“No Green pass”, le piazze non sono il Paese – di Giovanni Cominelli

La tentazione della politica di trasformare in politica tutto ciò che essa tocca per un verso è “naturale”, ma per un altro è segno di impotenza cognitiva. Buttare tutto in politica significa imprigionare immediatamente i fenomeni socio-culturali in una casella prestabilita di categorie, che troppo spesso li costringe dentro nostri pregiudizi opachi. Inutile a fini di comprensione dei fenomeni e dunque politicamente sterile o, peggio, pericoloso.

Il No-Green Pass e tutto ciò che si inviluppa attorno richiede un discernimento molecolare. Intanto, se solo una minoranza va in piazza, i “No-Green Pass” sono una minoranza robusta nel Paese. Pare attorno al 25%. Le piazze, dunque, non sono il Paese.

La ripresa c’è, ma è piena di contraddizioni

Sulle cause materiali della protesta soccorre uno sguardo semplice e limpido sugli scenari economico-sociali. La ripresa è sotto gli occhi, ma è piena di contraddizioni e disallineamenti: Poveri assoluti, disoccupati, licenziati, gente in cerca di lavoro, neet, lavoratori in nero…

È la “deep-society”. In realtà visibilissima, ma “deep” solo ad uno sguardo superficiale, totus politicus, dei mass-media e dei partiti. Ciò che, tuttavia, è di gran lunga più importante sono le risonanze esistenziali, emozionali e ideologiche, di questa condizione materiale. Che sono più larghe e diffuse delle loro basi socio-economiche.

Le paure/rabbie scatenate in questo tempo di globalizzazione – un tempo di opportunità straordinarie per pochi, un “tempo dell’ira” per molti – percorrono a cicli irregolari il sottosuolo dei Paesi occidentali. Esse sono le due facce dell’incertezza, nella quale il mondo è precipitato, fuori dal quadro relativamente stabile e perciò prevedibile nelle sue dinamiche della guerra fredda.

Il Covid ha incendiato il pagliaio delle emozioni primarie

Il Covid ha incendiato il pagliaio di queste emozioni animali primarie. Anche sotto le manifestazioni dei “Fridays for Future”, così giovani e gioiose, scorre la confusa percezione di una cattiva “fine della storia” – ben diversa da quella luminosa e perciò improbabile di Francis Fukuyama – che Stephen Hawking, uno scienziato non certo noto per pulsioni catastrofistiche aveva già denunciato, prima di morire: “Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la tecnologia per sfuggire da questo pianeta”.

Il tentativo di spiegare e di addomesticare le paure/rabbie ha dato spazio al ritorno di filosofie reazionarie della storia, di teologie apocalittiche, di insorgenze millenaristiche, di identitarismo illiberale, di “cancel culture”, di complottismi alla QAnon, che fantastica di un Deep State, che avrebbe progettato l’assassinio di Kennedy, favorito le fortune finanziarie di Soros, propiziato l’insediamento dell’antipapa Francesco sul soglio pontificio… Vedasi alla voce Mons. Viganò.

Come si fa a sciogliere questi blocchi, la cui condensazione e rappresentazione politica si è realizzata con l’anarco-sovranismo di Trump, di Marine Le Pen, di Aleksander Kaczyński, di Viktor Orban, di Grillo-Salvini-Meloni? Condensazione pericolosa per la democrazia liberale in Occidente e per la tenuta di relazioni pacifiche tra gli Stati a livello mondiale.

La sinistra ha risfoderato la spada dell’antifascismo

La sinistra ha risfoderato prontamente una spada molto collaudata: quella dell’antifascismo. Ora, è vero che la sindrome culturale sopra descritta manifesta dei tratti molto simili a quella che negli anni ’30 ha favorito l’ascesa del fascismo e del nazismo. Ed è vero che Forza Nuova è dichiaratamente nazifascista  Scioglierla o no? Per rispondere a questa domanda, occorre prima interrogarsi se sia più facile combatterla spingendola nel sottosuolo della clandestinità o lasciandola scorrere a cielo aperto!), ma è una forzatura voler ricondurre dentro la casella del neo-fascismo l’intera galassia No-vax che va in piazza o simpatizza da casa.

Fascisti anche i Cobas che l’11 ottobre sono sfilati davanti alla Camera del Lavoro di Milano, accusando di fascismo il servizio d’ordine della Camera del lavoro?
Che fare, dunque?

La società dell’infosfera è trasparente ad ogni sguardo

Alla politica serve, in primo luogo, una politica della conoscenza. Mai come oggi la società è stata un libro così aperto. La società dell’Infosfera è trasparente ad ogni sguardo. Un tempo erano necessari giornalisti curiosi che scarpinassero per città e per valli per fare inchieste, con le quali rivelavano il Paese profondo al Paese stesso e ai suoi rappresentanti e governanti.

Un modello resta “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, pubblicato nel 1957, costituito da una serie di inchieste condotte lungo tutta l’Italia del dopoguerra, riversate dal 1953 al 1956 in una serie di puntate radiofoniche. Oggi i suddetti giornalisti oltre a frequentare il territorio, fuori dalle loro redazioni, dovrebbero “solo” leggere il fiume di informazioni che corre in rete, davanti a loro.

Servono meno opinionisti e più informatori… informati. Il primo esercizio di intelligence dovrebbe essere quello fatto dai giornali coram omnibus. Non c’è bisogno di barbe finte e di valigie a doppio fondo. Politica della conoscenza significa che i partiti dovrebbero attingere al fiume delle conoscenze, invece che correre immediatamente lungo le scorciatoie ideologico-propagandistiche.

Superata la scomunica della sociologia da parte di Benedetto Croce e dopo l’istituzione della Facoltà di sociologia di Trento nel 1962, gli studi sociali e antropologici hanno conosciuto un grande fioritura in tutte le Università italiane.

