1964-1965: il diploma e 15 giorni di sospensione

III edizione – maggio 2024

Cosa dire della quinta? Non ci fu più matematica e al suo posto subentrarono due ore di diritto tenute da un generale in pensione. Poche cose ma che servirono a farmi comprendere, rispettare la precisione espressiva delle scienze giuridiche e a darmi le coordinate generali del diritto privato e di quello pubblico.

Tra Elettrotecnica e Misure Elettriche facevamo un sacco di ore che passavano con piacere, invece mi pesavano quelle di Italiano dominate dal libro di storia della letteratura di tal Carmelo Cappuccio (rilegato in  cartone telato azzurro chiaro).

Italiano e storia insegnate malissimo

Diversamente dal professor Vegezzi che allargava, apriva, dialogava  e puntava a convincere e a farti piacere le cose di cui parlava, il professor Donato Vencia sembrava nato per chiudere e per trasformare la cultura in noia. Ripetere il libro, ripetere il libro… Storia ce la faceva studiare …

Non eravamo certamente informati sulla grande cultura europea; nessuno ce la presentava ma dovevamo far finta di conoscerla, sapere quello che c’era scritto sul Cappuccio, niente di più niente di meno.

La cultura umanistica è fatta di tante discipline, di tante sfaccettature, di interconnessioni tra specificità linguistiche, storia, filosofia, arti figurative, narrativa, poesia. A noi veniva richiestro di conoscerla  nello stile delle raccolte di figurine e per di più con un lavoro quasi nullo sui testi.

Mi è rimasta in mente una interrogazione di Beniamino Parolini, un compagno molto diligente che veniva da Bellusco.

Stava illustrando il pessimismo leopardiano secondo lo schema che bisognava conoscere e ripetere (individuale, storico e cosmico) e ad un certo punto citò scopenoer per sottolineare il fatto che avessero in comune il terzo dei tre pessimismi. Lo citò in base all’antico adagio si legge come si scrive e sul Cappuccio, senza spiegare chi fosse se non che si trattava di un filosofo tedesco, c’era scritto Schopenhauer. Ci fu qualche sghignazzo, qualche risolino trattenuto. Cosa ne sapevamo noi?

nella classe

barba folta, basette, aria da esule russo di fine 800

Nel corso della quinta ci furono per me due novità importanti. Mi ero messo in banco con Alberto Sala di Cavenago e ogni tanto si studiava insieme spostandosi in bici o in Lambretta tra Cavenago e Villasanta. Dopo l’Itis non ci siamo più visti ma lui fece Economia all’Università e finì per ricoprire incarichi amministrativi importanti alla Telettra di Vimercate (ne ebbi notizia dal padre di una alunna, ingegnere in Telettra, quando insegnavo al Frisi). Era uno tranquillo e riservato; mi piaceva per quello.

Mi ero spostato all’ultimo banco della fila centrale, posizione strategica per dare una mano a un po’ di compagni durante le prove scritte di elettrotecnica. Le molte ore di laboratorio (misure e costruzioni) consentivano di rompere la monotonia delle ore di lezione. Noiosissime quelle di disegno e impianti fatte in un’aula speciale da un docente che avrebbe anche potuto non esserci data la sua inconsistenza.

In tasca incominciava a girare qualche soldino frutto delle lezioni private e così, ogni tanto, invece di tornare a Villasanta nell’intervallo tra le ore della mattina e quelle del pomeriggio, facevo pranzo in pizzeria: da Albio all’angolo di via Cavallotti con via Gottardo, o al Cigno Blù (al’angolo con via Volturno).

Il Cigno blù era un po’ più caro ed aveva il forno a legna (con le pizze basse e grandi) mentre da Albio si mangiava una pizza cotta nel forno elettrico in apposite tegamini circolari di una ventina di centimetri di diametro. Ci piacevano entrambe, ma il Cigno blù era un po’ più caro. I proprietari dopo aver gestito per anni il locale hanno poi aperto in una villa di fronte alle Missioni Estere un ristorante con maggiori pretese “le Grazie”.

il fattaccio

la noia con gli ingegneri di passaggio

Il 22 febbraio del 65 era un lunedì e nelle prime due ore del pomeriggio avevamo Disegno con l’ingegner Attilio Bergamo. L’ingegner Bergamo (docente di Disegno e Impianti), come il suo collega Galasso con cui facevamo Costruzioni Elettromeccaniche, era uno di quegli ingegneri che stavano a scuola senza averla scelta in attesa di una assunzione presso l’industria (cosa che è poi regolarmente avvenuta).

il testo di impianti di Tiberio

Le due materie in sè non erano entusiasmanti avendo una trattazione prevalentemente manualistica (si imparava di più studiando direttamente sui libri, il Tiberio e il Coppi). Di più, mancava a questi docenti la capacità di trasmettere passione e noi ci adeguavamo facendo il nostro dovere: un po’ di studio, le tavole, la realizzazione di avvolgimenti per motori e trasformatori in laboratorio.

