne.

Il distacco dai compagni che erano andati a lavorare al Manifesto, e in particolare dal mio prediletto Gigi Sullo, fu particolarmente doloroso e con Gigi ci fu uno scambio di lettere che però non attenuarono il dolore reciproco.

nel PCI dal basso

Così nel febbraio del 77 feci domanda di iscrizione al PCI, alla sezione Triante di Monza (quella vicina al liceo dove insegnavo). Meraviglia delle meraviglie, per via dei miei trascorsi, mi fecero scrivere una biografia politica e motivare per iscritto la richiesta di iscrizione, anche se, chi mi presentava (il professor Gianfranco Petrillo) mi conosceva benissimo. Data la mia formazione leninista la cosa non mi dispiacque (era un segno di serietà), ma poi mi lasciarono interdetto due cose.

Ci misero più di due mesi a decidere: la domanda andò in federazione a Milano nelle mani della CCC (commissione centrale di controllo) e non so dire se passò anche da Roma, probabilmente sì, visto il tempo che ci misero. Ho ritrovato la descrizione di quel mondo leggendo i gialli scritti da un dirigente di allora, Vicky Festa, che descrive il mondo della federazione di Milano e che ha come protagonista proprio il presidente della CCC.

Casi simili al mio, ex dirigenti rivoluzionari che non scelsero di entrare dalla base ma contrattarono l’ingresso con i vertici, furono trattati diversamente (con celerità e con tutti gli onori) e questa disparità di trattamento mi diede decisamente fastidio.

Dopo di allora, in occasione delle elezioni, ho visto molti casi di effetto meteora: ingressi in pompa magna e successivi mutamenti di schieramento: è successo nel PCI, nel PDS, nei DS e continua con il PD.

Anni dopo venne fuori un terzo elemento che vissi con viva soddisfazione: chi mi aveva esaminato venne coinvolto pesantemente dallo scandalo di mani pulite (filone IPAB), per la serie descritta dal proverbio brianzolo secondo cui quel puseè san al ga la rogna (quello più sano ha la rogna).

la autonomia e il terrorismo

Pochi giorni dopo gli scontri alla Sapienza culminati nella contestazione a Luciano Lama, alla sezione di Triante, discutemmo della situazione politica in evoluzione ed espressi una forte preoccupazione per quanto stava accadendo e di cui avevo, in piccolo, la percezione anche al liceo. Se continua così, ne vedremo delle belle, dissi.

Mi sembrava che la situazione si stesse incarognendo. La crisi delle formazioni della sinistra rivoluzionaria avveniva in contemporanea alla crescita di un movimento (quello del 77) in cui dominavano slogan infantili, la violenza e la linea del tutto e subìto. I compagni di DP facevano dei sottili distingiuo ma ne erano sommersi e lo erano per le stesse ragioni su cui non era stata fatta chiarezza nei giorni della rottura di AO: la democrazia senza se senza ma, le istituzioni democratiche senza se e senza ma.

Poi ci fu il rapimento Moro e mi fece male, molto male, vedere i miei ex compagni di Democrazia Proletaria sostenere che non bisognava stare in maniera ferma dalla parte dello stato democratico: nè con lo stato nè con le BR. Mi ricordavano i socialisti che nel 1915 coniarono lo slogan nè aderire nè sabotare, ma questa volta in peggio.

Sulla questione della trattativa per il sequestro Moro ero razionalmente d’accordo con la linea della fermezza, ma anche seriamente disorientato per quello che si stava facendo o non  facendo e soprattutto mi davano fastidio le posizioni che passavano sulla testa e sul corpo di Moro paventando addirittura che scrivesse sotto l’effetto delle droghe.

La linea berlingueriana attenta alle problematiche della austerità e della moralità la condividevo, ma mi rendevo conto di quanto fosse necessario uno sblocco della situazione politica e della insufficienza della linea della solidarietà nazionale. Si stava rischiando di sprecare, e fu così, il grande consenso delle elezioni del 76 che richiedeva un cambiamento di rotta nella direzione dell’Italia. Penso che le cose, se non fosse stato rapito Aldo Moro sarebbero andate diversamente.

impegno politico a Monza e nel mio paesello

Il mio modo di far politica, in quegli anni, cambiò in maniera radicale; basta politica diretta e invece azione di supporto ad ogni attività di tipo educativo e culturale che facesse crescere la razionalità e mantenni questo spirito per tutta la prima metà degli anni 80.

Il PCI monzese era storicamente una succursale della Federazione di Milano in cui venivano mandati a fare da segretario cittadino e segretario di zona funzionari milanesi che, quando incominciavano a capirci qualcosa, venivano spostati ad altro incarico. In occasione di un congresso di zona diedi una mano all’amico Giuseppe Meroni (incaricato di preparare il documento sulla cultura) a stendere un documento in cui, per cultura, si intendeva cultura politica e dunque si parlava di Brianza e delle sue storiche differenze da Milano, della necessità di costituire una federazione Monzese e di scegliere la strada della costruzione di una provincia della Brianza separata da Milano. Per le culture politiche di allora fu uno scandalo e non finì bene. Il documento di Meroni venne cassato e ne ebbe una conseguenza negativa il suo posizionamento nel partito.

Ad un certo punto mi sembrò opportuno spostare la mia iscrizione da Monza a Villasanta per dare una mano nel paese in cui vivevo ed ero nato e mi dedicai al giornale locale Progresso e Partecipazione poi trasformatosi ne Il Punto. Il giornale era stato inventato da Giuseppe Meroni e, con il mio arrivo a Villasanta, era naturale che me ne occupassi per via dei trascorsi giuornalistici. Volevamo che non fosse un organo di propaganda politica ma uno strumento di informazione locale orientato in senso progressista che raccontasse il paese e le sue trasformazioni e per questo erano importanti la necessità di uscire con regolarità e la scelta drastica di non fare il solito bollettino parrocchiale.

E’ stata una esperienza interessante perché per ogni numero si facevano tre o quattro riunioni di redazione; si faceva un po’ di pratica giornalistica vera prendendo spunto dalla necessità di parlare di Villasanta; gli articoli più importanti venivano discussi prima e dopo. C’erano Franco Radaelli (Bollo), Ernesto Ornaghi, Gabriella Delfino, Claudio Zana, Franco Ornaghi, Pino Locati. Ho lasciato la direzione quando sono stato eletto consigliere comunale per il “PCI lista aperta” perché ritenevo che ci fosse incompatibilità tra dirigere un giornale aperto ed essere consigliere comunale espressione di una parte.

dalla I alla II repubblica, dal PCI al PDS a … ???

la terza via e l’eurocomunismo

Il progetto eurocomunista di Berlinguer si arenò per mancanza di coraggio verso le questioni di collocazione internazionale e per mancanza di interlocutori e, fallito quello, sarebbe stato necessario fare i conti non solo con la democrazia occidentale, ma anche con il tema di un progetto di progresso e riforma sociale dentro il quadro capitalistico. Erano finite le disquisizioni sulla via italiana al socialismo, inventate per far coesistere la fede nell’URSS con l’essere il più grande partito comunista dell’Occidente, e si trattava di parlare di socialdemocrazia e di ripensare la storia del movimento operaio del primo novecento.

Non affronto la riflessione sul progetto di rinnovamento-competizione a sinistra da parte del Psi iniziato da Craxi per costruire l’autonomia socialista e dotarla di gambe per sopravvivere. Sul piano culturale, quel proigetto, era molto avanzato. Berlinguer morì nel 1984 e la necessità di smarcarsi preventivamente dal mondo comunista che affondava avrebbe richiesto di sanare preventivamente la rottura iniziata a Livorno nel 1921.

Invece il PCI, alle prese con la necessità di costruire un nuovo gruppo dirigente, rimase immobile e tale ritardo significò aprire le ostilità tra i partiti della sinistra e farsi sommergere impotenti dalla caduta del muro e dalla fine della Unione Sovietica. Il crollo dei regimi dell’est e poi dell’Unione Sovietica segnarono la fine del comunismo inteso come esperienza storica ed è inutile rivoltare la frittata dicendo sì, però l’ideale rimane. Secondo me il PCI si mosse in ritardo e l’antagonismo concorrenziale con il PSI fece il resto.

e poi venne giù il castello comunista

Nel momento del crollo del comunismo, alla casa del Popolo di Villasanta, si fece una bella serata di discussione. Comparvero persone che non si vedevano da una vita; parlarono persone che non parlavano mai. Erano disperate per la fine di un progetto a cui avevano dato tutto.

Volli essere ottimista mettendola sul fatto che la fine della competizione anche militare tra quei due mondi avrebbe messo in campo nuove risorse ed energie per l’umanità. Tutto quello che si spendeva in armamenti sarebbe andato in aiuti ed investimenti all’interno e per il terzo mondo. Ci credevo davvero, ma non è andata esattamente così su scala mondiale perché, come si è visto, Gorbaciov, molto popolare in Occidente, non lo era altrettanto in patria.

La Russia ha dapprima incassato il crollo dell’Unione Sovietica e poi ha ricominciato una politica sui confini occidentali che sogna la ricostituzione del vecchio impero zarista, poi staliniano-brezneviano e ora putiniano. Non è rimasto nulla di quello in cui avevo sperato: l’uomo nuovo educato alla razionalità scientifica e alla materialità della vita.

Non solo non è scomparsa la religione ortodossa che, come dice il nome, è in perenne ritardo culturale rispetto alla Chiesa romana, anzi la Chiesa ortodossa è diventata una delle stampelle importanti nel sistema di potere putiniano sempre pronta a giustificare le peggiori efferatezze.

La Russia si è rivelata un paese in perenne ritardo sui processi di rinnovamento sociale, tecnologico e culturale, sempre alle prese con le tematiche delle nazionalità, con i problemi del Caucaso che, ai vecchi tempi erano stati risolti con il tallone di ferro, mentre ora esplodono a macchia di leopardo.

E’ rimasto in piedi un paese che campa sulla enorme estensione del territorio e sulla ricchezza di materie prime con un sistema di gestione del potere basato sulla alleanza tra i nuovi capitalisti che hanno fatto i soldi all’ombra di Putin e il colosso militare che influenza la economia e fa da collante ideologico (il mito della grande Russia e della grande guerra patriottica).

in Italia dopo l’89

Intanto in Italia invece di puntare ad unico partito progressista in cui si incontrassero la moralità e l’organizzazione del PCI con l’innovazione del PSI si giocò la carta della reciproca distruzione e così ci ritrovammo Di Pietro e Berlusconi, poi Grillo e Salvini e infine Giorgia Meloni. Come diceva Nenni, troverai sempre uno più puro di te che prima o poi ti epura.

Non ho aderito alle diverse forme di organizzazione assunte dagli eredi del Pci essenzialmente perché ne ho visto un insufficiente coraggio nel rinnovarsi e incapacità di affrontare il superamento della storia del comunismo (PDS prima e DS poi). Nei primi anni 90 ci fu anche un brutto incidente politico mentre ero capogruppo in Consiglio Comunale. Lavorai per un anno in accordo con il gruppo, per dar vita ad un unico gruppo consiliare riformista che unisse gli 8 del PCI-lista aperta e i 6 del PSI per spezzare gli equilibri politici villasantesi (1 repubblicano, 1 socialdemocratico e 14 democristiani). All’ultimo momento la maggioranza del gruppo PCI cambiò idea. Credo che ci sia stato un intervento dall’alto e fu la rottura.

La II repubblica non ha rinnovato nulla e riprodotto la corruzione. Ho sperato nel partito democratico prima maniera, poi vista la deriva vecchio stile ho creduto nella speranza di rinnovare l’Italia ponendo mano alla II parte della costituzione. Ma pare che in Italia i riformisti, si tratti di istituzioni o di politiche sociali non godono di buona stampa e io osservo il tutto con amarezza e delusione.

Ci sarebbe molto da dire e da scrivere ma questo capitolo riguarda il periodo dal 77 al 91. Cisarà tempo e modo, più avanti di gettare uno sguardo sull’oggi. Come ha scritto Armando Pioltelli, che non è più tra noi, a commento della II edizione “Oggi è peggio di ieri votano chi promette, e vincono gli ubbidienti e non i capaci. E’ per questo che abbiamo una classe politica molto scarsa. Ho conosciuto giganti con la quinta elementare mentre oggi non vedo più giganti ma il loro opposto”.


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


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Ilaria Salis, le case occupate e la destra becera

Ilaria Salis non mi è particolarmente simpatica perché fa scelte che non condivido. Pensa che antifascismo significhi menare i nazisti e che occupare case possa garantire il diritto a un’abitazione.