Il populismo: la musica di fondo degli ultimi 10 anni

Ma la connessione tra questi studi avanzati e gli apparati di partito è ridotta ai minimi. Lasciata alle spalle la figura dell’intellettuale organico, cui veniva affidata la manutenzione della coscienza esterna, si è passati all’esperto in comunicazione e marketing.

Dalla pretesa di stare alla testa delle truppe della storia a quella di accomodarsi dietro l’intendenza. Ed è a causa di questa strategia dell’intendenza che partiti, sindacati, mass media hanno lisciato acriticamente il pelo ad ogni pulsione plebeista, anarco-individualista, antipolitica.  Salvo versare, dopo, sconsolate lacrime di coccodrillo, licenziare pelosi editoriali e lanciare proclami antifascisti.

C’è molta distanza tra un Landini che proclama, contro l’obbligo di Green Pass, che “non si può pagare per andare a lavorare” e gli slogan gridati in piazza da Giuliano Castellino? Non parrebbe. Il populismo è stato la sguaiata musica di fondo di questi ultimi dieci anni.

In secondo luogo, non tocca certo alla politica lenire le solitudini, le angosce, le rabbie. Tocca alla responsabilità delle persone, ai loro vicini – il prossimo è ciascuno di noi verso l’altro – alle agenzie socio-culturali.

Il ruolo della politica: creare un ambiente “generativo”

La politica e lo Stato non distribuiscono felicità. Ma possono/devono creare un ambiente sociale e culturale in cui ogni individuo possa generare o rinnovare legami di solidarietà e di coesione.  Questo ambiente si dà a due condizioni.

  • La prima: la difesa severa delle regole che consentono una convivenza pacifica, senza cedimenti e compromessi. Da questo punto di vista, le giustificazioni burocratiche della Ministra dell’interno per la gestione della piazza sono inaccettabili.
  • La seconda: un atteggiamento e scelte di governo da parte dei partiti, stiano al governo o all’opposizione. Salvini e Meloni hanno scelto di eccitare/usare rabbie a fini di governo futuro. Il metodo è stato largamente collaudato nella storia del ‘900, ma anche da prima: usare le masse eccitate come vis destruens contro la cittadella del governo attuale. Poi, espugnata la cittadella, si costruirà… Forse! Questa illusione ha portato le Nazioni a catastrofi collettive finali. Capita a volte al domatore della tigre, entrato nella gabbia per esibirsi nello spettacolo del circo, di essere divorato.



cronache dal Premio Nobel per la Stupidità – di Roberto Ceriani

Per alcuni giorni ho avuto un po’ di febbre. L'incubo Covid è sempre all’erta e volevo vedere tranquillamente il mio nipotino e vari amici da incontrare nel weekend. Decido allora di fare un tampone rapido in farmacia.

Telefono a una dozzina di farmacie milanesi per prenotare, ma non c’è più posto in nessuna! Tutte hanno decine di persone in coda per fare il tampone.
Alcune farmacie hanno prenotazioni esaurite per i prossimi 10-12 giorni; altre non rispondono neanche più al telefono. Alcune farmacie vendono 4 tamponi al prezzo di 3; altre fanno abbonamenti per 10 tamponi a 100 euro. Quando chiedo di prenotarmi un tampone per oggi un farmacista un po’ irriverente scoppia in una sonora risata…

Finalmente, dopo numerosi tentativi, trovo una farmacista che dice: “Guardi, sono esasperata per i tamponi che mi fanno passare intere giornate al telefono, ma lei è fortunato! Un paio di minuti fa abbiamo avuto una rinuncia e c’è un posto fra due ore”. BINGOOOO!!!! Se avessi chiamato solo 5 minuti più tardi avrei perso il posto della lotteria! Oggi è il mio giorno fortunato e quasi quasi mi compero un Gratta-e-Vinci!

Ma i non-vaccinati si rendono conto di quello che stanno provocando con i loro capricci? Migliaia di operatori sanitari e farmaceutici sono costretti a pensare a loro invece di provvedere alle cure per i malati! Se io mi siedo davanti a uno sportello delle poste mi denunciano per “Interruzione di pubblico servizio”, ma i non vaccinati stanno facendo lo stesso!

Anzi, il mio sportello delle poste bloccherebbe solo una ventina di utenti, mentre loro ne bloccano centinaia di migliaia fra cui molti malati! Ma non si vergognano? Capisco quando il sistema sanitario si era bloccato mentre morivano 700 persone al giorno solo in Lombardia. Capisco quando è stato messo sotto immenso sforzo per vaccinare 500.000 persone al giorno.

Invece metterlo oggi così a dura prova proprio non lo capisco; anzi, per essere sincero, lo capisco ma preferirei non capirlo! Se poi penso che questi approfittatori di non-vaccinati manifestano liberamente nelle piazze grazie a noi 43 milioni di vaccinati mi domando cosa frulla nella loro scatola cranica.
Ma si rendono conto che senza noi vaccinati sarebbero ancora chiusi in casa a sperare che il cane debba pisciare per avere la scusa per uscire? Ripeto: ma non si vergognano?