Se si trattava di dare un peso relativo in una scala da 1 a 5 davamo 4 e ½ ad elettrotecnica, 2 a misure e 1 (o anche meno) a impianti e costruzioni.

l’aula di disegno e le tavolette istoriate

Disegno si faceva in un’aula speciale grande con grandi tavoli reclinabili e, sotto il banco, incastrate con con una guida a scorrimento, delle tavolette in legno morbido originariamente pensate per fissare i fogli da disegno con le puntine e che, nella migliore tradizione di un ITIS, erano ormai inservibili e affrescate nello stile di uno dei lupanari di Pompei.

originale di 20 secoli fa a Pompei

Ricordo un enorme fallo tricolore inciso a biro. La scuola aveva solo 3 anni ma la frequentazione di generazioni di studenti, che affilavano le mine con la carta vetrata, aveva fatto sì che sulle pareti lavabili e gremolate si depositasse un leggero strato di grafite.

un’idea folgorante

Per evitare di sporcare i fogli con le gomme avevamo preso l’abitudine di pulirle strofinandole sul muro. Fu così che scoprimmo che, insieme alla gomma, si puliva anche la parete e dunque, volendo, si potevano realizzare delle scritte.

Avete presente le battute di Amici Miei sul carattere folgorante dell’idea, quella in cui i protagonisti, alla ricerca del bagno scoprono il vasino di un bimbo di un anno  e decidono di farla lì, quella grossa, per far spaventare la madre ….

Senza attendere Monicelli, anche a noi venne l’idea di fare uno scherzo benevolo all’ingegner Bergamo (eravamo almeno una decina). Avevamo l’impressione che gli piacesse una delle impiegate della segretaria e così realizzammo sulla parete di fondo una scritta a caratteri cubitali che diceva pressapoco: “l’ingegner Bergamo ama XXX“, il nome e cognome della fanciulla.

La scritta, come vedremo, è stato importante e, a meno che qualcun altro, a mia insaputa, abbia fatto altro, questo fu il tutto. Durante le ore di disegno ci annoiavamo e ci esercitavamo con cose che avremmo potuto tranquillamente fare a casa. Il docente era come non averlo e si trattava di riprodurre, con precisione e correttezza, schemi elettrici.

… e poco dopo

Torniamo a quel pomeriggio. Verso le 16 uscimmo dall’aula di disegno e tornammo in classe e poco dopo arrivò l’ingegner Bergamo incazzato come una biscia, seguito a ruota dal professor Migliorini-vicepreside. Era successo che quelli di quarta, andati a fare disegno dopo di noi, avevano scoperto la scritta e, probabilmente schiamazzando, avevano richiamato l’attenzione dell’ingegner Bergamo. L’interazione fu molto rapida e avvenne con Migliorini:

“Chi è stato? Se non salta fuori chi è stato, sospendo tutta la classe”. Io era tra quelli che lo avevano fatto e così alzai la manina. Ero abituato ad assumermi le responsabilità e sono rimasto così.

Nel 2008/2009, da Preside dell’Hensemberger ho dovuto gestire una questione molto più grave. Durante il rientro a scuola in autobus dopo una iniziativa a Milano c’erano state offese esplicite e gravi a docenti, la subornazione di un compagno mentalmente debole, successive telefonate anonime ad un docente, il discredito pesante della scuola verso l’esterno. Quello che mi colpì, e su cui fui implacabile, fu l’atteggiamento omertoso, l’uso della versione addomesticata e concordata, l’io non ho visto, anche di fronte a riscontri oggettivi. Il tutto mi costò una settimana di lavoro, con confronti ed interrogatori, ma alla fine venni a capo nella individuazione delle responsabilità

Ero tranquillo, al di là del tono aggressivo di Migliorini, si era trattato di  una ragazzata, per di più fatta in gruppo. Mi aspettavo di vedersi alzare almeno un’altra decina di manine e invece si fece avanti solo Luigi Beretta di Missaglia. Migliorini ripetè l’invito ai responsabili a farsi avanti e, visto che non accadeva nulla, disse a noi due: prendete le vostre cose e andatevene che voi qui dentro non ci mettete più piede. Ero spaventato e non so bene (non lo ricordo) come mi presentai a casa, ma ovviamente raccontai l’accaduto.

intermezzo sull’allontanamento di De Majo

Meno di un mese prima era stato destituito per una questione di gestione amministrativa allegra il preside De Majo. In giro non se ne sapeva nulla: gli studenti non erano stati avvertiti, i docenti non lo so, ma il registro dei verbali che ho consultato da Preside ha un verbale del 25 gennaio in cui il Consiglio di Amministrazione si riunisce presieduto da De Majo e poi quello del 26 febbraio (consiglio di Presidenza e Consiglio dei professori) dedicato alla mia sospensione. E’ la prima pagina del verbale che mi riguarda.

Dunque neanche i docenti sapevano molto. Tra i due verbali non c’è nulla perché, negli anni 60, la trasparenza non era dominante, men che meno a Monza. Uscì qualche notizia sui giornali, la scuola formalmente venner affidata in reggenza (anche se non si diceva così) al Preside del Mosè Bianchi e sino alla fine dell’anno venne governata dal vice di De Majo, Migliorini.

sospensione per 15 giorni

Il registro dei verbali risulta compilato dalla immancabile (e amata) professoressa di Scienze Anita Pasini, con una scrittura assolutamente uguale a quella della mia mamma che si chiamava Anita come lei e lo potete leggere qui nella sua interezza.

Nei giorni successivi si recarono a scuola i miei genitori e ci fu un bel via vai di comunicazioni con l’ingegner Bellini e con il professor Truci (un fisico che ci faceva un corso libero di Elettronica), con cui avevamo rapporti molto amichevoli e che chimavamo lo zio Mario. La prima notizia fu che rischiavamo grosso perché si ipotizzava di applicare il Regio Decreto fascista del 4 maggio 1925 ancora in vigore e abrogato solo con la gestione Berlinguer, anche se non più applicato dopo il 68.