Però difendo la Salis quando viene trattata in modo indegno dalla pseudo-giustizia di Orban. Inoltre difendo il suo diritto alla libertà in quanto rappresentante di migliaia di elettori che condividono le sue posizioni.

Adesso vedo giornali e politici reazionari che vogliono che lei paghi 90.000 euro di affitto all’ALER perché un giorno di 10 anni fa è stata trovata all’interno di una casa occupata (ipotesi: 9.000 euro di mancato affitto all’anno). La richiesta di questi reazionari ha una sua logica che però loro stessi tradiscono non chiedendo la stessa pena pecuniaria per le decine di migliaia di occupanti abusivi di altrettante case popolari (ma questi reazionari sono gli stessi che parlavano sempre di “fumus persecutionis“?).

Di fronte a questa richiesta (che è arrivata persino dal Consiglio Regionale della Lombardia) la Salis e il partito per cui è stata eletta rispondono nel modo peggiore: rivendicano il diritto a lottare per la casa. E’ esattamente la risposta che desideravano i reazionari che la accusano. Ora possono scatenare un “dibattito” per dividere gli onesti (di destra) che pagano l’affitto e i disonesti (di sinistra) che non lo pagano.

Se io fossi un reazionario ringrazierei Fratoianni e C. per avere fatto quello che desideravo con ansia.
Se invece questi politici di sinistra avessero un minimo di intelligenza politica sceglierebbero un’altra strada.

Io al loro posto direi: “Cari accusatori, se un giorno di 10 anni fa la Salis è stata identificata in una casa occupata e poi nessuno si è mai più curato di vedere se l’occupazione continuava, significa che l’ALER ha abbandonato per 10 anni una casa che spettava a famiglie di lavoratori che ne avevano diritto. Questa è una grave colpa dell’ALER, non certamente della signora Salis che agli atti risulta essere stata in quella casa un solo giorno, quello dell’identificazione. Dato che non esiste alcuna documentazione che provi l’occupazione per altre giornate, occorre chiederle l’affitto di un solo giorno, senza però gli interessi maturati in 10 anni in quanto tale affitto non è mai stato chiesto prima (altra colpa dell’ALER)

Questa sarebbe la linea di difesa di qualunque garantista, in quanto nessun cittadino può essere accusato di colpe non dimostrate. Questa difesa sarebbe molto più politica della rivendicazione del “diritto a lottare per la casa“. Sarebbe molto più politica perché userebbe le armi dell’accusatore (paladino del garantismo) per accusare l’accusatore di mancanza di garantismo.

In generale credo che nei conflitti non si debba usare la propria logica, utile solo a ingigantire il conflitto, ma la logica dell’avversario per ritorcergli contro le sue stesse ragioni. Sarò un po’ vecchio stampo, ma per me questa si chiama Politica.




Le riforme sospese tra opposti estremismi …

e intanto si smarrisce il senso delle istituzioni

Che cosa sono le istituzioni? La risposta a questa domanda basica stenta ad emergere dalla foschia della tempesta verbale, oggi attraversata dai lampi del premierato e dell’autonomia.

Nell’immaginario collettivo, le istituzioni sono “palazzi”, “sedi”, “poteri”: il Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi, Palazzo della Consulta… Palazzi occupati e, in democrazia, occupabili e contendibili. Ma l’essenza delle istituzioni è altra.

Esse sono, innanzitutto, le regole rapprese e solidificate della convivenza civile e le reti di imbrigliamento del Potere politico, che tende per natura sua a franare sulle strade della società civile. Le regole addensano e formalizzano i costumi – l’etica storica – la morale individuale, il diritto, nella sua duplice faccia di moral suasion e physical constriction.

Sono il prodotto di un contratto sociale, che è, a sua volta, la risultante effettuale del conflitto e della cooperazione. Sono espresse nel formalismo del linguaggio giuridico, ma non perciò riducibili a formalismi o a galateo. Esse sono la forma di ogni società. Senza la quale, o la società esplode in mille conflitti o viene compressa da un potere dispotico. Gli esempi non mancano, né quelli del primo caso né quelli del secondo.

Il Nuovo Titolo V: una riforma necessaria e mal decisa

Il primo corollario logico di questo discorso è che le regole-istituzioni si definiscono insieme da parte di tutti i soggetti politici. Sulla politics e sulle policy ci si può scontrare, a lungo e ostinatamente, ma sulle regole occorre accordarsi.

Se non lo si fa, politics e policy vacillano. Naturalmente, sarebbe ingenuo ignorare che è fatale tentazione dei gruppi umani quella di proporre regole favorevoli agli interessi della propria parte.

Si sta seduti al tavolo delle regole, ma si guarda a lato, per prevedere se esse favoriranno i miei interessi o no. Tutti i soggetti seduti al tavolo sviluppano questo fisiologico approccio egoistico.

Si deve però prendere atto che nel sistema politico italiano questa fisiologia è divenuta patologia. C’è una data di inizio: l’8 Marzo 2001 il Senato ha approvato con la Legge Costituzionale n. 3/2001 la riforma del Titolo V della Costituzione – artt. 114-132 -, entrata in vigore, a seguito di referendum confermativo, l’8 novembre 2001.

La ratio della riforma era cogente da tempo: adeguare il dettato costituzionale all’istituzione delle Regioni, avvenuta vent’anni dopo il varo della Costituzione. In forza del nuovo dettato, la Repubblica non si identificava più con lo Stato, era più larga. L’art. 114 pone sullo stesso piano i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato quali entità costitutive della Repubblica.

Alle Regioni è riconosciuta ampia autonomia statutaria, legislativa, organizzativa e finanziaria. È la base dottrinale dell’autonomia differenziata. Il Nuovo Titolo V muoveva dal riconoscimento che nel Paese esisteva una questione meridionale storica, ancorché irrisolta, ma che stava montando, anzi era già esplosa, anche una questione settentrionale, di cui la Lega di Bossi era l’epifenomeno e la rappresentanza politica.

Era la presa d’atto che il sistema delle Regioni, nato in ritardo, rispecchiava, senza essere riuscito a ricomporla, la frattura scomposta del Paese. Le Regioni del Nord erano – sono – in grado di governare meglio dello Stato centrale, quelle del Sud lo facevano – e continuano a farlo – sempre peggio. Devolution, deleghe, autonomia differenziata avevano e hanno un solo senso: una gara pacifica tra loro e con l’Amministrazione centrale tra chi è più capace di amministrare le risorse pubbliche date. Ottimo!

Ma tale imponente riforma è stata approvata dal solo centro-sinistra. Il quale, nel tentativo di sottrarre in extremis, come nel 1994, il federalista Bossi alle spire avvolgenti di Berlusconi, ha perpetrato uno smaccato uso/abuso politico di riforma. Da allora in avanti, prima Berlusconi e poi Renzi hanno provato a varare riforme della forma-governo, sempre per via unilaterale.

Sottoposte a referendum confermativo, ha sempre vinto il NO. Anche perché l’invenzione del referendum confermativo avente per oggetto questioni costituzionali complicate, tradotte in quesiti formulati in linguaggio astruso, non è stata felice. Così la posta in gioco finisce per essere, ogni volta, il consenso non all’oggetto del referendum ma al soggetto che lo ha proposto, cioè al governo di turno.

La politica, terra desolata

Venendo alla presente stagione e al cacofonico suon di lei, anch’essa si annuncia incapace di riforme istituzionali come le precedenti. E per le stesse ragioni. Perché il metodo adottato è quello dell’unilateralità settaria, al punto di intersezione di due arroganze: quella di chi governa, che fino a ieri si oppose strenuamente alla riforma del Titolo V e alla riforma Renzi, in nome della difesa della democrazia; quella dell’opposizione, che contesta, sempre nel nome della suddetta democrazia, le soluzioni, che a suo tempo propose con indomita arroganza.

Gli elettori assistono allibiti e disamorati a tale indecente spettacolo, mentre le curve tifose dei costituzionalisti embedded fanno la ola sui giornali e sulle TV.  Un dramma per il Paese, trasformato dai partiti in un melodramma, in cui si recitano tenzoni all’arma bianca e scorre, invece che sangue, sugo di pomodoro.

Così, chi prova a ragionare nel merito delle questioni, come Stefano Ceccanti, si becca da Travaglio l’insulto di inciuciador. E l’opposizione, con annesse Italia Viva e Calenda, chiama a raccolta oves et boves et universa pecora, allo scopo di far cadere il governo. Per salvare l’Italia. Nientedimeno! In realtà, per tentare disperatamente di accumulare macigni sulla strada del governo.

Nessuna discussione di merito. E così ai partiti di governo viene offerto un ottimo alibi per non discutere, a loro volta, dei buchi neri dei loro raffazzonati e frettolosi progetti di riforma. Ma si può dare loro torto, se le forze di opposizione non sono realmente interessate alle riforme? Giacché, se loro importasse seriamente, forse scoprirebbero che l’autonomia differenziata e, ancor di più, il federalismo regionale – cioè la responsabilità impositiva e di spesa – sono la cura della frammentazione del Paese, non la malattia; e che il premierato è la cura del perenne non-governo. Lo hanno sostenuto per anni.

Viene in mente, per analogia, quel che Salvemini diceva causticamente dei cattolici durante il periodo del Fascismo: Quando sono al potere invocano la verità, quando sono all’opposizione invocano la libertà.

Nessuna meraviglia, a questo punto, che almeno a metà del Paese questi opposti estremismi suonino alieni. Così la politica si presenta sempre di più come una waste Land, una terra desolata. E il dibattito politico? Interpellato, oggi Macbeth direbbe che è un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante niente.

 




1974-1976: la parabola di AO

III edizione giugno 2024

c’eravamo tanto amati

Il periodo che mi vide operare dentro il gruppo dirigente di una organizzazione della sinistra rivoluzionaria è il più difficile da raccontare perché, da allora, sono cambiato molto ed è stata la riflessione su quella esperienza a determinare la radicalità del mio cambiamento: non più rivoluzionario, non più comunista, non più fiducioso (come una volta) nella possibilità che le cose si possano cambiare attraverso l’impegno nella lotta politica.

Penso che siano necessari impegni di altro genere sul fronte educativo e della testimonianza e che comunque il pedale su cui spingere non sia quello della lotta di classe.

Perché se è vero che le classi sociali esistono e influenzano il procedere della storia, non è vero che esista una classe destinata a svolgere un ruolo palingenetico (il proletariato industriale) ed è discutibile, alla luce dei mutamenti sopravvenuti nel modo di produrre e di consumare nella parte finale del XX secolo e nei primi decenni del XXI, che in estensione e consapevolezza si possa continuare a parlarne come di una classe sociale.

Mi sono ritrovato ad essere più attento ai cambiamenti che vengono da lontano, che procedono lentamente e che determinano le scelte importanti nella vita nelle persone, come quelli che si determinano nella scuola. Cosa farò da grande? Qual è il mio stile di vita? Cosa penso  dei rapporti tra le persone? Per cosa vale la pena di impegnarsi?

Nel giro di pochi mesi, dall’estate del 76 ai primi mesi del 77 ho vissuto  una trasformazione molecolare molto profonda che non ha riguardato solo la politica e non principalmente la politica. Ho cambiato stile e modo di vita; sono molto più solitario e disincantato di un tempo, ho bisogno del rapporto fisico con la naturalità (dai boschi, ai fiumi, alla autoproduzione agricola; sono sempre una persona appassionata e disposta a giocarsi per le cose per cui vale la pena di vivere. Sono disincanto nei confronti di tutti i miti, ma dico sì agli ideali.

Marciavamo con l’anima in spalla nelle tenebre lassù
ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà.
Non sapevo qual era il tuo nome, neanche il mio potevo dir
il tuo nome di battaglia era Pinìn e io ero Sandokan.
Eravam tutti pronti a morire ma della morte noi mai parlavam,
parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà.
Mi ricordo che poi venne l’alba, e poi qualche cosa di colpo cambiò,
il domani era venuto e la notte era passata,
c’era il sole su nel cielo sorto nella libertà.

Sono i versi della canzone di Armando Trovajoli che fa da tormentone a c’eravamo tanto amati di Ettore Scola (la trovate su Youtube). Il film me lo sono rivisto e mi ha dato la forza per terminare il pezzo della autobiografia più difficile da scrivere (insieme a quello sulla storia di mio padre), quello del c’eravamo tanto amati.