Per la cronaca: alla fine ho fatto il tampone, che è un mio diritto-dovere per la mia tranquillità e per motivi di buona educazione civica e sanitaria. L’ho fatto grazie alla vincita di una lotteria imposta da chi pensa di avere il diritto di scelta, cioè il “diritto” di mettere a rischio la salute di tutti. Per la terza volta: ma non si vergognano? Ovviamente, per la mia Sacra Privacy, non vi dico l’esito del tampone, però ve lo faccio intuire: potete frequentarmi senza rischi…

Venerdì 15 ottobre ore 14.00. Vedo al TG3 una lunga fila di persone davanti a una delle poche farmacie milanesi che fanno il tampone senza prenotazione.
La giornalista chiede a un cittadino in coda: “Perché lei è qui?”. “Perché oggi non mi hanno fatto entrare al lavoro”. “Ma lei non sapeva che da oggi non si può entrare al lavoro senza GreenPass?”. “Si, lo sapevo, ma pensavo che mi avrebbero fatto entrare lo stesso

A parte il pessimo uso della parola “pensare”, la risposta meriterebbe il PNS (Premio Nazionale Stupidità) ma, date le circostanze odierne, può puntare ancora più in alto; infatti oggi è venerdì e il GreenPass dura solo due giorni, quindi Mr. Allocco lunedì sarà al punto di partenza e dovrà “pensare” di nuovo che lo facciano entrare lo stesso… Adesso capisco perché non esiste il Premio Nobel per la Stupidità: vogliono evitare lunghissime code di aspiranti capaci e meritevoli…

Leggo i risultati di un’indagine fra i medici del servizio pubblico dei Paesi europei . Oltre il 90% si dichiara favorevole alla vaccinazione obbligatoria per chi lavora nella Sanità e oltre l’80% vuole l’obbligatorietà anche per tutta la popolazione. In controtendenza sono solo i medici della Romania, dove il 72% è contrario alla vaccinazione obbligatoria, sia per il personale sanitario sia nella popolazione generale. La Romania è uno dei Paesi europei più colpiti dal Covid.

Con 500 casi ogni 100.000 abitanti nell’ultima settimana è seconda solo ai 632 casi della Serbia. Per confronto: l’Italia è a quota 29 (numero tranquillizzante che però nasconde un preoccupante totale di 17.400 casi). E’ curioso poi leggere che i medici rumeni chiedono un aumento dei posti letto in terapia intensiva per far fronte al continuo crescere del numero di malati di Covid. Vedo che si allunga la coda di aspiranti al Nobel sopra citato…

 




fascisti (?), novax (?), paraculi(e)

Mai come questa volta il detto secondo cui solo l'uomo che morde il cane fa notizia risulta confermato dal modo in cui il mondo della informazione e quello della politica stanno affrontando la questione della lotta alla pandemia. 

Abbiamo combattuto una durissima battaglia contro il virus, fatta di tante rinunce individuali e da un grande impegno nella azione di governo iniziato con l'avvento del governo Draghi e l'arrivo del generale Figliuolo.

Ci sono i risultati (in termini di minor contagi, meno morti e meno malati gravi). Questi risultati, in termini economici, sono costosissimi perché, al di là del costo vivo dei vaccini che, temo, dovrà proseguire per almeno un altro anno ai ritmi odierni, c'è il costo dell'impianto organizzativo legato alla somministrazione che ha comportato la messa in opera degli hub e la messa in crisi dei bilanci delle ASL (e indirettamente delle Regioni, bubbone che non è ancora esploso, di cui si sente parlare, e che esploderà a breve).

Dunque la guerra è in atto e da più parti: Grillo, Salvini, Meloni … e anche Landini: sento parlare di pacificazione. Come ci insegna la storia italliana dopo il 45, la pacificazione si fa a guerra vinta e non a guerra in corso (e in quel caso, crea comunque una miriade di piccole ingiustizie).

In questi giorni abbiamo di fronte due problematiche: il coro dei no-green pass, la discussione sulla messa fuori legge di Forza Nuova.

E' fuori dubbio che esiste una fetta di popolazione, tra il 5 e il 10%, che per le ragioni più diverse si oppone alla vaccinazione: difesa del diritto individuale, irresponsabilità sociale, paura, convinzione che tutto e sempre gli sia dovuto, anarchismo, cultura del tanto peggio tanto meglio. Non vanno confusi con la sparuta minoranza dei non vaccinati per ragioni medico-sanitarie, quelli vanno asistiti, certificati e hanno diritto al tampone gratis oltre ad eventuali ulteriori tutele e alla precedenza in caso di malattia, alle cure più efficaci e personalizzate.

La fetta dei ribelli in nome della irresponsabilità sociale sta trovando, in questi giorni che prevedono l'obbligo del green pass, una insperata sponda in alcune forze politiche (Lega e Fratellli d'Italia), in alcuni centri di potere organizzato (come per esempio Confcommercio) e in settori estesi del mondo della informazione (quelli per i quali solo l'uomo che morde il cane fa notizia).

Ecco allora il clamore sulla necessità di una pacificazione, la risonanza data a quell'omuncolo triestino che vuole bloccare il porto anche se, sbagliando, gli hanno concesso i tamponi gratis (perchè, dice lui, si tratta di una questione di principio, di una battaglia per la libertà), ecco il clamore mediatico sulla scadenza del 15 ottobre: mancherà la farina, mancherà la benzina, mancherà l'argilla per fare le ceramiche a Faenza, … date l'assalto ai forni. A questo proposito, cosa ci vuole a fare un provvedimento che dichiari che gli autotrasportatori dell'est, vaccinati con lo Sputnik, possono circolare? Credo che, da parte di molti, manchino il senso della misura e un po' di pragmatismo.

Il governo per ora tiene duro ma ci sarebbe bisogno di un impegno solidale maggiore e una bella manifestazione di quella stragrande maggioranza dei cittadini che credono nella costituzione e nel patto di cittadinanza. Invece le forze politiche di centro sinistra la buttano sull'antifascismo (visto come collante di unità) e gli altri replicano con la salvaguardia del silenzio elettorale, con il non ci sono solo i fascisti da colpire, … E il teatrino prosegue.

Che quelli di Forza Nuova siano dei fascisti, non ci piove, che il mondo del qualunquismo novax sia ideologicamente molto più vasto di quello fascista non ci piove altrettanto (e basta ascoltare 5 minuti il segretario della CGIL per capirlo). Che ci sia molta confusione in giro non c'è dubbio e come al solito, a sinistra, spuntano intellettuali, bisognosi di vetrina, che fanno osservare che non dobbiamo lasciare alla destra la battaglia per le libertà.