Avremmo potuto rischiare l’espulsione da tutte le scuole del regno per tre anni in caso si fosse stabilito che si trattava di offese alla morale, oltraggio all’Istituto o al Corpo Insegnate.

Il giovedì, tre giorni dopo l’affresco a grafite,  si tenne la riunione congiunta dei docenti della classe e del Consiglio di Presidenza e la cosa venne derubricata alla meno grave offesa al decoro personale; così arrivò la sospensione per 15 giorni di cui 3 già scontati.

In quei 15 giorni mi fu vicina la mia attuale moglie che, allora, flirtava con un suo compagno di classe del Mosè Bianchi (ma passò il suo tempo con me) e nelle due settimane girellai vicino a scuola.

Ci furono però due conseguenze: la prima è che non partecipai alla visita alla centrale idroelettrica di Santa Massenza in provincia di Trento (uscita con pernottamento, l’unica della intera storia scolastica); la seconda fu più rilevante e riguardò l’esito finale dell’anno scolastico.

l’esame di diploma

preparazione

Al rientro a scuola tutto proseguì in maniera normale. La preparazione all’esame, da metà giugno a metà luglio, la feci nella Molazza dei mulini del Taboga ad Arcore, da cui veniva mia madre. Quella stanza, venduta dopo la morte di mia madre, e ora ristrutturata, ospitò me e il mio compagno Sem Cavalletti per quasi un mese.

Clausura assoluta; unico svago, le mie cugine Malacrida (Alice, MariaTeresa, Alberta) con cui si facevano quattro chiacchiere e la visione di “agente 007 dalla Russia con amore” con James Bond che ho rivisto in TV molti anni dopo.

svolgimento ed esito

Andò in questo modo. A luglio ci fu l’esame con gli scritti di italiano e di elettrotecnica, seguiti dalle prove pratiche in laboratorio e dai due orali di area umanistica e di area tecnica in giorni diversi. Mi ci ero preparato con grande impegno e con un rush finale di studio forsennato studiando anche argomenti sulle macchine elettriche che non avevamo affrontato a scuola. In elettrotecnica ero preparatissimo.

L’esame fu molto positivo su tutta la linea con la eccezione del tema di Italiano. Avevo scelto la traccia numero 3: “Dimostrate come la moderna tecnica industriale abbia facilitato la creazione del prodotto economico, divenendo pertanto un rilevante fattore d’incivilimento, in quanto, col rendere i prodotti accessibili anche ai meno abbienti, ha elevato il tenore generale di vita.”

Non avevo avuto scelta perché le alternative erano come la natura e il paesaggio accompagnino gli stati d’animo dei personaggi manzoniani, oppure, le speranze dei patrioti risorgimentali rispetto al proclamato regno d’Italia. Due temi per me improponibili a cui non ero assolutamente preparato.

Dopo anni di insegnamento del professor Vencia (di cui ricordavo il 3 meno meno nel primo tema a inizio quarta) mi ero convinto che, almeno all’esame, fosse opportuno non metterci del proprio. Era un messaggio esplicito ad essere grigi anziché usare la materia grigia. Così feci un tema molto ricco di cose scontate e banali. e mi imbarcai in una di quelle trattazioni general generiche a cui mi aveva abituato e di cui oggi mi vergogno completamente. Mi fu detto dal membro interno che ci avevo messo anche un errore grammaticale.

Tutto il resto andò molto bene (storia, diritto, italiano orale, lo scritto di elettrotecnica eccellente, le prove pratiche, gli orali dell’area tecnica).

Gasato come ero presi persino preso 9 in educazione fisica (ma non faceva media). Non ho mai capito la mancanza di almeno un 8 o 9 nell’area tecnica se non con il fatto che si fosse in fase di stabilizzazione del caso De Majo e l’indicazione era: grigio, grigio, grigio; coprire, tacere, coprire.

il presidente era molto anziano e si incazzava  se, parlando del 14/18, dicevi prima guerra mondiale anziché quarta guerra di indipendenza  e voleva sapere dove avessimo imparato a dire prima guerra mondiale. Il nostro testo era quello di Giorgio Spini non di Meo Pataccca, ma bisognava dire così.

Quel 6 non compensato da almeno un 8 o 9 nelle materie tecniche mi fece perdere la media del 7 e con essa la borsa di studio.

Con i compagni di allora non ci furono recriminazioni e, tranne per un paio di persone, ho anche dimenticato chi fossero gli altri partecipanti. Io ho fatto il signore e loro anche. Mi è rimasta l’amarezza per essere stato lasciato solo in un contesto in cui l’esplicitazione della verità avrebbe determinato un depotenziamento delle mancanze e degli addebiti. Mi è spiaciuto per il povero Beretta, meno bravo a scuola, che all’esame è stato rimandato alla sessione di ottobre in storia.

università: ma quale e a quali condizioni?

Fu così che dovetti intavolare una bella trattativa in famiglia per potermi iscrivere a Fisica con interventi a mio favore sia dell’ingegner Bellini sia del professor Truci. Sarebbe un vero spreco non mandarloi alla università … La mia promessa fu la seguente: mi manterrò all’università senza chiedervi una lira (e venne mantenuta).