Chi siamo stati:  Gianni, Antonio o Nicola? Il marpione, il proletario dalla fede indistruttibile o l’intellettuale sognatore, o forse tutti e tre insieme? Sentiamo cosa dicono:


– Gianni: Certo che la nostra generazione ha fatto proprio schifo.
– Nicola: Piuttosto che inseguire un’improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro.
– Antonio: Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai.
– Nicola: Credevamo di cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato a noi.
– Antonio: 306 seggi [della DC], e chi se lo poteva immaginare?
Gianni: Ti devo dire una cosa.
– Antonio: E che me vòi di’, lo so! Abbiamo sottovalutato un sacco di fattori che hanno concorso a mettercelo nel chiccherone: i soldi americani, la paura di Stalin, i preti, le monache, le madonne piangenti, la paura dell’inferno…
Gianni: Io e Luciana ci vogliamo bene. È questo che ti volevo dire.
– Antonio: Ci vogliamo bene… in… che senso?
Gianni: Ci amiamo

le cose positive che abbiamo fatto o che abbiamo contribuito a fare

Il giudizio positivo che dò su quel periodo non riguarda la sola Avanguardia Operaia, ma tutti i movimenti e le organizzazioni che, dal 68 al 75, riuscirono a determinare innovazioni e trasformazioni sul piano del costume, un riassestamento dei rapporti sociali a favore dei meno agiati, mutamenti nella legislazione e nelle istituzioni, cambiamenti nella Chiesa Cattolica e un generale spostamento a sinistra nel paese. Pensate a Pio XII e confrontatelo con Papa Francesco per farvi un’idea di come è cambiato il mondo.

Penso alla fine dell’autoritarismo che governava le piccole e grandi istituzioni (dalla famiglia all’esercito), al contratto dei metalmeccanici del 69 cui seguirono, in rapida successione, quelli delle altre categorie, alla affermazione dei diritti nelle fabbriche e nelle scuole, alle trasformazioni nella magistratura, alla abolizione dei manicomi, alla trasformazione delle carceri, alla democratizzazione nell’esercito e nei corpi di polizia, alla crisi del sindacalismo autonomo a favore di quello confederale, alla forte spinta verso l’unità sindacale, alla tutela della donna.  Tutte queste trasformazioni sono state opera nostra anche se, ovviamente, non solo nostra. E dunque le affermo con l’orgoglio se non del protagonosta, almeno del comprimario.

Tutto è iniziato da un processo generale e generazionale che ha riguardato l’intero mondo occidentale e i paesi dell’est; poi c’è stata una particolarità italiana dentro la quale abbiamo operato noi che, dopo il 68, facemmo la scelta di andare nei gruppi.

I senzaMao e la lotta rivoluzionaria per le riforme

Il libro che Silverio Corvisieri ha scritto sul finire del 1976 quando ha lasciato Avanguardia Operaia da sinistra per poi approdare, come molti di noi, al PCI – io almeno me ne sono andato dalla parte giusta che era quella della difesa delle istituzioni democratiche

Ho provato a rileggere alcuni dei documenti di allora e mi riesce difficile farlo perché rimango sùbito colpito sfavorevolmente dalla astrattezza di certe problematiche, del volersi ad ogni costo ritagliare un ruolo che in realtà non avevamo.

Ho riletto con attenzione I senzaMao del mio direttore al Quotidiano dei Lavoratori, Silverio Corvisieri, soffermandomi in particolare sul suo intervento al IV congresso di Avanguardia Operaia, quello della trasformazione di AO in un partito, anche se allora era vietato chiamarlo così.

Silverio ha il pregio della brillantezza giornalistica anche quando tratta di cose pesanti come le disquisizioni intorno al centralismo democratico, al rapporto tra il partito e le masse, alla definizione di proletariato nel contesto dell’Italia degli anni 70. Ma non mi ci ritrovo per niente sul piano razionale; allora non mi ci ritrovavo senza capire bene il perché; avevo l’impressione che ci fossero delle forzature.

Il titolo, I senzaMao, deriva dal fatto che in quell’anno (il 1976) dopo la botta delle elezioni politiche (a giugno) ci fu la morte di Mao (a settembre) ad accrescere il disorientamento. Il vento dell’est aveva smesso di soffiare e noi, presto, saremmo stati in balia di quei matti della autonomia e dei terroristi conseguenti.

Per converso Silverio mi ha fatto tornare alla mente il tema della lotta rivoluzionaria per le riforme, una definizione di comodo che avevamo inventato per spiegare che eravamo per la rivoluzione socialista ma che, nel contesto dato, non era pensabile ragionare in termini di insurrezione.

Avevamo il doppio problema di smarcarci dagli spontaneisti del tutto e subito e, contemporaneamente, dire che non ci piacevano, perché troppo istituzionali e codiste, le posizioni di quelli del giro del Manifesto-PDUP, i togliattiani di sinistra impegnati nel tentare di spostare a sinistra il partito comunista.

Mi pare emblematico che si tratti di una questione che non interessa più a nessuno, a differenza dell’ottenimento di risultati di trasformazione degli assetti istituzionali. Anche io rimasi affascinato dalla idea di fare la rivoluzione attraverso le riforme leggendo nell’estate del 68 un libro di Andreè Gorz, il socialismo difficile. Gorz era il vicedirettore di Les Temps Modernes, la rivista di Sartre. Ne ho parlato nel capitolo dedicato al 68 e ci ritorno sopra volentieri.

Quella di Gorz era la corrente dei riformisti rivoluzionari. I riformisti rivoluzionari rifiutavano l’esperienza del socialismo reale e vedevano in un movimento di massa in grado di imporre riforme strutturali il nuovo modo di arrivare al socialismo nei paesi dell’Occidente. In Italia, il maggiore esponente di questa linea di pensiero era Bruno Trentin (insieme a Lelio Basso) e si trattava di una delle tante correnti di pensiero di matrice luxembourghiana che giravano per l’Europa.

Quel libro lo discussi passo dopo passo con Oskian e Claudia Sorlini che ne criticavano la insufficienza in nome del leninismo e, alla fine di quelle discussioni, decisi di entrare in AO: vi trovai belle persone, alcune con una storia antica dentro il PCI, altre emergenti come Oskian o Randazzo, tutte decise a rifondare il comunismo passando da Lenin ma senza fare sconti all’URSS.

la crisi nel gruppo dirigente

La seconda fase del mio impegno in AO, a partire dal 73, con una serie progressiva di promozioni e crescenti assunzioni di responsabilità fu caratterizzato da due elementi:

  • bisognava crescere e rafforzarci perché, se i tempi della rivoluzione non dipendevano da noi, dipendeva da noi il fatto di arrivarci avendo risolto il problema della guida del processo rivoluzionario. Far emergere il partito attraverso un processo di scomposizioni e ricomposizioni nel quale AO, pur non essendo l’embrione di tale partito, doveva giocare un ruolo principale
  • stavamo trasformandoci da gruppo semilocale, a Organizzazione Nazionale, a un simil-partito e ciò comportava un rafforzamento dell’impegno, il non farsi troppe domande, stringere i denti e puntare ad allargarci; accettare di essere inviati in giro per l’Italia a gettare il seme, cedere i propri beni materiali alla organizzazione, rinunciare alla professione post laurea nel caso dei quadri del movimento di scienze.

E’ questa la ragione per la quale, comportandomi come uno stronzo, lasciai passare senza muovere un dito un episodio come la radiazione/espulsione di Maurizio Bertasi, Flavio Crippa e Pietro Spotti (rei di lesa maestà per aver osato mettere in discussione le decisioni del segretario politico e della supersegretria che lo contornava). Alla stessa stregua considerai accettabile la non spiegazione circa l’auto-allontanamento dal giornale di Silverio Corvisieri. Il fondatore del giornale se ne andava, non salutava nemmeno la redazione; c’era qualche problema ma non era il caso di parlarne: passo fermo e sguardo in avanti verso il sol dell’avvenire.

Dopo la pubblicazione della prima versione di questa autobiografia ho ricevuto numerose testimonianze relative al Comitato Centrale della espulsione-radiazione cui non partecipai perchè c’era da confezonare il Quotidiano. Non fui presente al Comitato Centrale ma lo fui alla riunione precedente della segretria estesa ai membri del C.C. milanesi. Ho letto il verbale che ne fece Umberto Tartari. I tre che espongono i loro dati; Oskian e Vinci che li contestano e noi tutti zitti.

Molti compagni che presenziarono al successivo Comitato Centrale descrivono un clima pesante, il non trovarsi d’accordo ma avere paura di parlare, per finire con le richieste di autocritica a quei pochi che osarono dire qualcosa.

Non c’era tempo, bisognava fare e così si finiva per non fare domande e nemmeno farsele. Per esempio dalla lettura dei senzaMao vedo che nella decisione di Silverio di lasciare il giornale e tornare a Roma c’erano sia elementi di logoramento personale, sia l’emergere di preoccupazioni politiche per il processo che ci stava facendo avvicinare al PDUP e allontanare da Lotta Continua. Probabilmente il pezzo su Gioia di Vivere e Lotta di Classe fu il suo modo di lanciare un sasso.

Apparentemente tutto filava liscio ma il fuoco covava sotto la cenere e un pomeriggio, in una riunione di segreteria nazionale, Luigi Vinci richiese a freddo le dimissioni del segretario nazionale Aurelio Campi accusandolo di gestione padronale del partito. Non ricordo se fosse la fine del 75 o l’inizio del 76 ma il fatto è di poco successivo all’allontanamento di Silverio dal Quotidiano. Era l’inizio di una storia durata all’incirca un anno in cui i due principali contendenti alternarono bordate, punture di spillo e giravolte strumentali.

Ho vissuto l’attacco ad Oskian come una autentica pugnalata tirata a freddo. In realtà c’era parecchio malessere nei confronti di Oskian per il suo decisionismo che molto spesso si trasformava in autoritarismo e a ciò si sommava il timore che stesse progettando una fusione-confluenza con la componente comunista (non psiuppina) del Pdup.

Mi sono poi reso conto, dalle successive dinamiche in Ufficio Politico, che si trattava di un atto preparato con cura da Luigi Vinci (che controllava l’apparato e l’organizzazione), in accordo con molti segretari regionali. Così Avanguardia Operaia, in un momento in cui sarebbe servito il massimo di iniziativa politica e di unità interna, sia prima, sia dopo le elezioni del 76, fu invece vittima di una crisi al vertice tenuta lungamente segreta, ma che non le fece certamente bene.

In quei mesi mi resi conto frequentando i gruppi dirigenti di AO e del PDUP di quanto pesassero le miserie personali nel determinare le scelte politiche e quello fu il primo disvelamento del fatto che non basta credere nel comunismo e appellarsi ad esso per essere all’altezza del compito.

Con il IV congresso dell’ottobre 74 Avanguardia Operaia fece uno sforzo per guardare lontano, stare dentro i movimenti sociali ma, contemporaneamente, cercare di costruire una analisi della società italiana che facesse i conti con le caratteristiche dei due blocchi sociali che riscuotevano il consenso della gran massa degli italiani: il blocco intorno alla DC e quello intorno al Partito Comunista.

Ma una parte del gruppo dirigente storico guardò a quel tentativo con sospetto, come una forma di liquidazionismo. Se devo fare un paragone un po’ forte, ma che aiuta a capire, nel momento in cui avevamo bisogno di Gramsci AO si rifugiò nelle braccia di Bordiga travestito da Lenin.

Il Comitato Centrale, con oltre 100 compagni, tutti con una storia di militanza importante, tutti dotati di esperienza politica, faticava a capire, anche perchè le divergenze reali non venivano palesate, se ne discuteva nei corridoi, in parte in Ufficio politico, ma mai in maniera esplicita. Vinci e Campi un giorno si davano ragione, ma appena temevano che dietro l’unità ci fosse lo zampino del diavolo, rovesciavano il tavolo.

Fu così, nella incapacità di capire cosa era era successo con il risultato delle elezioni di giugno (straordinario balzo in avanti del PCI, tenuta della DC, misero risultato della sinistra rivoluzionaria) che si produsse lo sgretolamento, dapprima lento e poi clamoroso delle tre organizzazioni principali della sinistra rivoluzionaria; AO, LC e il PDUP seguite subito dopo dal MLS.

Nessuna di esse era riuscita ad essere una alternativa a quei blocchi di consenso politico ed ora crollavano stritolate da un lato dal PCI e dall’altro lato dai movimenti della autonomia e dal terrorismo.

la mia reazione

Disgustato da come si svolse la discussione intrecciata tra il risultato deludente delle elezioni politiche e la prospettiva di unire o meno Avanguardia Operaia e il Pdup, decisi di andarmene e nei primi giorni di luglio 76 preparai anche un poderoso documento politico di dimissioni dalla organizzazione a cui avevo dato tanto.