Bene, verso gli eversori si muova la magistratura; sia esemplare come lo fu all'epoca del terrorismo rosso. Si muova anche il ministero degli interni: Lamorgese; ci racconti quel che vuole sulle ragioni di opportunità per le quali il questore di Roma non ha impedito l'assalto alla CGIL (fare il male per salvaguardare il bene) ma ci dica anche che provvedimenti prenderà contro gli inetti e cosa farà per impedire che certe cose si ripetano. Agisca bene e con fermezza il governo e lo faccia sentendosi dietro il consenso del paese e delle forze politiche che lo appoggiano (non lasciamo Draghi da solo a prendere le decisioni difficili).

Non si lascino alibi a quelli della serie: io sono per l'obbligo vaccinale, ma sono contro l'uso esteso ed obbligatorio del green pass che, come è noto a tutti, è una misura transitoria e provvisoria per verificare se, con lo strumento del condizionamento, si può evitare l'obbligo. In questo quadro vanno spernacchiati in maniera esplicita quelli dei tamponi gratis per tutti: remano contro e pensano che le casse dello stato siano il bancomat. Sono gli stessi (ogni riferimento a Salvini è voluto) che vogliono che si renda eterna quota 100 (e fingono di non ricordare che si trattò di un compromesso esplicitamente provvisorio e a termine per riparare ad alcune incongruenze della riforma Fornero) e si oppongono ad ogni tentativo di riforma della macchina statale per poter dire che solo il loro avvento salverà il mondo.

Sono anche per spernacchiare tutti quelli che con la scusa della privacy rendono complicati i controlli. Come per le scuole anche per le aziende i datori di lavoro non potranno conservare i QR code in modo di velocizzare le verifiche. Viviamo nell'epoca in cui tra Google e i social tutti sanno tutto di tutti (badate per esempio alla applicazione con cui google ci fa la history del dove siamo stati nell'ultimo mese) ma non si possono conservare i QR code. Mi viene in mente il fallimento della app Immuni con cui si doveva fare il tracciamento dei contatti a rischio annegata in un mare di privacy.

La situazione è complessa e in costante miglioramento, ci sono problemi da affrontare, ma non siamo il Cile all'epoca dello sciopero dei camionisti che fece da premessa al golpe militare di Pinochet. E il paraculo? Non faccio nomi, scovate voi a chi mi riferisco visto che paraculo è colui che, il più delle volte in maniera occulta, cerca di volgere una situazione a proprio vantaggio. Nell'articolo c'è più di un paraculo di genere maschile e femminile.

 

 




Maurizio Colozza

Non è facile fare il Sindaco nel 2021. Tutti si riempiono la bocca della importanza della istituzione Comune, della importanza dei Sindaci, del fatto che lo Stato Democratico parte necessariamente dal territorio. Il Sindaco è il responsabile della sanità e igiene pubblica, è il responsabile del governo del territorio, è il responsabile dell'ordine pubblico e poi … poi vai a vedere e Maurizio Colozza, anni 71, colonnello dei Carabinieri in pensione, già comandante della stazione di Poggibonsi e poi responsabile del nucleo operativo a Siena, muore di Covid perché non è stato vaccinato. Pochi mesi fa era morto allo stesso modo suo fratello di 69 anni.

Si è preso il Covid probabilmente in famiglia (ma chi lo sa?) e all'inizio ha cercato di continuare, poi è stato ricoverato con il casco, poi è finito in terapia intensiva e poi è morto. C'è qualcosa che non funziona nei servizi televisivi che ti mostrano Mattarella e Draghi che fanno la fila, che aspettano il loro turno (per età), servizi televisivi che giocano di sponda con la antipolitica. Ma che bravo Draghi, ma che bravo Mattarella che aspettano il loro turno e fanno la fila.

Staimo combattendo una guerra contro un nemico del tutto speciale che opera su dimensioni di poco superiori a quelle degli atomi e contro il quale non possiamo replicare con i farmaci, perché il Coivid non è nemmeno vita, il virus è DNA impazzito e abbiamo a disposizione solo il nostro sistema immunitario, indebolito dagli stili di vita e dalla vita sociale e rafforzato dalle vaccinazioni.

Siamo in guerra. Voi conoscete qualche guerra di tipo tradizionale in cui il comando generale si trova in prima linea e senza protezioni? Diciamolo una volta per tutte e invece di riempire il sito del comune di lettere di condoglianze, si abbia il coraggio di prendere qualche provvedimento dicendo che prima di vaccinare gli avvocati bisogna assimilare gli amministratori politici ad ogni livello al restante personale che si occupa di emergenza (medici, infermieri, volontari della Croce Rossa, autisti dei mezzi pubblici, professori coinvolti nella didattica in presenza). E il primo giornalista che fa lo spiritoso con le palle degli altri si abbia il coraggio di metterlo alla gogna come si è fatto in questi giorni con quella signora che ha fatto la spiritosa sulla divisa del generale Figliuolo.

Maurizio era una persona buona e disponibile. Ascoltava i diversi punti di vista e poi, come capita a chi fa il dirigente di qualsiasi tipo e in qualsiasi ambito, decideva in solitudine. A me è capitato più volte quando facevo il dirigente scolastico. E' fondamentale ascoltare tutte le campane per conoscere la situazione che, molto spesso è complessa e multiforme.

Adesso che Maurizio non c'è più cerchiamo di imparare qualcosa dalla sua storia e dalla sua vita perché con la sua morte ci sarà da eleggere un nuovo Sindaco e ci sarà bisogno di un impegno multiforme e solidale da parte di tante persone per il bene della nostra comunità. Più ce ne saranno e meglio sarà, in maniera indipendente dagli schieramenti in cui si collocheranno.




pensare e agire – di Bruno Petrucci

Forse è arrivato davvero il meteorite.