Nel corso della quinta si erano incrementate le letture di saggi di storia contemporanea e anche di qualche scritto di filosofia. Fisica mi attirava molto, ma avrei fatto un pensierino a filosofia se non ci fosse stata la impossibilità di iscriversi. Tutto sommato è stato meglio così: una laurea tosta e che apre la mente e la possibilità di occuparmi comunque di filosofia. Come è regolarmente avvenuto. Quando parlo di orientamento e di scelte definitive dico sempre: fate quello che vi piace, ma non dimenticatevi di applicare il principio di realtà.

cosa risulta dal verbale

L’inizio del verbale di 6 pagine

Nel 2008 sono tornato all’Hensemberger a fare il Dirigente Scolastico e sono andato a verificare le carte che riguardavano la mia vicenda.

Il quadro che ne è emerso è molto interessante: c’è un bel verbale di 6 pagine (di cui ho estratto copia) da cui emerge una ricostruzione dei fatti ad usum delphini: altro che statuto delle studentesse e degli studenti.

Oggi l’intero procedimento sarebbe dichiarato nullo per una serie di illegittimità:

Il fatto non è circostanziato: la scritta era stata fatta cancellare dal professor Bergamo perché troppo allusiva e i docenti vanno a vedere altre scritte (non è chiaro quali e quale ne sia il contenuto, salvo che si tratterebbe di cose volgari; penso ci si riferisca alle tavolette da disegno cui ho già accennato).

I due interessati non vengono ascoltati; si riferisce e si discute molto sul fatto che essi affermano che ci sia stato il coinvolgimento di altri, ma non vengono svolte indagini e non ci si chiede come due persone, in meno di due ore, abbiano potuto affrescare una intera parete e le tavolette di molti banchi.

Comunque i docenti, con la esclusione di Bergamo, sono assolutamente certi che si sia trattato di una azione collettiva, ma non hanno gli strumenti per venirne a capo e così ci trattano, con benevolenza.

non ci si chiede cosa stesse facendo il professor Bergamo durante quelle due ore e come sia stato possibile che non si sia accorto di nulla, anzi, il verbale è bellissmo nel circostanziare la versione del professor Bergamo. Egli riferisce che egli faceva regolarmente lezione nella V elettrotecnici avvicinandosi, come di consueto avviene durante le esercitazioni pratiche, ora a questo ora a quel gruppo di studenti, senza la aplicazione di quel controllo generale della classe che è invece possibile durante le lezioni teoriche.

Uscita la classe, gli alunni entrati per l’esercitazione seguente, lo ponevano nella condizione di accorgersi delle scritte in discorso … Subito egli raggiungeva la VB cui minacciava gravi sanzioni se entro pochi secondi non fossero risultati i nomi dei colpevoli.

Il consiglio dei docenti fa una scelta di compromesso propende per l’offesa al decoro personale e  non per il più grave offese alla morale, oltraggio all’istituto o al corpo insegnante, ma nel dibattito emergono sfumature interessanti:

  • L’ingegner Bellini afferma che già l’aula di per sè ha favorito il crearsi di una data atmosfera; egli è sicuro che vi siano altri colpevoli e che, quanto ai due giovani, egli sa che sono a posto, particolarmente Cereda sulla cui probità non ha dubbi.
  • Il generale (!!!), professor Mandelli (diritto), sostiene che la cosa può essere vista come un exploit volgare di chi esprime una ammirazione così come può accadere in determinati ambienti e magari a causa di una certa educazione famigliare
  • Il professor Vencia ha posto l’attenzione sulla necessità che i nomi degli insegnanti vengano rispettati; per una questione di costume cui i giovani devono adeguarsi; tanto più che nella vita possono incorrere in gravi sanzioni se non imparano a controllarsi. Così particolarmente deve fare Cereda, che è un ragazzo geniale, ma impulsivo, e perciò, in questo senso, impreparato alla vita e al lavoro
  • il professor Bergamo ripete che la classe è del parere che i colpevoli siano solo due

La cosa finisce così; sono tutti certi di un largo coinvolgimento della classe tranne Bergamo a cui conviene l’altra tesi che lo fa uscire dalla vicenda con eleganza rispetto a quella che tecnicamente si chiama negligentia in vigilando.

Le frasi sono irripetibili, ma non si sa quali siano, la scritta è stata cancellata subito e la vicenda si chiude. Osservate che, da nessuna parte si sottolinea che si tratta di scritte fatte con la gomma.

uscita da GS e orientamento a sinistra

Ma l’anno della quinta fu anche un anno di grandi cambiamenti. Mi allontanai progressivamente da GS a partire dal mese di gennaio; incominciavano a pesarmi l’integralismo (nel modo di concepire la religione) e comunque sentivo il bisogno di aria nuova (l’ambiente della federazione giovanile socialista). Nel 1965 si celebrava il ventennale della liberazione; ero stato a sentire la commemorazione tenuta al cinema Centrale da Giorgio Amendola e ne rimasi favorevolmente impressionato per la grande apertura verso la democrazia e lo spirito non settario (il contrario di quello che scrisse Il Cittadino).

Come ho già detto nel capitolo dedicato a GS, si tenne un raggio dedicato al tema; decisi di andarci e lì ci fu la rottura definitiva. Sentii dire da un dirigente del movimento che non capiva lo spirito di sacrificio dei partigiani comunisti e socialisti perché, se lui si fosse trovato in quei frangenti e non fosse stato cristiano, mai e poi mai avrebbe fatto la scelta della Resistenza.

Meglio cambiare aria, mi dissi, e la cambiai definitivamente. GS mi aveva aiutato crescere, a rompere con il conformismo, ma qui si stava andando verso il pensiero unico. Ero ancora fortemente credente, animato da spirito conciliare e desideroso di cambiare il mondo. Quel percorso sarebbe continuato a Fisica, ma questa è un’altra storia.