La manchette che apriva il lungo articolo in tre puntate in cui decisi che era ora di finirla con le chiacchiere da convento di clausura

Da qualche mese avevo iniziato a studiare le parti di teoria politica dei Quaderni dal carcere di Gramsci (in particolare le Note sul Macchiavelli) e mi rendevo conto che c’era un vuoto da colmare tra le intuizioni di Gramsci sulla democrazia, sul socialismo, sulla politica, sul blocco storico, sul ruolo della chiesa cattolica, sulla lotta culturale per la egemonia e il nostro appello al leninismo.

Il leninismo si era inverato in una realtà profondamente diversa da quella italiana e per di più, o forse per quello, aveva avuto una deriva fallimentare in cui il giacobinismo della prima ora si era ben presto trasfornato in autoritarismo e poi in una forma di totalitarismo burocratico in grado di garantire solo la propria sopravvivenza (com qualche milione di vittime).

Nel mese di luglio (mentre ero in ferie dal giornale) mi incontrai con Oskian e Claudia Sorlini per informarli della mia decisione di andarmene da una organizzazione che non aveva il coraggio di discutere a viso aperto. Oskian, che in quel momento non era più segretario politico, ma coordinatore di una segreteria collegiale che aveva il compito di preparare le tesi per il V congresso, mi convinse a rimanere promettendomi che si sarebbe aperta la battaglia politica e non quella personale.

Misi da parte il documento di dimissioni (che è rimasto chissa dove in una agenda e si è perso con lei) e nei primi giorni di agosto pubblicai in tre puntate, sul quotidiano, un lungo articolo dedicato alle prospettive che ci stavano di fronte e a quella che secondo me poteva essere la strada per uscirne. Lo trovate qui “perché ho votato contro al Comitato Centrale“.

Di questioni politiche ce ne sono dentro molte e ciò che mi ha colpito è l’insistenza sulla necessità di una riflessione teorico politica di grande respiro, insieme a problematiche di tipo minore che, con gli occhi di oggi, mi fanno sorridere.

A settembre, al rientro dalle ferie dei dirigenti, mi aspettavo una discussione politica (e come si vede dalla D di dibattito nella manchette, pensavo di farlo sul giornale); invece fui processato in Ufficio Politico per aver infranto il Centralismo Democratico e mi venne messo al fianco, in funzione di controllo, Vittorio Borelli, trasferito da Verona e del tutto digiuno di giornalismo.

In redazione non la prendemmo bene, anche perché, come si vede dalla lettura del testo, si trattava di un contributo politico del tutto legittimo nell’ambito della discussione su come arrivare al V congresso di AO.

Le congiure di palazzo e le manovre di corridoio continuavano da entrambe le parti. Non me la sentii di continuare con l’ottimismo della volontà e ai prmi di ottobre decisi che era meglio andarmene e tornare al lavoro minuto, ma importante, di docente. Rimisi il naso in redazione una volta sola quando ci fu lo scontro a fuoco (di cui ho parlato nel pezzo dedicato agli anni del QdL) in cui morirono Walter Alasia e due funzionari di polizia.

un cambiamento profondo

L’esplosione del terrorismo e la violenza dei movimenti della autonomia mi convinsero della necessità di seguire altre strade e lavorare più in profondità. Non abbandonai la passione politica, ma abbandonai l’idea della politica al primo posto, quella del rivoluzionario di professione che sarebbe meglio chiamare uomo ad una dimensione.

Non fu una decisione immediata, ma progressiva. Ricordo che, nei primi mesi del 77, alla assemblea in cui la destra di AO decise di andarsene e aderire al PDUP partecipai, ma mi sentivo ormai un osservatore esterno e non un protagonista. Non ricordo nulla dell’incontro residenziale che si tenne a Rocca di Papa; alcuni amici che proseguirono in quel percorso mi dicono che feci un intervento importante ma non mi è rimasto nemmeno il ricordo. Mi ritrovavo con tante persone a cui volevo bene ma che stavano per intraprendere un ennesimo tentativo volontaristico.

La parabola di AO si era visibilmente chiusa anche se la maggioranza ottenne risultati tra il 70 e l’80%; altri tentarono di fare DP e in quel periodo mi resi conto della drammaticità della situazione.

Il terrorismo cresceva, faceva le rapine, gli autonomi erano alla ricerca dello scontro per lo scontro, la popolarità delle BR nel brodo di coltura della autonomia operaia cresceva, iniziavano gli omicidi e i miei ex compagni continuavano a fare i distinguo come nello slogan infelice nè con lo stato nè con le BR, come se lo stato democratico, le BR e prima Linea, si potessero mettere sullo stesso piano.

Tutti quei tentativi, per quanto generosi, che avevano caratterizzato la mia vita nella prima metà degli anni 70, per quanto animati da persone appassionate, sul piano della soggettività, finirono nel nulla. Non fu così, come ho detto all’inizio, per le trasformazioni che si determinarono nella società e negli assetti istituzionali. L’Italia era cambiata in meglio e noi avevamo fatto la nostra parte.

In questi anni, molti di quei compagni che hanno fatto parte di quel gruppo dirigente sono venuti a mancare e li voglio ricordare, al di là dei dissensi e della diversità di percorso: Marco Pezzi di Faenza, il primo a morire; Attilio Mangano, Umberto Tartari, Severino Cesari, Franco Calamida, Vittorio Rieser, Massimo Gorla, Pietro Spotti, per restare a quelli che conoscevo direttamente.


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


I commenti dei compagni di allora sono benvenuti e, perché ne rimanga traccia, vi prego di metterli sotto l’articolo e non sulla grande cloaca di Facebook. Già, per effetto delle precedenti edizioni, ce ne sono un certo numero.

Questo è il breve commento con cui ho accompagnato il link su FB

C’eravamo tanto amati … e poi il “giocattolo” si è rotto, il mondo è cambiato e ciascuno di noi ha fatto le sue scelte.
Verso quelle persone con cui ad un certo punto si determinò una rottura conservo un grande senso di simpatia e negli anni tutte le spigolosità sono sparite e voglio bene a tutti loro. Qualcuno con orgoglio dice “volevamo cambiare il mondo, non ci siamo riusciti, ma il mondo non ha cambiato noi”. Detta così non la condivido perchè vivere vuol dire essere disposti a cambiare e ad accettare il cambiamento. La nostra vita, la vita di tutti è bella perché è caratterizzata dal mutamento.



1972-1974: AO Monza e Brianza e vacanze

III edizione – giugno 2024

1973 con Paolo Di Paola ad una manifestazione a Milano in piazza Duomo insieme alla sezione di Monza

Quando sono partito per il militare a ottobre del 1970, Avanguardia Operaia era un gruppuscolo milanese che stava mettendo in piedi i CUB in alcune grandi fabbriche (Borletti, Pirelli, ATM, SIP, Candy, Philips, Sit Siemens, Carlo Erba).

Grazie all’azione egemonica di Vanghelis Oskian, si era annesso gran parte del gruppo dirigente del movimento studentesco di Scienze (Fisica, Matematica, Biologia, Geologia e Chimica) e stava facendo la stessa cosa all’ITIS Molinari.

Alla facoltà di Scienze si era appena effettuata la divisione della cellula in due e c’erano state tre occupazioni (68, 69 e 70). Sono partito per il CAR a Palermo in maniera abbastanza improvvisa perché, per evitare inutili attese connesse alla burocrazia dei rinvii, avevo richiesto di essere sottoposto a nuova visita (essendo stato dichiarato C3, cioè abile ma non del tutto). Mi hanno dichiarato idoneo e così, nel giro di neanche due mesi ho fatto i bagagli.

Durante il servizio militare ho avuto rapporti solo sporadici con AO anche se, a Palermo, c’erano quelli del centro Karl Marx di Mario Mineo (che poi avrebbero aderito al Manifesto) e a Treviso avevo avuto qualche contatto con i nostri compagni di Venezia.

Quando sono tornato, ho trovato una realtà in grande espansione. Il movimento dei CUB era cresciuto in qualità ed estensione, AO era presente in maniera importante in tutte le facoltà universitarie, si era sviluppato un importante movimento tra gli insegnanti e la presenza tra gli studenti medi milanesi, partita dal Molinari e dal VII ITIS, era diventata enorme, mentre nostri compagni avevano dato vita al comitato d’agitazione dei Lavoratori Studenti.

Preso atto che l’Università era terminata, che avevo rinunciato a rimanerci a fare ricerca per via della politica al primo posto che mi avrebbe inevitabilmente portato a trascurare la Fisica, che non mi andava il lavoro nel privato, feci la scelta di insegnare.

Poiché la nomina l’avevo avuta per l’ITIS di Sesto, a livello milanese si decise che sarei andato a farmi le ossa alla neonata sezione di Monza.

lavoro di massa nelle fabbriche

Una premessa: sono passati un po’ di anni e se dimenticherò di richiamare il ruolo di qualcuno, me ne scuso in anticipo. La sede, in via XX settembre, era ricavata, da un negozio con una sola luce e un retrobottega (due locali: il negozio per le riunioni e il retro a fare da magazzino per bandiere e manifesti, sala ciclostile). Dopo di noi ci è entrato un parrucchiere da uomo. Sull’angolo con via Magenta, c’era una osteriaccia gestita da dei cremonesi che facevano trattoria a pranzo e degli ottimi panini al salame. Il riscaldamento era con stufe a Kerosene e il combustibile arrivava dalla generosità di mamma Biassoni legna e carbone (con due figli nel MLS e una figlia in AO).

Quando arrivai la sezione era una specie di colonia per rivoluzionari di professione inviati da Milano (Michelino Crosti, Bobo uomo di organizzazione, Antonio Molinari che seguiva la Philips, Giorgio Calsamiglia che seguiva gli studenti).

la Philips e le altre fabbriche

Un caso un po’ particolare era quello della Philips che aveva la sede direzionale a Milano, dove c’erano Antonio Molinari, Renato Di Palermo e Stefano Fiorani, un centro ricerca a Monza all’imbocco della Valassina dove lavorava Franco Calamida e poi la grande fabbrica (vecchia e nuova) a Monza in fondo a via Borgazzi con migliaia di lavoratrici.

Così i milanesi della Philips facevano anche i pendolari su Monza dove i nostri due riferimenti operai erano Piero e Willy; Willy era biondo e con i capelli lunghi ed era il leader delle assemblee.

All’inizio l’intervento politico era unitario con quelli di Lotta Continua e ricordo di aver visto nella nostra sede della riunioni in cui era presente Mauro Rostagno. Paradossalmente, in una fabbrica piena di donne, i militanti rivoluzionari erano tutti uomini. Ma non era così per il PCI; oltre ad alcuni capi storici maschi, la persona di riferimento nelle assemblee era Adriana Colzani.

Naturalmente, oltre ai milanesi, c’erano i local, di solito leader nelle loro realtà: alla Candy, Franco Cogliati e Marino Capurso, alla Philips si è già detto di Piero e Willy, alla Singer Roberto Contardi, un gruppo alla Manuli con Giovanni Taddeo, un gruppo nelle aziende chimiche del cesanese, un altro gruppo alla Telettra di Vimercate, un gruppo alla Autobianchi di Desio. Non ricordo se il lavoro tra gli alimentaristi con Arturo Ferron sia iniziato allora.

Le fabbriche, in AO, erano una priorità, ma c’erano anche realtà importanti e interessanti tra gli studenti (al diurno e al serale).

i lavoratori studenti

Il movimento dei lavoratori studenti era in grande fermento e i due istituti tecnici serali erano in grande sviluppo; da 5 a 10 sezioni per anno di corso. Gli studenti lavoratori non erano, come è avvenuto in seguito, i drop out del diurno; erano lavoratori veri alla ricerca di un titolo che ne migliorasse l’inquadramento professionale.

Valeria (2019) e Armando (2023) ci hanno lasciato dopo una vita comune iniziata negli anni 70. Armando dopo AO, è stato in DP, nel PCI, in Rifondazione e infine nel PD sempre occupando ruoli di rilievo e applicando il suo chiodo fisso “uniti si vince” al punto di farne il suo pseudonimo.

All’Hensemberger c’era Armando Pioltelli (scomparso nel febbraio 2023) che di giorno faceva il CUB Pirelli e la sera il leader studentesco. Per l’Hensemberger bastavano lui e l’Angelo Maggioni (che mi insegnò ad andare in montagna partendo dal Resegone) a smuovere tutta la baracca.