Fino ad un anno fa il pericolo più grave che correvamo era quello di una crescita del riscaldamento globale (la CO2 immessa in atmosfera pare che non si disperda in meno di 100 anni) progressivo che avrebbe potuto snaturare talmente l’ambiente terrestre da creare condizioni ostili alla vita stessa, la nostra, quella del mondo animale, forse anche di quello vegetale.

Ma è un processo (che si ritiene sia) molto lento: decenni, forse secoli. E di fronte alla possibilità che tocchi ad altre generazioni, abbiamo sempre uno spazio (meschino) per pensare che i pronipoti e la tecnologia possano fare ciò di cui non siamo stati capaci. E tra l’ignoranza di popoli che continuano a riprodursi come se ci fossero ancora grandi praterie da conquistare e coltivare, e la nostra conoscenza che ritrosamente si barrica dietro il complottismo e le verità (falsità) nascoste ci siamo concessi e ci concediamo di marciare verso la catastrofe futura.

Poi compare questo grumo di vita, che non si sa bene come definire, che come un esercito di mostri, inarrestabile, ha un unico obiettivo: riprodursi. E riproducendosi ci ammazza. Ma, verrebbe da pensare, malignamente, non ammazza tutti, solo i più fragili, i compromessi, quelli che già sono alla fine della lunga marcia e pochi misteriosi giovani con un patrimonio genetico “adatto”. E quindi ci frega, perché la stragrande maggioranza dei giovani e degli adulti non ancora anziani si lascia attraversare dal virus senza conseguenze e se la morte non la tocchi con le tue mani non ci pensi e anche se ci pensi l’energia che hai dentro è più forte della tua intelligenza.

Bene, fin qui nulla d’irreparabile. Nel peggiore dei casi ci sarà una purificazione, un ritorno ad un mondo di giovani che avranno più chances di lavoro, meno bisogno di ospedali, meno pensioni da erogare, più energia e meno freni per dare una bella spinta alla ruota che rischia di bloccarsi. Sarà un prezzo duro da pagare, perché ci saranno ospedali intasati, sanitari in rivolta ed alla fine tanta gente che muore fuori dai riflettori nelle proprie case.

D’altronde se proviamo a bloccare la pandemia con il lock down moriremo di fame, perché abbiamo costruito una società-disneyland che si basa sul divertimento, sulle vacanze, sulle nuove generazioni che devono fare meno lavoro manuale di quanto accadesse nel mondo precedente e ci siamo riempiti di bar, ristoranti, alberghi, discoteche, crociere, che producono reddito, salari, proventi e utili che permettono alle gente di mangiare (divertirsi) e vivere. E se blocchi il turismo vanno in crisi le compagnie aree, quelle ferroviarie e quelle dei trasporti. Ma vanno in crisi anche grandi aziende che costruiscono navi, aerei, auto e quindi meno acciaio, meno legno, meno pesca, meno agricoltura, meno petrolio (beh, era ora).

Poi sbuca incredibilmente dopo solo un anno dall’inizio un vaccino, due, anzi tre, dieci, cento. Però che funzionino davvero sono per ora solo due, forse tre con Astra-Zeneca. Dei cinesi e dei russi si sa poco, si dice che non si sa che copertura garantiscano. E comunque tutti i politici, ma anche i virologi, si affannano a dire che è la luce in fondo al tunnel.

Ma il tunnel è lungo davvero. E mentre stiamo a discutere se rendere obbligatorio il vaccino per tutti gli operatori sanitari, Biontech-Pfizer, il vaccino più innovativo ed efficace, subisce un improvviso rallentamento nella produzione. E Astra-Zeneca, quasi invidiosa, alza il ditino e dice anch’io, anch’io. Non sappiamo bene che succede, se ci sono reali problemi di produzione o di egoistico accaparramento, come accadde per le mascherine, i respiratori ecc.

Si rallenta in Europa, però negli USA si accelera, chi ha fatto la prima dose rischia di vedere allontanarsi il richiamo indefinitamente e si rischia di offrire spazio al virus. Che intanto, come ci si aspettava ha preso a mutare ed ha costruito varianti più aggressive, non direttamente più letali ma indirettamente sì, perché più gente contagi più aumenterà il numero di morti. E’ la vendetta dell’entropia: l’universo si disorganizza.

C’è da pensare che noi in Italia ce la caveremo, visto che il caos è il nostro habitat naturale. Più cerchiamo di contenere l’energia più essa si ribella. E quindi? Ma sì, lasciateci morire in pace e riapriamo bar e ristoranti e hotel e treni e aerei e traghetti e navi da crociera. L’importante è che non sia lasciata una scappatoia al virus: quella di mutare e diventare più letale anche per i giovani e gli adulti sani, perché in quel caso al meteorite non si sfugge. E comunque prima che finisca la “semplificazione” e tutto riprenda come prima ce ne vorrà di tempo.

E in quel tempo ci sarà comunque una massa di disperati che cercherà di sfuggire alla fame, alla disoccupazione e forse si arriverà alle cannonate sui barconi, visto che stiamo già cercando di sterminare per assideramento nella ex Yugoslavia migliaia di poveracci che non possono andare più né avanti né indietro, ma solo congelare nella neve.