Ecco l’elenco dei 28 alunni della 5B diplomati all’Hensemberger nel 1964/1965; la foto e del marzo ’65 nel cortile della Ercole Marelli.

Aresi Felice, Arosio Luigi; Beretta Luigi; Brioschi Dario; Calloni Mario; Cazzaniga Carlo; Cavaletti Giuseppe; Cavenaghi Giuseppe; Cereda Claudio, Crippa Roberto; Grandi Sergio; Grassi Enzo, Lissoni Marco; Mariani Luigi; Mascazzini Claudio; Monti Angelo; Mutti Andrea; Nava Ermes; Ornago Natale; Parolini Beniamino; Pioltelli Carlo; Refaldi Sergio; Sacchi Luigi; Sala Alberto; Scamardi Danilo; Segalini Mario; Torriani Giorgio; Trevisi Moreno.

Chissa che qualcuno non si faccia vivo.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 31 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 




regole di guerra tra bambini

nuvola ceriani sassi

Quando ero bambino la banda della mia strada si scontrava con la banda dell’altra via.
Facevamo azioni di disturbo con insulti e urla per spaventarli. Qualche volta ci picchiavamo in furiosi corpo a corpo, ma c’era una regola: era proibito tirare i sassi.

Per definire questa regola avevamo fatto un “incontro di pace”, una vera e propria trattativa con Ambasciatori delegati dalle due bande (lo ammetto: eravamo un po’… burocratici!). Le due delegazioni erano costituite da due banditi per ogni banda.

Per la mia banda eravamo stati selezionati io, perché ero il più alto, e il Carta perché era quello intelligente. Il Carta era chiamato così perché aveva sempre in tasca un foglio di carta e una matita, con cui segnava i punti delle partite di calcio.

L’incontro si tenne in territorio neutro, davanti al macellaio. I delegati dell’altra banda arrivarono in quattro! Pensavo fossero venuti in tanti per picchiarci, ma uno di loro ci ha spiegato perché erano in quattro invece di due.

Io non ho capito la spiegazione, ma il Carta si, o almeno fingeva di avere capito. Oggi penso che l’altra banda in realtà fosse un Circolo del PD e la delegazione fosse composta da un membro per ogni corrente…

Comunque l’incontro al vertice andò bene e il Carta scrisse la regola: “Le due bande possono picchiarsi, ma non possono mai tirarsi i sassi“. Purtroppo però il Carta aveva un solo foglietto. Chi lo doveva conservare? Noi o l’altra banda?

Dopo un po’ di litigi decidemmo di lasciare il prezioso documento al macellaio, persona autorevole e al di sopra delle parti. Il macellaio si chiamava Galli. Gli mancava un dito di una mano, finito sotto i colpi di machete con cui tagliava la carne.

A volte immaginavo di mangiare il suo dito finito nella carne che compravo, ma quello che mi preoccupava di più era la gamba di sua moglie, la cassiera. La signora, infatti, stava sempre seduta alla cassa perché era senza una gamba (a Milano i bombardieri inglesi non regalavano noccioline…). Io pensavo alla gamba mancante, guardavo la carne in vendita sul bancone e poi a casa non volevo mangiare la carne trita.

Tornando al contratto scritto dal Carta, oggi capisco che avevamo definito la nostra “Linea Rossa Invalicabile”: non tirarci sassi. L’abbiamo sempre rispettata perché i bambini sono persone serie e sanno cosa sono le regole.

Anche gli adulti hanno l’abitudine di definire alcune “Linee Rosse Invalicabili altrimenti si ha l’Escalation”. Peccato però che gli adulti non abbiano a disposizione un autorevole macellaio. Per questo motivo ogni giorno i capi degli adulti valicano una “Linea Rossa Invalicabile” perché gli piace giocare all’Escalation con i corpi dei poveracci che non hanno i soldi per corrompere le incorruttibili guardie di frontiera e scappare dal loro Paese in guerra…




Bea ricorda la mamma Giulietta

Beatrice Bazoli è la figlia più grande di Giulietta Banzi, quella dei tre figli che ha i ricordi maggiori, perché era grandina (8 anni) e con la mamma andava alle mostre e/o alle manifestazioni e poi raccontava sul quaderno dei pensierini.

Pochi giorni dopo il 25 aprile del ’74 scriveva: con la mamma sono andata alla manifestazione del 1° maggio e la mamma mi ha preso un gelato.

Questo è il suo intervento alla manifestazione di Brescia per i 50 anni dalla strage di piazza della Loggia; l’ho ripreso da una immagine di un foglio spieghettato e così l’ho dovuta ribattere e mi hanno preso la commozione e un grande rispetto per questa famiglia di maestri di legalità e stile di vita. Volevamo cambiare il mondo …


ciao Mamma

Brescia – la lapide della strage – la colonna sbrecciata, il manifesto e la stele con i nomi

In questi anni, in questa piazza sono stati fatti tantissimi discorsi. Rivolti a tutti, per ricordare la strage che la ha insanguinata e le sue vittime. Pieni di parole nobili e importanti, come memoria, tolleranza, democrazia, libertà, rispetto, legalità.

Chiedo scusa a tutti, io oggi farò un discorso molto personale ed intimo. Quasi rivolto a me stessa, la bambina che ero, la ragazza che sono stata, la donna che sono oggi. Partendo da due parole modeste: Ciao, mamma. Da 50 anni non dico più queste due semplici parole, non saluto più la mia mamma, come ogni bambino vuole fare.