Al Mosè Bianchi c’erano due professoresse, Silvana Biassoni che insegnava lettere e Joan Muggia, la compagna di Massimo Gorla, che insegnava inglese. E poi Carletto Varisco che lavorava nella più grossa azienda tessile di Monza, la Fossati e Lamperti, Joe Garancini di Arcore, ma dipendente dell’Autobianchi di Desio, Taddeo della Manuli, Massimo Beggio, Rossana che in seguito si sarebbe data molto da fare con il movimento delle donne.

Le rivendicazioni dei lavoratori studenti erano di tipo sindacale in senso stretto, connesse alla difficoltà a reggere il doppio impegno lavorativo e di studio e per noi di AO erano anche l’occasione per entrare in contatto con masse di lavoratori. Qualcosa di analogo stava avvenendo anche a Milano ed era già avvenuto a Fisica con la istituzione dei corsi serali.

le scuole medie superiori diurne

La situazione tra gli studenti del diurno per noi era più difficile, perché quello che, poco rispettosamente, chiamavamo gruppo Capanna, e che d’ora in poi chiamerò MLS (anche se nel tempo ci sono stati cambiamenti di nome), si era mosso con un anno di anticipo e aveva una struttura organizzata quasi in ogni scuola con al vertice Ezio Rovida, un monzese che conoscevo dai tempi del cineforum di GS quando lui frequentava lo Zucchi.

Ezio aveva incarichi di responsabilità nel movimento milanese e, contemporaneamente seguiva il movimento della sua città. Con il MLS i rapporti, per via di vicende milanesi, viaggiavano tra il concorrenziale e l’antagonistico e ci fu anche un quasi scontro nel 1973 come strascico di incidenti avvenuti in piazza Fontana a Milano tra i rispettivi servizi d’ordine.

Mosé Bianchi ed Hensemberger

Eravamo nettamente egemoni al Mosè Bianchi dove Paolo Di Paola governava assemblee e movimento. Intorno a lui c’era una nutrita schiera di compagni e compagne Pippo, Marco, Dario, Davide … Anna, Marcella.

Paolo era il leader delle masse e Marco quello della organizzazione.

All’Hensemberger la situazione stava evolvendo a nostro favore perché il CUB aveva un seguito notevole grazie all’azione di Giuseppe Dozio (informatica) e Danilo Porcellini (elettrotecnica). All’Hens le riunioni si facevano a scuola e il CUB aveva una sua sede aperta anche agli esterni.

le altre scuole

Poi c’erano singole realtà, ma di peso inferiore, sia allo Zucchi, con Nanda, Maddalena, Michela, Paolo e Luca, sia al magistrale con Valeria (che poi avrebbe sposato Armando Pioltelli).

Carlo Vittone (scomparso giovane nel 2013)

La nostra presenza al Frisi, dove l’MLS era più che dominante, si sbloccò quando Carlo Vittone, Roberta e Gianni Conte uscirono da quella organizzazione per aderire ad AO. Carlo, oltre che una testa di primissimo livello (dopo il Liceo vinse il concorso e divenne normalista a Pisa) era anche un leader naturale e dunque, nel giro di pochi mesi, acquistammo un certo peso anche all’interno del Frisi.

E’ stato una figura importante della politica monzese, assessore al Parco, eletto tra i verdi, editore di storia locale, si è spento prematuramente qualche anno fa.

A 17 anni era uscito di casa e viveva in una catapecchia con Roberta (fecero una figlia in quinta liceo), studiava quello che gli piaceva e ricordo di avergli fatto leggere Potere politico e classi sociali, un testo teorico sui rapporti tra sfera politica, sfera ideologica e sfera economica, di un allievo di Althusser, Nicos Poulantzas, quando aveva 18 anni.

dalla sezione alla federazione Brianza

Intanto, vuoi per i lavoratori studente, vuoi per simpatia, vuoi per il pendolarismo scolastico, la presenza di AO sul territorio della Brianza si allargava con la apertura di nuove sedi, in proprio o compartecipate con collettivi e movimenti di paese.

  • ad ovest: Desio, Seregno, Cesano, Muggiò con una presenza sia territoriale, sia nelle fabbriche, sia nelle scuole
  • a nordest: Merate, Cernusco Lombardone, Vimercate con la Telettra, Agrate con la SGS, Bellusco, Busnago, Villasanta con la Delchi, Concorezzo, Arcore, Brugherio. Il gruppo di Cernusco era particolarmente attivo e, tra le altre cose, mise in piedi Radio Montevecchia.

A 25 anni nel settembre del 71, il giorno del matrimonio

Si formavano nuove cellule, punti di intervento nelle scuole come a Desio, Seregno e Cesano, comitati di paese. Questi erano una mia fissazione; la necessità di un radicamento territoriale dove si vive e non  solo dove si studia o lavora.

Il prestigio e l’appeal di Avanguardia Operaia crescevano, anche come effetto della uscita del settimanale, per il quale la organizzazione si era data una politica che giudico intelligente.

Ogni militante versava settimanalmente la sua quota di finanziamento che restava in parte in loco (per la sede, la carta, la vernice, …) e in parte andava al centro. In compenso il settimanale (che costava 100 lire) ci veniva fornito gratuitamente e, il ricavato della vendita militante, restava alla sezione. Ci impegnammo a fondo; vendevamo tra le 800 e le 1000 copie del settimanale e ben presto, con il ricavato, fummo in grado di assumere Paolo di Paola come funzionario.

la nuova sede

Era un bel passo in avanti; voleva dire sgravare i compagni da una serie di incombenze organizzative e lasciarli concentrati sul lavoro politico. Il passo successivo avvenne tra la fine del 73 e l’inizio del 74 e fu il trasferimento nella nuova sede di via Volturno all’angolo con via Magenta (la via degli Artigianelli).

La sede e il suo arredamento furono recuperati da Pietro Spotti, un ragioniere di Cesano che lavorava a Monza presso una concessionaria di moto di proprietà dei Fossati della Star. Piötr era l’organizzazione fatta persona; pragmatico e abile, non solo mise in piedi la sezione del nord ovest, ma mi diede una mano notevolissima nel tenere in ordine i conti della neonata federazione di Monza e della Brianza, oltre che ad ampliarne l’ambito di intervento.

La nuova sede era al primo piano di un edificio che ospitava ancora, al piano terra, una fabbrica di confezioni, mentre al primo piano, dove c’era stato un cappellificio, entrammo noi: terrazzino, servizi igienici, due locali a destra, due a sinistra, un soppalco sopra i locali che andava benissimo come deposito, e poi un grande salone da 400 posti che Pietro arredò recuperando gratis le poltroncine in velluto rosso del teatro Villoresi, che dovevano essere sostituite.

Il funzionamento della sede richiedeva la presenza praticamente costante di qualche compagno/a e una grossa mano venne da Elena Ferrari (la moglie di Renato Di Palermo), biologa e insegnante, che si occupava un po’ di tutto e coordinava le persone.

Inaugurammo la sede con un concerto di Ivan della Mea e il salone era pieno zeppo. Eravamo dei veri brianzoli: braccino corto e passi commisurati alle possibilità. Dunque gli acquisti, dalla carta ai ciclostili nuovi, al fotoincisore, si facevano se c’erano i soldi; se non c’erano i soldi, prima si facevano le sottoscrizioni, e solo dopo si procedeva all’acquisto.

Contabilità in ordine e bollette pagate con regolarità; d’altra parte questo aspetto in Brianza è un must; o rispetti le regole o sei fuori. La sede non c’è più, se andate su Google View street vedrete che anche lì, come per via Vetere a Milano, ci sono palazzine condominiali.

Prima che abbandonassi Monza per andare al quotidiano facemmo anche un congresso di Federazione della Brianza incentrato sulle specificità del nostro territorio e sulla costruzione del partito su scala nazionale.

Ma non c’erano solo riunioni e volantini. La sera, al Mosè Bianchi il bar era una occasione di socializzazione e nel periodo 72/74 orgnizzammo anche un ultimo dell’anno in Alta Val Brembana in una cascina abbandonata in cui il problema principale fu quello di resistere al freddo di montagna in un ambiente che veniva riscaldato con camini e stufe a legna per la prima volta dopo anni. Eravamo un centinaio e, in un’altra occasione, ma in minor numero andammo all’Aprica in una struttura tipo colonia, per le vacanze sulla neve.

nel gruppo dirigente di AO

l’insegnamento all’ITIS di Sesto

Il lavoro, quello di docente, non mi impegnava più di tanto. All’ITIS di Sesto eri un ottimo insegnante se riuscivi a tenere in classe gli studenti perché Lotta Continua, che organizzava il Movimento, manteneva la scuola in uno stato di perenne agitazione con la collusione di un Preside che poi, grazie ad una vertenza incardinata dalla sezione sindacale CGIL, riuscimmo a cacciare perché concedeva tutto pur di farsi gli affari suoi.

All’ITIS la sezione sindacale della CGIL Scuola raggruppava la grande maggioranza dei docenti e in quegli anni partecipai anche al congresso sestese; rappresentavo la mozione della sinistra e mi trovai davanti come alter ego per la maggioranza, Giovanni Bianchi che allora era segretario provinciale delle ACLI, una persona in gamba.

Nel 1973 si tennero i corsi abilitanti speciali e l’ITIS di Sesto fu sede di quelli per Fisica (con sottoclasse matematica). In sede d’esame ebbi qualche frizione con il commissario di Fisica (un docente della statale che avevo già conosciuto da studente, e che mi conosceva), su problematiche riguardanti l’entropia, nessun problema per matematica. Così, a partire dal 74/75, entrai nella sfera dei garantiti (gli abilitati). La cosa mi sarebbe stata utile nel 76/77 quando, dopo il lavoro al QdL, decisi di rientrare a scuola.

Il movimento degli studenti aveva ottenuta la promozione garantita e l’obiettivo più avanzato contro la selezione meritocratica era quello del voto minimo uguale per tutti. Potete capire, viste le mie opinioni a favore del merito, cosa ne pensassi. Gli studenti li tenevo in classe, riuscivo anche ad insegnare loro un po’ di fisica e dunque ero considerato un buon insegnante.

Un ricordo che ho di quel periodo riguarda l’assassinio di Calabresi. C’era grande disorientamento quando arrivò la notizia; pensammo ad una provocazione di Stato e io mi beccai del cagasotto da uno dei responsabili di Sesto di LC. Così, quando a distanza di anni saltò fuori la autoaccusa di Leonardo Marino che chiamava in causa Bompressi, Pietrostefani e Sofri non mi meravigliai più di tanto. D’altra parte Lotta Continua di Sesto, o almeno una sua componente, alimentò anche organizzazioni terroristiche successive.

gli impegni centrali in AO

Intanto ero sempre più assorbito dagli impegni negli organismi dirigenti nazionali. Seguivo tre commissioni nazionali e, per due di esse (questione cattolica e lavoro politico nelle forze armate), ero responsabile; l’altra era la commissione scuola.

Fui cooptato nel comitato centrale già alla fine del 72 e, nello stesso anno fui incaricato di redigere, per la rivista teorica della organizzazione (Avanguardia Operaia divenuta poi Politica Comunista), due saggi: uno sul lavoro politico nelle forze armate e l’altro su questione cattolica e questione democristana. Li potete trovare qui.

il saggio sul lavoro politico nelle forze armate

Il primo saggio era un misto di dati esperienziali e di approfondimenti teorici ripresi direttamente dagli articoli di Lenin che si trovano nelle opere complete. Avevo comperato i 45 volumi delle edizioni MIR Moscow, in francese, perchè erano rilegate e costavano solo 800 lire al volume contro il più del doppio di quelle degli Editori Riuniti. Negli articoli di Lenin, ovviamente assenti nelle varie edizioni delle Opere Scelte a cura degli Editori Riuniti, si trattava di questioni connesse al lavoro illegale, alla sua liceità e al modo di praticarlo.

Nel mio saggio, dopo i dati esperienziali e i riferimenti teorici, seguivano proposte di organizzazione e alla fine, in perfetto stile settario, invece di lavorare con Proletari in Divisa (i PiD messi in piedi da Lotta Continua) ci inventammo i CPA (comitati proletari antimilitaristi).

Ho riletto quel saggio nel 2020 e l’unica parte che salvo è quella non ideologica che descrive il funzionamento della macchina militare come strumento di condizionamento ideologico e di controllo delle masse giovanili. Nello stile di AO c’era anche tutta una parte di tipo documentario sul codice penale, sul regolamento di disciplina militare, sulle dichiarazioni reazionarie degli alti vertici militarii, sui rapporti tra esercito e ceto politico.