Il mondo sta arrivando ad un check point che non può evitare: o riscopriamo la nostra umanità, il nostro essere umani, che vuol dire vedere l’umanità, l’essere umani degli altri oppure ci rinchiudiamo nelle nostre cittadelle infette, uccidiamo per sopravvivere e torniamo alla barbarie. Sì, lo so sembra che io sia uscito di senno, ma davvero questo virus sta cambiando il nostro modo di essere umani e dovremo farci i conti e qualunque sarà la soluzione che la realtà troverà, il prezzo da pagare sarà altissimo. E intanto quei poveracci marciscono nella neve nell’indifferenza di tutti e questo non è pessimismo, è realtà.




buon anno – di Paola Molesini

Noi gente di scuola facciamo così. È tale e tanto il senso di appartenenza alla scuola che misuriamo il nostro tempo per anni scolastici e ci ritroviamo ad ogni inizio a farci gli auguri, perché ogni anno è portatore di novità di nuove persone da incontrare, nuovi studenti, nuovi genitori, nuovi colleghi, di amici da rivedere. Ma anche la novità degli studenti che si ritrovano, di una comunità che continua un percorso…

Quest’anno poi ci “rivede” dopo una lunghissima pausa, densa di paure e di sconvolgimenti, che ci fanno ritrovare solo guardandoci negli occhi, senza abbracci, con maschere che nascondono le nostre espressioni….

Niente sarà come prima: occorre “ricostruire”, con la consapevolezza che voi giovani, il nostro presente e il nostro futuro, meritate tante attenzioni, tanto riguardo, tanta cultura. E allora colleghi, dirigenti professori e personale tutto, tiriamoci su ancora una volta, ripartiamo con la solita passione, il solito slancio anche in un mare in tempesta dove ci vogliono illustrare come “nullafacenti”, perché il lavoro nella scuola è fatto di grande umanità, di grandi relazioni, di cultura e questo non si può certo quantificare come valore economico immediato.

Dal mio punto di vista inizio questo anno con grande paura, ansia e arrabbiatura. L’impegno sin da marzo è stato notevole, la riapertura a settembre è densa di difficoltà:

  • 1000 banchi che non arrivano (chissà se arriveranno) e quindi 1000 studenti (su 1500 circa) da far sedere in aule che, con i banchi doppi, non lo permettono
  • mi mancano almeno 30 docenti su 110
  • il Ministero esce tempestivamente (?) con sparate anticontrattuali e mi farà probabilmente saltare i corsi di recupero
  • devo pensare alla sicurezza di tutti e quindi vai di protocolli con un ministero che ogni giorno cambia idea
  • pensare all’acquisto dei termoscanner e di altri dispositivi e doverti confrontare con la burocrazia
  • pensare alla segreteria tutta nuova, alle nomine, alla ripartenza delle lezioni
  • accoglienza dei nuovi studenti : online? In presenza? Mascherina si, mascherina no? E se hai la febbre?
  • Per oggi ancora Collegio a distanza, Consiglio d’Istituto. Domani riunioni in presenza a piccoli gruppi, poi i corsi, poi altre riunioni …

Ma i Banchi ? e le pulizie? E chi sta all’ingresso? E i lavoratori fragili? Ma i permessi? Ma le veneziane nelle classi? Ma i bagni sono stati riparati ? Ma i kit sono stati comperati? E gli incontri con i genitori in presenza o a distanza?

MI SONO DIMENTICATA QUALCOSA? …… BOH, IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO !!! AUGURI A TUTTI I COLLEGHI DOCENTI PERSONALE, GENITORI, AI MIEI STUDENTI E A TUTTI GLI STUDENTI DEL MONDO !




#attenti# di Bruno Petrucci

Se due giorni fa era giallo, oggi innalzo il mio livello di allarme a rosso: oltre al grafico sotto, relativo ai nuovi positivi (leggetelo bene è un grafico mediato, cioè ogni punto rappresenta la media del giorno, dei 3 giorni prima e dei 3 successivi e quindi scevra di variazioni giornaliere che dipendono dai tamponi), oltre a quei dati, mi preoccupa moltissimo il ri-aumento delle terapie intensive e dei ricoveri (oltre che dei domiciliati).

Preccupa che oggi il sud è salito a più di 160 positivi, che se togli i 70 migranti positivi della Sicilia, comunque è di 90 casi che non si vedevano da 3 mesi, mi preoccupa che un mese fa c'erano solo 5 regioni con posti occupati in terapia intensiva e oggi ce ne sono 13. Mi preoccupa che gran parte dei contagi sono giovani che rientrano da vacanze estere ….

Insomma, dopo i sacrifici fatti, c'è gente che si va a prendere il Covid all'estero e ce lo riporta in Italia. Il mio amico Bocci dice che non bisogna preoccuparsi troppo perché oggi siamo più bravi a curare e abbiamo più posti in terapia intensiva, ma oggi crescono i ricoveri in Lazio e Sicilia e calano in Lombardia.

Quindi oggi il virus cresce dove prima non c'era ed io non credo che oggi nel sud sia così cresciuta la capacità di curare, il numero di posti in TI e la capacità di tracciare. Insisto che stiamo scherzando col fuoco ed io che ho involontariamente provocato un incendio anni fa ho visto come in pochi secondi una fiammella possa bruciare metri quadri e dopo 3-4 minuti estendersi ad almeno un ettaro. Quello che voglio dire è che quando hai una curva che riprende a crescere non puoi sapere se in un tempo anche brevissimo possa continuare con lo stesso trend o diventare esponenziale, ed anche se muoiono pochi oggi, non sappiamo se sarà così domani.




resurrezione – di Roberto Fuso Nerini

Come conseguenza della malattia e del ricovero ho avuto una cancellazione totale della memoria del periodo che va da una settimana prima del mio ricovero il 16 marzo, fino all’uscita della terapia intensiva. Questa narrazione, pertanto, si basa su una ricostruzione attraverso i miei scambi con amici e familiari via Whatsapp nelle prime settimane di ricovero, il racconto di mia moglie delle sue conversazioni quotidiane con i medici e con me, la cronistoria contenuta nella lettera di dimissioni e nei documenti rilasciati alla fine del ricovero.