Dire ciao mamma davanti a una foto, od ad una lapide, non è la stessa cosa. Nessuno, nessuno potrà più toccarmi, abbracciarmi, rispondermi.

Ciao mamma sono due parole semplici, quasi banali. 50 anni fa ho dovuto smettere di pronunciarle e mi sono rimaste in gola fino ad oggi.

Ho passato gli ultimi 50 anni consapevole di avere qualcosa di bloccato. Queste parole sono così semplici e cariche di significato, di amore, di dolore che mi hanno impedito di respirare, di sentirmi pienamente viva, intera. E hanno bloccato anche tutto il resto di me, come se fossi cresciuta con un’ ala spezzata.

Non desidero parlare di morte ma di vita. Di dolore e di insegnamento. Non è un caso se tutti i parenti di vittime del terrorismo che ho conosciuto non cercano vendetta ma giustizia. Tutti noi abbiamo conosciuto la cattiveria, la bassezza e la malvagità degli uomini. Ma non siamo diventati cattivi. Forse perché il nostro dolore è condiviso da tante persone.

Fare memoria insieme aiuta, non sentirsi soli nella sofferenza aiuta. O forse perché aver conosciuto la cattiveria in maniera così viscerale ce la rende insopportabile. Non reaagire secondo brutalità violenza, Ma secondo la civiltà, la legge.

In questa piazza la mia mamma ha versato il suo sangue. Tra il fumo, le urla, ha provato le sue ultime emozioni.

Avrà avuto un dolore? Sicuramente, tantissimo. Non sapremo mai se abbia avuto una consapevolezza che stava morendo. Avrà anche avuto pensieri di incredulità, cosa è successo o cosa mi è successo? Cosa mi succederà, perché a me? Era una persona. Non un semplice nome su una stele.

Una insegnante di 36 anni, sposata da quasi 10, con tre figli di 8, 5 e 4 anni. Ha lasciato una famiglia distrutta con le ali spezzate aveva due fratelli, altri parenti, amici e amiche carissime.

Aveva perso da poco la sua mamma, morta in casa nostra di tumore Dopo un lungo periodo di dolore.

Tante persone in questi 50 anni, mi hanno raccontato quanto fosse speciale. Spiritosa, con gli occhi luminosi, attenta. Io ricordo una mamma affettuosa e svagata che mi regalava libri e sbagliava gli appuntamenti dal dentista. Che sapeva essere severa, che lavorava nella casa nello studio di casa e mi aiutava a fare i compiti, che mi aspettava sul divano quando tornavo da scuola, e fischiettava e faceva buffi disegnini.

Altri avranno ricordato altri aspetti del suo carattere. Non tutti la apprezzavano, ovviamente. Ma ha lasciato un segno, anche in chi l’ha conosciuta brevemente. Tra le lettere di condoglianze ricevute da papà nei drammatici di un giorni dopo la morte di mamma, numerosissime testimonianze di vicinanza, affetto, dolore. Altre, al contrario partivano con parole di cordoglio continuavano con se fosse stata a casa non sarebbe successo, una mamma deve stare coi suoi bambini ed altri luoghi comuni.

Papà ha avuto il coraggio di conservarle tutte, le une con le altre punte: Io non so se sarei stata così generosa; temo avrei strappato quelle che con la scusa di manifestare dolore in realtà danno giudizi perentori e categorici. In sostanza sfondati dal superfluo, un se l’è cercata. Come per le donne stuprate, che è sempre comunque colpa loro.

La mamma non cercava né morte né martirio. Voleva vivere intensamente. Aveva un marito tre figli per cui vivere, un lavoro che la appassionava, idee in cui credeva profondamente. Una persona con le sue contraddizioni, i suoi sogni, speranze, come tutti noi.

Recarsi in una piazza per manifestare pacificamente, legalmente, non è cercarsela. Una manifestazione occorre ricordarlo sempre, contro la violenza. Lo si può leggere chiaramente in quella copia del manifesto apposta per sempre accanto alla stele. Dopo la mamma seguono altri sette nomi. Alcuni li ho conosciuti personalmente, li ricordo con affetto altri non li ricordo, ma ricordi i loro cari, che mi salutavano, abbracciavano ogni anno in questa giornata dedicata alla memoria.

Questa piazza è stata bagnata dal sangue di Giulietta, mia mamma, di Livia, Alberto, Clementina, Euplo, Luigi, Bartolomeo, Vittorio. E delle centinaia di feriti sopravvissuti ma segnati per sempre. Il sangue è stato lavato via con gli idranti, ma gli idranti non possono cancellare il ricordo del sangue, la sua memoria, la sua persistenza. Ancora oggi non lo vediamo, ma c’è. Ci sarà per sempre e non potrà mai essere cancellata finché ricordiamo.

Ricordiamo queste persone che erano vive fino alle 10:12 del 28 maggio 1974. Che ridevano, amavano, provavano sentimenti ed emozioni. Stringiamo in un abbraccio forte,  ed affettuoso tutte le persone che si sono trovate come un’ ala spezzata dalla loro morte. Qui la mia mamma 50 anni fa ha provato le sue ultime emozioni sono certa che il suo ultimo pensiero sia stato per me, per i miei fratelli Guido ed Alfredo, per il nostro papà Luigi. Ci amava e non voleva lasciarci. Questo è anche il luogo dove ha riso, ha respirato per l’ultima volta. Dove è stata viva.