A partire dal 72/73 il sistema profondamente autoritario delle caserme, teso alla distruzione della personalità per garantirsi l’obbedienza cieca, entrò profondamente in crisi, perché nelle caserme entravano i giovani del dopo 68 che non tolleravano le regole insensate, l’autoritarismo forsennato e il nonnismo.

Ci furono lotte aspre, punizioni, repressione, ma anche vittorie. Inoltre, per effetto di quel lavoro, e della abitudine tipicamente leninista alla organizzazione e alla sicurezza, venimmo in possesso di materiale recuperato direttamente dai compagni che lavoravano nelle furerie o ai comandi di reggimento.

A chi si chiede se nel 73/74 ci siano stati o no tentativi para-golpisti, dico che la risposta è sì, ci furono. E’ un peccato che l’archivio riservato di AO sia scomparso ai tempi delle indagini  sull’omicidio Ramelli. Quello che venne rinvenuto dalla magistratura, a giudicare da quello che sono riuscito a capire leggendo le informazioni in rete, è probabilmente una parte di quel che c’era e potrebbe essere materiale interessante per gli storici.

il saggio sulla questione cattolica

La preparazione del lavoro sulla questione cattolica è stata per me l’occasione per imparare a scrivere sul serio: tecnica, capacità di documentazione, capacità di collegamento, capacità di sintesi, capacità di guardare avanti.

La proposta di occuparmi di questione cattolica venne direttamente da Aurelio Campi (che allora non si chiamava ancora così) con cui avevo lungamente fraternizzato negli ultimi due anni di Fisica.

Pranzavamo insieme, mi consigliava le letture, e poi, con Claudia, si facevano almeno un’ora di chiacchiere a ruota libera. Lì venivano fuori i miei trascorsi, la mia sensibilità, il non essere credente ma l’esserlo stato (e in maniera intensa), la conoscenza dell’humus della Brianza bianca.

Ne uscì un saggio di oltre 100 cartelle, pubblicato in due puntate, in cui si trattava di DC, di questione cattolica, di movimenti post conciliari, delle comunità di base e di cristiani per il socialismo.

Avanguardia Operaia stava diventando una organizzazione nazionale e da quelle due realtà cominciavano ad arrivare intellettuali che sceglievano AO. E’ così che è nata la commissione sui rapporti con il mondo cattolico; ricordo Rocco Cerrato di Bologna e Domenico Iervolino di Napoli. Quel lavoro è poi proseguito ai tempi di DP ma io ormai avevo scelto altri ambiti di impegno.

Nel 1974 ci fu anche il vittorioso referendum sul divorzio contro la accoppiata Fanfani-Almirante, cui AO partecipò in maniera combattiva con iniziative pubbliche, campagne di stampa ed alcuni manifesti curati dal vignettista Alfredo Chiappòri, nostro militante a Lecco . Il mio impegno con Cristiani per il Socialismo e con i Cattolici democratici di Pedrazzi e Gorrieri si accrebbe.

Mi ricordo, dopo la vittoria al referendum sul divorzio, la riunione nazionale dei cattolici che si erano impegnati per il no, un convegno di due giorni a Roma con il disorientamento di quelli che avevano esitato, come Piero Bassetti o altri esponenti della sinistra DC. C’erano Pierre Carniti e Bruno Trentin raggianti, e tanto esponenti di Cristiani per il Socialismo e delle Comunità di base.

segretario regionale

Intanto a Monza e Brianza eravamo arrivati a oltre 400 militanti e avevamo costituito la federazione sganciandoci da Milano perché, come insegna la storia, tra Monza e Milano non è mai corso buon sangue sin dai tempi della regina Teodolinda (diversità di mentalità e di senso della vita).

Sottolineo, a chi non ha vissuto quei momenti, che dire 400 militanti (tanti eravamo in Brianza) era molto di più che dire 400 iscritti. I militanti erano, a tutti gli effetti, dei rivoluzionari di professione che mettevano la politica e l’organizzazione al primo posto nelle loro scelte di vita.

AO si diede una doppia struttura regionale: la federazione di Milano con i suoi organismi e la Lombardia che raggruppava le sezioni e le federazioni delle altre province che, in ordine di peso numerico erano: Brianza, Saronno-Varese, Bergamo, Lecco-Sondrio, Brescia, Piacenza, Como, Cremona, Pavia.

Mantova, dove avevamo poca presenza fu raggruppata a Verona. Per ragioni rappresentative e dimensionali fui nominato segretario regionale. Monza, in quel momento era la federazione più grossa che avevamo a livello nazionale dopo Milano; così entrai a far parte, con gli altri segretari regionali, e con il gruppo dirigente milanese storico, dell’Ufficio Politico di Avanguardia Operaia.

Il direttivo regionale si riuniva una volta la settimana in via Vetere a Milano e, dopo che a novembre del 74 fui risucchiato dal Quotidiano dei Lavoratori, il mio posto fu preso, a Monza da Pietro Spotti, e nel regionale da Edo Ronchi di Bergamo (il futuro ministro dell’ambiente). Edo, più che uomo di governo, era uomo di lotta, ed è paradossale che proprio lui sia finito a fare il ministro.

Luigi Pinto sorridente e, nella immagine superiore, ferito a morte

la strage di Brescia

Era maggio e ci fu la strage di Brescia in cui rimasero uccisi, tra gli altri, due nostri militanti Giulietta Banzi e Luigi Pinto. Dal giorno successivo alla strage, sino al giorno dei funerali, feci la spola tra Monza e Brescia con la Aermacchi 350 che, nel frattempo, mi ero comperato dopo aver venduto una Fiat 500 che avevo appena acquistato. La sede era poco più di un buco lungo un viale della circonvallazione interna.

I funerali furono una cosa grandiosa. Organizzammo un treno speciale da porta Garibaldi; eravamo migliaia e, quando entrammo in piazza con il nostro striscione fu un boato di applausi e di slogan di incitamento.

Sulla figura di Pinto ho trovato questa bella e commovente ricostruzione che ne fece il Corriere nella edizione di Brescia: Luigi, l’insegnante giunto dalla Puglia che sognava di cambiare il mondo. Serve a capire chi eravamo e come eravamo: «Io non mi lamento. Il lavoro è una cosa seria, va fatta bene, con serietà». Diceva così, Luigi, al fratello Lorenzo.

La compagna più conosciuta era Giulietta Banzi : Giulietta, la rossa, la pasionaria che stava dalla parte dei ragazzi. Come scrissero i suoi studenti: “Strage di piazza Loggia: Giulietta Banzi, la prof che voleva cambiare il mondo
Sappiamo bene quali fossero l’intelligenza e la generosità della compagna Banzi, che abbiamo avuto a fianco in tutte le nostre lotte. […] Ha dedicato la sua vita al servizio degli umiliati e degli offesi, sacrificando senza risparmio le sue forze e il suo tempo in un impegno politico vissuto a parte intera. Viveva per la causa di chi è vittima”.

Riflettevo su questo aspetto della volontà di cambiare il mondo: fretta, passione e serietà. Eravamo fatti così. Se volete saperne di più, in occasione cinquantenario della strage ho cercato di fare il punto.

il IV congresso di AO

Sempre nel 1974 ci fu un altro evento epocale nella storia di AO, un evento del quale sono stato tra i protagonisti. Parlo del IV congresso che fu il primo a tenersi a Roma con delegati delle diverse federazioni che ormai coprivano tutta l’Italia.

Fu il primo con delle tesi congressuali vere e fu il primo in cui AO (che da allora si chiamò Organizzazione Comunista Avanguardia Operaia O.C.A.O.), cercò di dare un vero respiro nazionale alla propria azione politica uscendo dallo schema semplificato della lotta di classe, la fabbrica, la ristrutturazione, l’autoritarismo e così via.

Confrontandomi e ragionando con Aurelio ho scritto in buona misura la parte più politica di quelle tesi e mi sono sentito impegnato davvero nel processo di costruzione di una cosa nuova per la sinistra italiana. Aurelio Campi fu eletto segretario nazionale e i nuovi organismi dirigenti furono eletti in quel congresso.

Al fianco di Aurelio c’erano Luigi Vinci che seguiva la organizzazione sul piano nazionale, oltre che svolgere il ruolo di custode della ortodossia e Massimo Gorla che curava i rapporti internazionali. Nel 1975 ci demmo una struttura di segreteria Nazionale in cui entrarono, accanto ai tre citati che continuarono a formare una specie di super-segreteria, Claudia Sorlini (che seguiva il sociale), Franco Calamida (fabbriche), Francesco Forcolini (organizzazione), Giovanni Lanzone (scuola), Vincenzo Vita (cultura e circoli La Comune) e io (QdL). Ma della segreteria e del suo funzionamento si tratterà in un altro capitolo.

le vacanze, non solo politica

Gli anni a Monza furono anche gli anni delle vacanze in campeggio che vi racconto partendo dalla fine.

1974 Jugoslavia

Nel 1974 feci una splendida vacanza in Jugoslavia prima nella zona della penisola di Makarska, e poi verso Dubrovnik.

Da Trieste in poi siamo scesi lungo la costa senza una meta precisa. Abbiamo passato Fiume, Zara e Sebenico con ancora ben visibili gli elementi della civiltà dalmato-veneziana. Lo stesso si poteva dire per Dubrovnik (l’antica Ragusa). Le città della Dalmazia le abbiamo visitate sul ritorno.

Eravamo in due coppie, io e Bruna, Mariarosa Mariani e Gabriele Grimoldi (che lavorava alla Delchi). Ci vedevamo spesso la domenica perché loro si erano fatti una bella casa con terreno nelle campagne di Missagliola e così progettammo la vacanza estiva con una bella tenda con due camere, cucina e veranda neo acquisto da Bertoni. Le loro strade nel tempo si sono divise.

La Jugoslavia allora era abbastanza sgombra dal turismo di massa e alla portata di due categorie di clienti, la sinistra militante e i padroni degli yacht di lusso, ma tra le due categorie non c’era un grande scambio comunicativo.

Il paese di Tito ci apparve come un paese molto povero e con una economia di sussistenza. Compravamo il pesce e la carne in un villaggio lungo la costa abbastanza lontano dal campeggio per via delle strade non proprio dirette. La carne veniva tagliata al momento dai quarti appesi ai ganci, il pesce si prendeva direttamente dai pescatori e ci si intendeva a gesti. Per quasi tutta la vacanza la verdura fu costituita da peperoni gialli delle dimensioni di una piccola mela che costavano l’equivalente di 40 lire al chilo.

La frutta (fichi, pesche e albicocche) si coglieva direttamente dagli alberi del campeggio (ricavato in un frutteto). Unico problema era quello del rinfrescamento dell’acqua; vedemmo per la prima volta uno di quei grandi frigoriferi da esterno a loculi. Di giorno tra sole battente e aperture degli sportelli i loculi erano praticamente a temperatura ambiente e bisognava ricordarsi di riempire il proprio loculo la sera per ottenere un minimo di raffreddamento.

Le strade erano molto disagevoli e pericolose, compresa la litoranea. Ogni tanto a bordo strada si vedeva qualche motociclista a cui era andata male. Gli Jugoslavi avevano quasi tutti macchine Fiat ma, rispetto a noi, non c’erano i gommisti e neanche le pompe dell’aria compressa ai distributori. Le gomme se le riparavano da soli e poi le gonfiavano con le pompe a stantuffo di quelle che da noi si usavano per le bici.

A Dubrovnik ci siamo commossi vedendo un impianto di condizionamento della Delchi di Villasanta. Prima di tornare in Italia abbiamo comunque fatto l’esperienza dei Ćevapčići (salsicce molto pepate) e dei Ražnjići (polpettine di carne) oltre che del caffè turco preparato al momento per ebollizione nei caratteristici pentolini monodose di ottone stagnato.

1973 Sicilia

La vacanza del 73 fu nella seconda metà di agosto perché nella prima parte del mese io rimasi a presidiare la federazione di  Milano. Tutti erano in ferie ma come ogni anno si tenne la manifestazione per i morti di piazzale Loreto.

Era l’anno del colera e andammo in Sicilia, a Forza d’Agrò nella casa prestata da una infermiera originaria di lì e amica di Bruna. Forza d’Agrò si trova a metà collina tra Messina e Taormina. Il viaggio, memori della esperienza dell’anno precedente di cui si tratterà tra breve, fu fatto in due tappe con sosta a Frosinone in una piazzuola dell’autostrada per dormire un po’.

il castello normanno di Forza d’Agrò

A Forza d’Agrò visitammo l’antico castello normanno adibito a cimitero con le tombe sostanzialmente a secco per la difficoltà nello scavare. Ogni tanto si vedevano tibie e teschi tra le pietre delle tombe. A parte le condizioni precarie che sono aumentate, si trova ancora in quello stato

In Sicilia i bar disinfettavano tutto passando i bicchieri con grandi fette di limone; sui tetti delle case di Forza d’Agrò c’erano fichi e pomodori messi ad essiccare. Per via del colera non si trovava pesce fresco e ci nutrimmo di pesce surgelato.