Ho volutamente evitato di entrare nel merito di contenuti medici, scientifici e terapeutici se non per quanto riportato nei documenti ufficiali, rilasciatemi dall’ospedale Sacco di Milano al momento delle dimissioni.

Ho pensato a lungo quale immagine potesse accompagnare questo post e alla fine ho scelto l’immagine di un funambolo che cammina su una corda sospesa nel vuoto.
Questo è quello che il Covid-19 è stato per me; un percorso alla ricerca disperata di arrivare dall’altra parte e di superare il precipizio, sapendo che in ogni momento sarei potuto precipitare da una parte o dall’altra come per molti è stato.

Alla fine ce l’ho fatta e sono arrivato dall’altra parte soprattutto per merito delle équipe di medici, infermieri e personale ausiliario che nei due ospedali dove sono stato ricoverato (Fatebenefratelli e  Sacco), si sono presi cura di me e di molti altri pazienti, con dedizione, professionalità e umanità, rischiando la loro vita e incolumità a contatto quotidiano con il virus e la malattia. Ma anche per il sostegno della mia famiglia (mia moglie Barbara, mia figlia Lavinia e mia sorella) e degli amici e conoscenti che durante e dopo mi hanno fatto sentire la loro vicinanza.

L’inizio e la degenza

16 marzo. Questa è la data in cui tutto è iniziato, con una visita anticipata il 14 marzo al pronto soccorso del Fatebenefratelli per un’emorragia intestinale, poi rivelatasi non problematica, ma probabilmente dovuta all’assunzione di un farmaco antidolorifico (ex-post avrebbe potuto essere un primo segnale del Covid o l’occasione di un contagio in un ambiente ad alto rischio come un pronto soccorso in quei giorni).

La mattina del 16 inizia con un attacco di tachicardia e strane sensazioni al cuore e al petto (analoghe a casi già avuti di fibrillazione). Dopo un consulto telefonico con la cardiologa e l’assunzione di un farmaco specifico tutto sembrava rientrare nella normalità, ma sono subentrate difficoltà di respirazione e febbre fino a 38,5°. Dopo aver parlato con mia moglie, il nostro medico curante decideva di confrontarsi con il dottore che mi aveva già visitato al pronto soccorso del Fatebenefratelli e con lui concordava un ricovero immediato in ospedale (da tenere presente che erano i giorni in cui si cominciava a dare l’indicazione di non andare presso ospedali e pronto soccorso se non in casi gravissimi).

Arrivato al Fatebenefratelli, dopo un tampone positivo veniva confermato il ricovero e il trasferimento al reparto malattie infettive, dove iniziavano i trattamenti e le terapie specifiche per la cura del SARS-CoV-2. Riporto dalla lettera di dimissione i farmaci presi in quei primi 15 giorni: Idrossiclorochina, Lopinavir/ritonavir (un farmaco retrovirale specifico, usato nel trattamento dell’HIV), Tocilizumab e copertura antibiotica con Ceftriaxone in più, in quei giorni, veniva introdotta nel protocollo l’Eparina, per evitare il formarsi di trombi nei polmoni, cosa che era successa in molti dei pazienti della prima ondata di ricoveri.

Purtroppo, a fronte di crescenti difficoltà respiratorie e della sensazione di soffocamento mi hanno dato ulteriori supporti alla respirazione, prima il casco respiratorio e successivamente una maschera ad ossigeno, fino a quando il 29 marzo, per un peggioramento significativo della capacità respiratoria, venivo intubato e trasferito in rianimazione dove successivamente mi sostituivano la cannula con una di maggior calibro per difficoltà ad adattamento alla ventilazione meccanica.

Il ricovero in rianimazione e terapia intensiva non è stato però automatico. Mia moglie mi ha raccontato che il 29 marzo, nel pomeriggio, la chiama un medico per informarla dell’aggravamento delle mie condizioni e contemporaneamente la non certa possibilità di farmi accedere alla terapia intensiva per scelte che bisognava fare, visto il limite dei posti a disposizione e la presenza di patologie pregresse nella mia anamnesi.

A domanda diretta sembrava che “i due anastesisti, responsabili per la decisione, fossero uno per il no e uno per il ni” e comunque sarebbe stato necessario un ulteriore consulto. Potete immaginare cosa questo ha significato per mia moglie quel pomeriggio, in attesa di conoscere se si potesse sbloccare in un modo o nell’altro la situazione. la situazione si è risolta favorevolmente la sera stessa, ma il non accesso alla terapia intensiva, avrebbe potuto significare per me l’impossibilità di superare le crisi respiratorie, come purtroppo per molti è stato in quei giorni.

Il periodo di terapia intensiva è durato fino al 16 aprile; nel frattempo ero stato trasferito il 15 aprile al reparto rianimazione dell’Ospedale Sacco, dove ho concluso la mia degenza il 15 maggio dopo un mese di ricovero. Qui dopo un breve periodo con il supporto di maschera e cannula di ossigeno, ho progressivamente recuperato l’autonomia respiratoria e inoltre la capacità di ricordare e avere memoria di quanto giorno dopo giorno mi succedeva.

Alla fine, un totale di 59 giorni di ricovero di cui 19 sedato e intubato.

L’11 e il 13 maggio mi venivano effettuati i due tamponi decisivi che risultavano negativi (con un’attesa snervante dei risultati) e quindi, senza ricorso al periodo di quarantena, abilitavano le dimissioni dall’ospedale. Ho ancora davanti a me l’immagine della dottoressa che mi ha seguito nell’ultima fase del ricovero che, dal vetro che separava la camera dal corridoio del reparto, mi faceva il segno di vittoria dopo il risultato del secondo tampone; quello è stato il momento in cui arrivavo all’altro capo del filo.