Qui, oggi, ora, posso dire ciao mamma. Sciolgo quel groppo bloccato in gola. Qui era viva 50 anni fa e ora mi ascolta.




1962-1964: elettrotecnica il secondo biennio all’Hens

III edizione – maggio 2024

4b 1964 hensemberger

In prima fila accosciati da sinistra: Sergio Grandi, Carlo Carzaniga, Giorgio Torriani, Luigi Beretta, Luigi Sacchi, Ermes Nava, Beniamino Parolini, Enzo Grassi, Claudio Cereda. In seconda fila: Sergio Refaldi, Mario Segalini, Dario Brioschi, Natale Ornago, Roberto Crippa, Giuseppe Cavenaghi, Carlo Pioltelli, ing. Galasso, Luigi Mariani, Moreno Trevisi, prof. Antonio Bellia, Luigi Arosio, prof. Mario Truci, Alberto Sala, Felice Aresi, prof. Donato Vencia, Angelo Monti, Luigi Assali, Mario Calloni, Marco Lissoni, Giuseppe Cavaletti e sullo sfondo Andrea Mutti e Danilo Scamardi – tutti vestiti bene, non per la foto, ma perché a scuola si andava così

Per il triennio di specializzazione ho scelto elettrotecnica. All’Hensemberger c’erano solo tre trienni mentre per le altre specializzazioni si doveva andare a Milano (chimica e fisica al Molinari, nucleare ed elettronica al Feltrinelli). Da noi: corso A, primo piano, meccanica; corso B, secondo piano, elettrotecnica; corso C, terzo piano, metallurgia (una specializzazione inventata da De Majo, con una sola gemella nel bresciano, per tener conto della siderurgia di Sesto San Giovanni e delle fonderie del territorio).

un ITIS integrato nel suo territorio

I laboratori della scuola erano una cosa grandiosa: ricordo quello tecnologico al piano terra in cui venivano le aziende del territorio a fare le prove sui materiali (durezza, resistenza alla fatica, resilienza, elasticità, trazione) e pagavano. Credo che fosse il lavoro principale del capo ufficio tecnico e vice preside prof. MIgliorini.

Da Preside ho avuto modo di consultare i verbali del Consiglio di Amministrazione della scuola (con gestione finanziaria autonoma sino agli anni sessanta). Era una azienda ben gestita e flessibile nel rapportarsi al tessuto produttivo del territorio. Se serviva una macchina la si comprava, se serviva una specializzazione o un corso pre e post diploma, lo si apriva. Se servivano incentivi al personale si davano.

Da quei verbali ho scoperto che l’ingegner De Majo, appena nominato nel 45, fu mandato dallo Stato per uno stage di un anno alla Fiat, perché per governare un ITIS dovevi aver visto e assorbito la cultura industriale. L’autonomia finanziaria e quella nella gestione del personale ci spiegano perché, per tutti gli anni sessanta, la nostra istruzione tecnica abbia primeggiato nel mondo.

la scelta della specializzazione e i professori

In terza ho fatto crescere la barba anche se non c’erano ancora i baffi ed è stata una bella guerra con papà che non vietava, ma faceva dell’ironia. Questo, come dice mia figlia, è un dato di imprinting che mi è rimasto e, a suo dire, siamo identici.

Scartai meccanica per via dei miei rapporti infelici con il disegno, scartai metallurgia perché il mondo della siderurgia non mi attraeva; così scelsi elettrotecnica perché incominciavano a prendermi bene sia la scienza sia le sue applicazioni e pensavo che quello potesse essere il modo giusto per coltivarla.

A quei tempi elettrotecnica voleva dire: centrali idroelettriche, grandi macchine, grandi impianti di trasporto e distribuzione. Lo status della disciplina era ben definito sin dal primo novecento; l’elettrotecnica era uguale a se stessa da 50 anni e i laboratori della scuola, nuovissimi, erano assolutamente all’altezza.

Ricordo in particolare quello di misure elettriche, molto grande e con un set di macchine disposte prima dei finestroni lungo la via Cavallotti con cui si poteva fare assolutamente di tutto in termini di simulazione degli impianti di produzione ed utilizzo: grandi motori sincroni e asincroni, alternatori, dinamo e motori a corrente continua, il tutto in gruppi che potevano essere interconnessi.

1972 vegezzi e Marina

1972, il professor Vegezzi con la figlia Marina

In terza incontrai un professore di lettere di alto valore, il professor Augusto Vegezzi, piacentino di origine, futuro autore di un fortunato testo di storia per i licei e poi lungamente preside del liceo Banfi di Vimercate. E’ scomparso nel 2022 a 90 anni.

Allora a Monza era così, giravano docenti di prima grandezza; al Mose Bianchi c’era Franco Fortini e il professore di filosofia di mio fratello, al Frisi, era Renato Fabietti. Con Vegezzi (intellettuale di sinistra) mi trovai bene perché era un educatore vero che sapeva dare un senso all’insegnamento di Italiano e di storia in un ITIS.

Ti faceva discutere, non imponeva; rispettava le mie opinioni allora molto diverse dalle sue. Su sua indicazione lessi Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi (ma prima chiesi il parere al mio confessore, don Giulio Oggioni, futuro arcivescovo di Bergamo che, essendo villasantesi veniva in oratorio la domenica mattina quando era libero dagli impegni di docenza al seminario di Venegono).