Al mare andavamo appena sotto il paese ma visitammo Taormina, le gole dell’Alcantara, l’Etna e le valle laterali con i segni delle colate laviche, i monti Peloritani che mi colpirono per la grande differenza di vegetazione sui due versanti. Per non farmi mancare nulla mi si infettò un molare cariato e così ebbi modo di sperimentare i dentisti isolani andando per qualche giorno a Letojanni.

1972 Calabria

Nell’estate del 72 vacanza, sempre in campeggio, ma questa volta a Isola Capo Rizzuto, per la precisione a Le Castella (il rudere che si vede in Brancaleone alle Crociate). La nostra 127 verse oliva era praticamente nuova e commettemmo l’imprudenza di fare una tirata unica da Monza.

la nostra 127 con cui siamo andati anche in Sicilia e in Jugoslavia

Verso mezzanotte, nel tratto tra Lauria e Lagonegro, guidava Bruna, che mi aveva dato il cambio da poco, e io dormivo dopo aver abbassato lo schienale lato passeggero.

Mi sono svegliato di soprassalto con la macchina che saltellava, si inclinava e infine si fermava. Anche Bruna si era addormentata con in mano il volante. La macchina aveva proseguito diritto, piegando lentamente a destra, e dopo aver superato la banchina eravamo finiti dentro un cuneo di delimitazione stradale tra la banchina e una parete di cemento armato.

Per fortuna chi ci seguiva aveva visto la scena, si è fermato, ha preso atto che, a parte lo choc, eravamo sani e salvi, ma dentro un fosso e con la ruota anteriore destra che era esplosa. E’ ripartito dichiarando che avrebbe chiamato i soccorsi appena giunto a Lauria.

In effetti, dopo un paio d’ore è arrivato un carro attrezzi da Lagonegro, il meccanico ha visto che la situazione era sanabile, ha agganciato la 127 con noi dentro e ci ha trainato sino a Lagonegro. Una volta arrivato, vista l’ora, non ci ha proposto nulla, ci ha lasciati semisospesi davanti alla officina (così si evitava che scappassimo) e se ne è andato a casa a dormire dopo averci detto che ci si rivedeva la mattina dopo. Così è stato e, pur se con un giorno di ritardo, anche quella vacanza è incominciata.

Dal punto di vista gastronomico i ricordi principali riguardano il capocollo stagionato con il peperoncino e legato con frammenti di canne di bambù per tenerlo diritto; anche la ‘nduja e la pancetta, ma il capocollo era impagabile

Le Castella oggi

Allora a Le Castella non c’era quasi nulla oltre al campeggio e ad un cenno di paesino. La visione che se ne ha oggi da Google Earth, tra porto e insediamenti è impressionante.

Il campeggio era nel vallone di una fiumara e tempo fa, in un servizio del telegiornale, ho visto che è stato mezzo spazzato via da una alluvione dopo un potente acquazzone (erano passati 40 anni da quando c’ero stato io ed era tutto come prima).

Approfittammo della vacanza per visitare un po’ di Calabria e in particolare la zona della Sila. Strade piene di curve che non finivano mai. All’improvviso boschi di abeti, non sembrava di essere all’estremo sud e per la strada era pieno di ragazzi con panieri di vimini che ti offrivano i porcini a 1’000 lire al chilo.

Altri tempi


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Premierato e riforma-trappola

I presupposti di fatto che comandano il dibattito sul premierato sono due. Primo: gli Italiani hanno necessità oggettiva di un governo che sia capace di districarsi tra la giungla degli interessi individuali e di gruppo – tutti legittimi o quasi – per far prevalere l’interesse collettivo del Paese, che non è semplicemente la somma algebrica dei medesimi. Si tratta della somma della paralisi.

Secondo: la necessità oggettiva non si tramuta in una massiccia domanda soggettiva, perché i partiti e i movimenti che dovrebbero rappresentarla non ne sono convinti loro per primi. Quando si trovano a governare, si rendono conto che i bottoni della famosa stanza sono soltanto dei “trompe l’oeil” (inganni per la vista).Premono fortemente, ma non succede nulla. E perciò vorrebbero un governo “forte”. Ma quando passano all’opposizione sono ben lieti che il governo sia “debole”. Perché avviene questa “alternanza del non-governo”? Perché i partiti non riescono a porsi dal punto di vista generale del Paese, benché producano accese verbigerazioni sulla Resistenza, sulla Costituzione, sulla Patria, sulla Nazione. La fazionalità prevale sul Bene comune, comunque immaginato, per un intreccio di ragioni storiche più volte e da molti indagate.

Il Premier necessario e il premierato pasticciato

Questa breve premessa serve a spiegare perché il premierato che la Meloni sta cucinando rischi di bruciare in padella, prima di essere servito in tavola. Si intrecciano, in questa storia destinata ad un poco lieto fine, tre componenti: un’antica paura, la campagna elettorale in corso, i cattivi ingredienti della pietanza.

L’antica paura è quella de “l’uomo solo al comando”.  Il semi-presidenzialismo della Commissione D’Alema del 1998 “spaventò” Berlusconi: c’era il rischio del “Prodi al comando”.

Nel 2006 il premierato di Berlusconi spaventò i DS: c’era il rischio del “Berlusconi al comando”. Nel 2016 fu Renzi con il suo referendum a spaventare la destra e molta sinistra, unite nella lotta contro “l’uomo solo al comando”. Nel 2024 è il premierato, targato Meloni, a far temere alla sinistra un capo “fascista”.

In questo maggio 2024, tuttavia, majora premunt! Servono voti per le elezioni europee. Tutti i sondaggi danno l’astensionismo in aumento. I partiti corrono pertanto a fidelizzare/fanatizzare l’elettorato più stretto. Perciò accendono i toni, fanno mosse teatrali. Così la sinistra chiama alla difesa finale della Democrazia.

Quanto ai cattivi ingredienti della pietanza, qui la prima responsabilità è della maggioranza di governo, che, dopo mesi di melina interna, è corsa alla presentazione di un modello di premierato gravemente lacunoso.

La melina interna: aveva come oggetto lo scambio premierato/autonomia differenziata tra FdI e Lega. La lacuna grave: i punti chiave della legge elettorale, elemento essenziale della nuova forma di governo, saranno decisi solo dopo il varo della riforma costituzionale.

Il disegno di Legge che sarà discusso al Senato il 18 giugno prevede l’elezione diretta del Premier, stabile per cinque anni. Ottimo! Ma, con quale maggioranza minima? Con ballottaggio? E come garantire che il Premier abbia la maggioranza dei voti nelle due Camere?

Se si usa la proporzionale, occorre un premio di maggioranza. Ma a quale altezza? Si era partiti dal 55%, si è scesi al 42-43%, ma la Lega scenderebbe anche sotto il 40%. Si tratterebbe di un’iper-minoranza reale nel Paese. La maggioranza di governo si riserva di rispondere a queste domande solo dopo l’approvazione della riforma costituzionale.

Se la maggioranza ha deciso sconsideratamente per pura propaganda elettorale di partire dal tetto, giacché le fondamenta – cioè la legge elettorale – non le ha neppure progettate, è però riuscita a fornire un alibi perfetto all’opposizione, che, Pd in testa, si è blindata nella ridotta valtellinese – absit injuria verbis! – della “Costituzione più bella del mondo” e della denuncia non del “salto nel buio”, ma nella dittatura. Alla Benito? Alla Orban?

Quando una “riforma” istituzionale diventa una trappola

Poiché ambedue gli schieramenti sono convinti di vincere, rifiutano accordi in Parlamento e puntano al referendum confermativo, che non abbisogna di quorum: un’altra anomalia pirandelliana.

Così ci troviamo stretti da una tenaglia: se il premierato non passa, il “non-governo” continuerà come prima e, perciò, peggio di prima. Perché il meglio/peggio non si definisce da tempo in Italia e poco anche in Europa: è il quadro geopolitico che decide e che sta peggiorando. Un governo istituzionalmente forte è la richiesta minimale dell’attuale situazione internazionale.

Se il premierato non passa, allora finiremo in una trappola di conflitti istituzionali, che sono l’anticamera di conflitti radicali tra soggetti sociali e soglia di guerre civili. “O la va o la spacca!” ha dichiarato la Meloni in TV. Se perdo, lascio la politica, aveva dichiarato bullescamente Renzi. Se perdo, “chissene frega!” declama spavaldamente la Meloni. Già, ma se si spacca l’Italia?

La sconsolante morale di questa storia è che sui partiti non soffia nessuno spirito costituente. Nessuna Pentecoste, solo una fragile Torre di Babele, nella quale tutti parlano e nessuno si capisce. A quanto pare, l’unico terreno condiviso di unità nazionale dei partiti è la spesa pubblica e, perciò, il debito pubblico. Terreno che una vasta parte della società civile frequenta volentieri. Perché lì i conflitti si sedano, dando a ciascuno qualcosa, secondo un efficace anacoluto ambrosiano, quello dei mercati del bestiame: “Chi al vusa pü sé, la vaca l’è sua”!  E quando la biada finisce?  “Stiamo consumando le sementi”, scrisse profetico il grande teologo protestante Karl Barth nel 1925, in piena Repubblica di Weimar.




a proposito di redditometro e grande fratello

Non ne usciremo mai, ciascuno dice la sua, con le sue convenienze. Il viceministro all’economia Leo, che ho scoperto essere uno dei maggiori esperti tributaristi del paese, fa i conti con il fatto che nei conti pubblici tira una brutta aria legata ai provvedimenti di finanza allegra e al fatto che prima o poi dovremo sottostare alle inique leggi economiche di Bruxelles: dare dei segnali che si fa sul serio e non dico puntare a non fare nuovo deficit (lo fece Prodi), ma almeno puntare a ridurre la incidenza percentuale del rapporto deficit PIL, che vuol dire, il deficit continua ad aumentare, ma almeno lo fa diminuendo il ritmo di crescita.

Ricordo che sui recenti provvedimenti europei che impongono di farlo l’Italia si è chiamata fuori facendo ridere tutti.

Così Leo propone un intervento, non certo strutturale, ma qualcosa che consente di arrivare all’autunno avendo raggranellato qualche miliardo: il redditometro, un provvedimento che consente alla agenzia delle entrate di andare a vedere se c’è sproporzione tra reddito dichiarato e stile di vita.

Siamo sotto elezioni e … apriti cielo. Prima Tajani in maniera soft, poi Salvini in maniera più sguaiata e così Meloni interviene, smentisce il suo viceministro e blocca un decreto già in Gazzetta Ufficiale. Suo, per due ragioni: perché è un esponente importante del suo governo e perché è del suo partito.

C’è il diritto alla privacy, poi non bisogna confondere i beni di impresa con i beni personali perché se lo yacht è della ditta io posso continuare a dichiarare meno di un professore di scuola media; e allora giù con il Grande Fratello che ti scruta, ti entra in casa … Chi le tasse le paga non ha alcuna paura del grande fratello, anzi semmai chiede di semplificare ulteriormente, evitare di doversi occupare del 730 andando al patronato o dal commercialista. Ed è singolare che parlino di Grande Fratello esponenti di un partito come Forza Italia, che il grande fratello, quello della puttanTV lo hanno inventato.

In tutto ciò mi stupisce e mi sconcerta leggere che dalle parti della opposizione vengano chieste le dimissioni di Leo e di Giorgetti. Dimissioni di chi? Dimissioni perché? Opposizione a cosa?

 




dal ’68 al 2024

il 68 del 2024

L’occupazione di circa duecento campus americani – tra cui Berkeley, Harvard, Ucla –  del Trinity College di Dublino, di università in Francia – Sorbona e Sciences PO –  in Kuwait,  in Giordania, in India, in Giappone e i movimenti e le contestazioni alla Sapienza di Roma, alla Statale di Milano e di Torino, all’Alma Mater di Bologna annunciano un nuovo ‘68? Le analogie con quello di cinquant’anni fa non mancano.

Il motore di quello era a due cilindri: uno, la rivendicazione di spazi generazionali di libertà e di consumi dentro la società opulenta; due, la rivolta morale contro le ingiustizie del mondo. Alle spalle l’utopia di una nuova Storia, di “cieli nuovi e terra nuova”. Davanti pareva dispiegarsi un futuro di liberazione universale. “L’umanesimo plenario”, annunciato dalla Populorum Progressio, si poteva toccare solo allungando una mano verso l’orizzonte.