Le conseguenze

Un elenco abbastanza asettico delle conseguenze dirette e indirette della malattia e del ricovero:

  • 11 chili in meno, solo parzialmente recuperati (tra i 3 e i 4 chili ad oggi, dopo due mesi e mezzo dalle dimissioni) e perdita di tono muscolare. Nei primi giorni dopo l’uscita dalla terapia intensiva, ogni gesto era fatica (sollevare un libro, tenere in mano una penna) e il primo momento che sono stato messo in piedi, da una robusta ausiliaria peruviana, se non fosse stato per lei, sarei crollato a terra.
  • Circa 40 giorni completamente cancellati dalla mia memoria e parzialmente sostituiti (almeno per la parte in rianimazione) da un’attività onirica assolutamente sfrenata e improbabile (ci tornerò).
  • Segni e tracce della polmonite causata dal Covid sui polmoni, tuttora presenti, anche se in fase di netto recupero della capacità respiratoria con un superamento progressivo delle sensazioni di fatica e affanno costanti nelle prime settimane.
  • Una corda vocale paralizzata (probabilmente come conseguenza dell’intubamento e della tracheostomia), che ha causato una perdita significativa del volume e del tono di voce (nei momenti peggiori sembro un Tom Waits con la raucedine). Nel mio caso questo è un problema invalidante per la attività professionale come formatore che oggi per me è impossibile continuare (almeno fino a che il problema, ma ad oggi non è sicuro, è risolto).
  • Vertigini e problemi di equilibrio, dovuti a un distacco degli otoliti nell’orecchio destro, risolti dopo una visita audiologia e l’effettuazione della manovra di Semont (riporto con probabile improprietà di linguaggio medico).

In questi mesi (già a cominciare dall’ultimo periodo di ricovero) ho dovuto concentrare la mia attenzione e la mia attività sul recupero delle forze, del tono muscolare e della voce:

  • Fisioterapia, ginnastica respiratoria e attività aerobica sia come pratica quotidiana che in palestra (e nei primi giorni dopo il ricovero, a casa) con un fisioterapista.
  • Logoterapia per il recupero della voce, sia come pratica e esercizi quotidiani a casa che assistito da una logopedista presso il Policlinico.

Nel frattempo mi sono sottoposto a visite e esami di controllo di varia natura (ematologica, pneumologica, con recall a ottobre, cardiologica, audiologica) anche per patologie pregresse da monitorare per valutare l’impatto del Covid (soprattutto su quelle cardiologiche).

Inoltre, sono stato inserito in un studio condotto dall’Ospedale Sacco per valutare l’evoluzione degli anticorpi nei pazienti che sono guariti e hanno superato la malattia. Prima valutazione con test sierologico già effettuata (valore degli anticorpi a 157) e richami già previsti a ottobre e marzo.

Conclusioni

Il mostro è stato sconfitto, sono riuscito a passare dall’altra parte del filo. Restano anche se sopite ansie e paure per un possibile ritorno (l’immunità non è data, anche se sicuramente in questo periodo dovrei avere anticorpi più che a sufficienza) e la necessità di un’attenzione e una pratica costante per il recupero (ma questo può anche essere piacevole e stimolante, soprattutto in questo periodo di vacanza e riposo in Liguria). (1 – continua)

 




più di una domanda – di Antonio J. Mariani

La prima domanda è questa: come può essere che un professionista conosciuto e richiesto in tutto il mondo trovi il tempo e la voglia di partecipare ad un evento organizzato da un soggetto che, ogni volta che apre bocca, altro non fa che dimostrare, con atteggiamento vagamente dannunziano (a partire dall’ondularsi la chioma), di essere uno dei più noti narcisisti borderline esistenti in Italia?

La seconda è questa: come ci si può dimenticare di essere comparso in un video – 9 marzo 2020 – per dire la sua, a proposito dell’emergenza in corso: “Carissimi amici, eccomi qua a casa con tutta la mia famiglia fortunatamente, tutti insieme e a casa resto per senso civico, per dare una mano ai tanti amici che sono impegnati sul fronte della sanità, che mi mandano messaggi veramente allarmanti e allarmati. Io credo che la situazione sia molto seria ma che presa seriamente, senza panico, senza disperazione, possa essere vinta anche in tempi relativamente brevi. Per il momento e' fondamentale attenersi alle regole che ci danno gli operatori del settore e fare tutto il possibile per combattere questa battaglia tutti assieme e alla fine ce la faremo".

Terza domanda: perché Il 12 aprile, nel giorno di Pasqua, ha cantato in piazza Duomo a Milano accompagnato da immagini delle città deserte per via delle restrizioni? e perché sette giorni dopo era lì tra i cantanti che hanno partecipato a distanza al grande concerto “One World: Together At Home“, organizzato per raccogliere fondi contro il coronavirus?

Quarta domanda: perché nello scorso maggio ha raccontato di essere stato contagiato e di aver deciso di donare il plasma aderendo alla sperimentazione allora in corso nel reparto di malattie infettive di Pisa?

La quinta, più che domanda è una considerazione: se, per valutare una situazione, dovessimo prendere buono un parametro fondato su quel che soggettivamente ci capita – “Io conosco un sacco di gente e grazie a Dio non conoscevo nessuno che fosse finito neanche in terapia intensiva, nessuno” – potrebbe anche risultare che la mafia non esista perché nel giro dei conoscenti non c’è nessun affiliato ad essa o che da essa non abbia subito angherie.

Come si fa ad esprimere opinioni di così diverso “tenore”? Mica abbiamo dimenticato quel che la fondazione che porta il suo nome ha cercato di concorrere nel recuperare fin da subito quel che serviva. Una cosa, per quanto mi riguarda, è certa: se prima la simpatia aveva il sopravvento sull’indifferenza nei confronti di Andrea Bocelli, ora, il suo ridicolo e pericoloso straparlare mi fa sentire “umiliato e offeso”, a nome di 246.488 casi di persone contagiate e le 35.123 persone morte (per limitarci all’Italia).

 




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