Quali le differenze rispetto all’oggi? Il firmamento che incombe su questo “ ’68 del 2024” è illuminato dalle stesse stelle, ma è luce di stelle morte. L’Età dello Spirito, prevista da Gioachino da Fiore, non è arrivata.

Le società umane, tutte, continuano ad essere colme di ingiustizie, di diseguaglianze, di esclusione, di violenza, di guerre. La violenza non è stata espunta dai comportamenti della specie. Insomma: c’è il Bene e c’è il Male, da sempre. La globalizzazione fa i conti con i propri successi e le proprie contraddizioni.

Otto miliardi di persone continuano ad essere divisi per nazioni, religioni, culture, stati e classi sociali. Per quanto riguarda l’Occidente bianco, la sua egemonia storica è messa in discussione da nuovi competitori globali in ascesa. La guerra preme alle porte dell’Europa da Est e da Sud-Est. L’Africa mediterranea è in ebollizione, quella centrale in rivolta.

Questo mondo complicato, conflittuale, pericoloso viene traguardato attraverso il prisma a tre facce dell’ideologia woke/cancel culture/politically correct. È maledettamente semplice e deformante.  La Storia diventa uno zaino troppo pesante da portare in spalla, meglio disfarsene.

Se l’imperativo categorico morale ci impone di abolire il Male, allora distruggiamo il passato storico, che è il Male, e perciò facciamo tabula rasa dell’Occidente capitalista, colonialista, sfruttatore, dominatore e manipolatore.

Negli anni ’60 era il marxismo la teoria-guida della liberazione, oggi sta diventando l’islamismo. Così lo aveva proposto Komeini a Gorbaciov in una famosa Lettera del 1989. Pare stia accadendo. E così nascono strani puzzle: islamo-marxismo, islamo-fascismo, rosso-brunismo, e, amarum in fundo, ondate di antisemitismo.

Conclusione: come osserva Gilles Keppel, lo studioso francese dell’Islam e del Medioriente, “una parte dell’Occidente si è schierata con i carnefici”, cioè con Hamas contro Israele; proclama nelle Università slogan tipo “Dal fiume al mare”, senza sapere dove si trovano l’uno e l’altro, non muove dito o piazza a difesa delle donne e dei ragazzi iraniani, torturati e impiccati in Iran, chiede di arrendersi a Putin, nel nome della pace.

Gli studenti occupano università prestigiose al grido di “Palestina libera”, confondendo i Palestinesi con Hamas, cancellano il pogrom del 7 di ottobre, dimenticano di chiedere la liberazione degli ostaggi, ignorano che Hamas non vuole uno Stato palestinese, a fianco di Israele,  vuole la sua distruzione. Quali le cause di questa deriva?

La caduta del sapere

La prima l’ha individuata Gilles Keppel, interrogandosi sulla plateale capitolazione di Sciences PO all’ideologia woke: “L’istituzione ha rinunciato al primato del sapere in nome della democratizzazione e dell’internazionalizzazione”.

Le istituzioni accademiche europee e americane, in particolare quelle a indirizzo umanistico, hanno fatto a pezzi le discipline, hanno frammentato gli insegnamenti di storia e di sociologia, sostituiti da corsi sull’anticolonialismo, sulla tratta transatlantica degli schiavi, su sesso e gender, su antirazzismo, su climatologia…  e, si intende, hanno abbassato l’asta delle verifiche. È questa una tendenza generale che risale al ’68, quello vero: innalzare la quantità e abbassare la qualità.

Così, mentre i settori STEM prosperano e sviluppano un’intelligenza tecnocratica asfittica, ma remunerativa, i dipartimenti umanistici – quelli che costruiscono la coscienza pubblica – hanno smarrito la fondamentale distinzione platonica tra δόξα, πίστις, ἐπιστήμη, tra l’opinione, la credenza, la scienza.

Il sapere è diventato opinione. Le classi intellettuali-accademiche, le gerarchie/burocrazie universitarie, “i chierici” si sono chiusi in un sistema autoreferenziale e automoltiplicativo.

Il lassismo, combinato con il valore legale del titolo di studio, ha prodotto una caduta generale del sapere collettivo, coperta da una diffusione massiccia via-social di ogni luogo comune. La caduta dell’insegnamento della Storia e della Geo-storia nella formazione della coscienza delle giovani generazioni incomincia nelle prime classi, si aggrava in quelle superiori.

Quante classi dell’ultimo anno arrivano a oltrepassare il 1945? Se i ragazzi pensano che la Storia contemporanea non esista e che si riduca all’Oggi che sperimentano qui e ora, chi glielo ha fatto credere?

“La trahison morale des clercs”

Un’altra causa, è forse quella decisiva, è quella già sperimentata tragicamente negli Anni ’30 del ‘900: “la trahison des clercs”. Un tradimento morale. Paradossale: perché è proprio nel nome della morale superiore alla Storia che la classe accademico-intellettuale e giornalistica sta rinunciando in questa contingenza storica alla difesa delle libertà. Sta perdendo i fondamenti di ciò che chiamiamo “Europa, Occidente, Democrazia liberale…”.

Come spiegare diversamente la spensierata viltà di interi Senati accademici, che cedono a minoranze violente che chiedono l’interruzione dei rapporti scientifici con le Università israeliane? O il tremore del Rettore dell’Università statale di Milano, che nega un’aula per un convegno su Israele, con il pretesto, smentito dalla Questura di Milano, della mancanza di sicurezza? Come non comprendere che questa è una china, lungo la quale qualsiasi minoranza che abbia capacità, vera o presunta, di minaccia è in grado di privare ogni altra della libertà di manifestazione del proprio pensiero? Che cosa spinge a questi cedimenti? La paura di perdere gli iscritti/clienti e quindi le cattedre e quindi i finanziamenti e quindi il potere di generare cattedre fasulle a mezzo di cattedre fasulle? È questo il miserabile segreto?

Abbiamo spesso ironizzato sulla figura dell’intellettuale organico del ‘900, che pretendeva di mettere le brache al mondo. Ma che dire di questi intellettuali disorganici, chiusi nei propri specialismi (?), nelle proprie carriere, incapaci di “verità e di maestria”, maestri cattivi o assenti o silenziosi? La storia del mondo si è incamminata su una strada pericolosa, i nostri ragazzi non ne vedono le pietre d’inciampo, sono preda del lato tossico dell’utopia, per il quale si inneggia al politically correct, si impianta la polizia morale, si porta l’Intifada nelle Università, ma i “maestri” li assecondano e girano la faccia dall’altra parte per quel loro quieto vivere, che chiamano pace.

È questo il nuovo ’68 o non è piuttosto una variante di quei torbidi movimenti giovanili rosso-bruni degli Anni ’30, che hanno preparato una guerra mondiale? Si ruppero vetri, si bruciarono libri, si finì per bruciare esseri umani. 

Heinrich Heine aveva messo in guardia fin dal 1821, criticando le Burschenschaften studentesche che bruciavano il libri “antitedeschi”: “Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen” – Là, dove si bruciano libri, alla fine si bruciano anche uomini-. La fame e sete di giustizia fondata su un’ignoranza coltivata della Storia: questo il lato d’ombra che occorre incessantemente illuminare.




Vercingetorige Angurie detta Rige

Nuvola detta Giorgia

Mi capita raramente di essere completamente d’accordo con Travaglio che, in questo caso, la pensa come Prodi, ma lo dice in maniera più efficace:

  • La scelta di Meloni, Calenda, Tajani,Schlein di candidarsi in quasi tutti i collegi dichiarando contemporaneamente che se eletti, rinunceranno al seggio, è immorale e funzionale a far aumentare la schiera di quelli che, per protesta non andranno a votare
  • La scelta di Meloni di far scrivere Giorgia per esprimere il voto di preferenza a suo favore è offensiva nei confronti dei suoi elettori perché non sta a significare affetto o empatia ma lascia intendere che li considera degli analfabeti funzionali che non sarebbero in grado di scrivere Giorgia Meloni.

Berlinguer, per il popolo comunista era Enrico e, prima di lui Togliatti era Palmiro, anche Almirante era affettuosamente Giorgio e Berlusconi per tutti era Silvio. Ma nessuno di loro si è mai sognato di usare il detto Enrico Palmiro Giorgio Silvio al post del cognome. L’avrei capito se si fosse chiamata Vercingetorige Anguria detta Rige. Si sarebbe corso il rischio di un errore nello scrivere per esteso nome e cognome, ma Giorgia Meloni, dai non scherziamo.

  • Nessun capo di governo si candida in Europa, per una ovvia ragione di incompatibilità. In Europa c’è già un organismo dei capi di governo e si chiama Consiglio Europeo una cosa diversa dal Parlamento per rappresentanza, composizione e funzioni.

La novità dell’ultimora, la sera del 1 maggio è stata la scelta di Renzi di candidarsi, all’ultimo posto, in quasi tutte le circoscrizioni. La ragione è chiara ed è identica a quella di coloro che ho citato in premessa: l’effetto trascinamento nei confronti degli aficionados. I sondaggisti dicono che il nome del leader vale tra l’uno e il due per cento e ciò per una forza che starebbe a malapena sopra la soglia del 4% potrebbe essere importante.

Lo dicono loro, ma non mi convincono perché oltre agli aficionados ci sono le persone serie e quelle potrebbero anche incazzarsi. E’ stata la mia reazione la sera del 1° maggio quando ho sentito Mentana dare la notizia. La prima reazione è stata del tipo, mi hai deluso ancora una volta e quindi non vado a votare (rottura del progetto con Calenda anche se poi in Europa si finisce nello stesso raggruppamento, balletti finali sulle candidature).

Poi è arrivato qualche elementoi di tranquillizzazione sia nelle ricostruzioni fatte da Bonino circa le decisioni dell’ultimo minuto sia nelle solenni dichiarazioni di entrambi secondo cui i candidati parlamentari italiani di “Stati Uniti d’Europa” si dimetteranno se eletti.

Bene; mi rimane un dispiacere relativo al comportamento di Renzi. Se pensavi di passare in Europa avresti potuto dirlo un mese fa quando si cercava faticosamente di costruire questa lista e lo penso ancora dopo aver letto la sua newsletter che riporto qui sotto.

Sia Renzi, sia Bonino in Europa non andranno certamente a discutere del colore della etichetta dei formaggini e in parlamento si faranno sentire: revisione dei trattati, difesa europea eliminazione del diritto di veto, passaggio alla unità politica.

Ecco un estratto della newsletter di Renzi:

Davanti alle guerre, al calo demografico, alla crisi identitaria e culturale noi diciamo Stati Uniti d’Europa. Siamo gli unici che mettono il progetto politico nel simbolo. Gli altri ci mettono i loro cognomi, accecati dal loro bisogno di apparire leader. Ma i veri leader non mettono il cognome nel simbolo: chiedono ai cittadini di scrivere loro il cognome nella scheda. E se i cittadini li eleggono, poi loro li rappresentano. Andando a Bruxelles, non prendendo i voti per scappare.

Noi sul simbolo ci mettiamo Stati Uniti d’Europa. È una proposta di Emma Bonino, una donna molto diversa da me per storia e formazione culturale. Ma se ci mettiamo insieme – con tanti altri – non lo facciamo sul passato, lo facciamo sul futuro. Pensiamo che senza una battaglia alta e nobile per gli Stati Uniti d’Europa i nostri figli staranno peggio. Lo pensiamo per l’elezione diretta del Presidente della Commissione, lo pensiamo per il diritto di veto da togliere a Orban, lo pensiamo per l’esercito europeo e per la politica estera che sia davvero politica estera e non burocrazia estera. Lo pensiamo per la sanità, per l’intelligenza artificiale, per le infrastrutture, per la cultura, per una sostenibilità ambientale che non sia mera ideologia.

E siccome io credo che senza la battaglia per gli Stati Uniti d’Europa saremo tutti messi peggio, sento il dovere di correre anche io. Corro in ultima posizione, non in prima. Corro senza cognome nel simbolo, se volete il cognome lo scriverete voi. Corro con la certezza che se eletto al Parlamento Europeo lascerò il Senato della Repubblica. E mi costa lasciare questo ufficio, caspita se mi costa. L’ho detto in questo video.

Ma noi non siamo quelli della comodità. Sono quindici anni che a ogni bivio rischiamo e rilanciamo. Una volta ci è andata male, al referendum. Altre volte ci è andata bene. Ma abbiamo messo sempre il coraggio prima della comodità.