Nei temi, con Vegezzi, mi sentivo libero e così il passaggio in quarta fu traumatico; Vegezzi aveva chiesto e ottenuto il trasferimento a Milano. Con l’arrivo del professor Donato Vencia cambiarono obiettivi, metodi, concezione della cultura e passammo da un bel frizzantino al vino fermo. Nel primo tema in classe mi beccai un bel tre meno meno perché a suo dire ero andato fuori tema. Non mi restava che adeguarmi.

Cambiai la prof di Inglese e arrivò dal Frisi la prof Castoldi (mi pare fosse soprannominata Moby Dick). Era stata la prof di mio fratello e, nonostante l’aura temibile che la circondava, trasmessami anche da mio fratello, non ebbi assolutamente problemi.

materie tecniche extra-specializzazione

Ebbi l’occasione di fare un bel corso di tecnologia in cui studiai gli elementi essenziali delle proprietà dei materiali e dei processi siderurgici (dall’alto forno, ai convertitori, ai forni di fusione) e un corso altrettanto buono di meccanica generale perché allora il perito era pensato come un tecnologo che si specializzava, ma doveva comunque avere una competenza a 360° sulle cose essenziali.

Nel corso di tecnologia andamma più volte in laboratorio e ricordo il fascino delle prove di resistenza dei materiali: la resistenza alla trazione (fase elastica, snervamento e rottura), la sollecitazione di taglio, la durezza superficiale

Dopo il corso di chimica generale in II, ce ne fu uno di chimica organica e industriale dove ci occupammo dei grandi impianti chimici per la produzione dei composti chimici essenziali per l’industria (acido solforico, acido nitrico, soda caustica, acido cloridrico, ipoclorito di sodio, coloranti) e di tutte le problematiche legate alla produzione e distillazione degli idrocarburi.

Avevo acquistato da un compagno di classe un certo numero di reagenti (acidi, basi e sali) e nella cantina di casa (areata da uno sportellino in alto a livello del suolo esterno) mi divertivo con le reazioni. Spettacolare la produzione di ipoazotide (una miscela di ossidi di azoto di un bel colore rosso mattone) che si ottiene facendo reagire trucioli di rame con acido nitrico. Avevo un sale di cobalto che, a seconda della umidità cambiava colore e mi divertivo a scaldarlo in una provetta.

la reazione del sodio in acqua con sviluppo di idrogeno che si incendia

In un contenitore di vetro con il tappo a vite tenevo, immerso nella nafta un bel pezzo di sodio metallico. Lo si tiene nella nafta perchè a contatto con l’acqua (e basta anche solo il sudore o l’umidità atmosferica) ha una reazione violenta, sviluppa idrogeno che si incendia immediatamente. Il sodio è lucente e malleabile e basta prenderne un pezzettino con una pinzetta e buttarlo in acqua per vedrlo saltellare e incendiarsi.

Sempre in cantina mi ero attrezzato un piccolo laboratorio di elettrotecnica messo in piedi recuperando vecchi trasformatori provenienti dalla fabbrica chiusa di mio padre. Con dei raddrizzatori che mi ero procurato ci facevo l’elettrolisi e, con i soli trasformatori, la saldatura ad arco ed altri esperimenti in cui portavo alla incandescenza fili di rame piazziati su una basetta di legno sostenuti da chiodi che facevano da morsetti e misuravo i tempi necessari per la evaporazione del metallo ad alta temperatura a seconda dello spessore. Negli anni avanti mi sarei dilettato con la radiotecnica e un po’ di elettronica: produrre un amplificatore utilizzando le vecchie radio a valvole, costruire una chitarra elettrica.

Un altro laboratorio che ora non si fa più era quello di saldatura; due ore pomeridiane molto divertenti passate a fare pratica con la classe divisa in tre gruppi; un trimestre fiamma ossidrica e cannello ossiacetilenico, un trimestre saldatura ad arco, un trimestre fucina. L’aiutante tecnico che lavorava al maglio era soprannominato Vulcano. Con tutti quei laboratori l’orario scolastico era pesante: 34, 36, 38 ore, ma anche così ci si abituava al futuro lavoro in fabbrica (gestione del tempo e dei ritmi di lavoro).

sua maestà l’elettrotecnica

Last but not least, l’elettrotecnica: ovvero il testo di Olivieri e Ravelli e l’ingegner Bellini. Oltre all’elettrotecnica generale seguita dalle correnti alternate e trifasi e poi dalle macchine elettriche, c’erano misure elettriche, impianti elettrici e costruzioni elettromeccaniche con altri docenti; ma l’elettrotecnica all’Hens era l’ingegner Bellini.

La sua parola, in classe o nei discorsi tra studenti, equivaleva all’ipse dixit (l’ha detto l’ingegner Bellini). Con lui non si pedeva tempo e si lavorava, sin dal primo anno di specializzazione, sulla preparazione alla prova scritta dell’esame di diploma. I conti erano tanti e si facevano con il regolo calcolatore con due o anche tre cifre significative (inclusi i conti che richiedevano la trigonometria).

olivieri ravelli vol. 1 Elettrotecnica generale

Olivieri e Ravelli vol. 1 Elettrotecnica generale

L’Olivieri e Ravelli, edizione CEDAM marrone scuro, rilegato in tela e cartone a lettere d’oro, tre volumi (elettrotecnica generale, macchine elettriche, misure elettriche) è stato nella mia formazione quello che, all’università, sono state le Lectures on Physics di Feynman. Bellini faceva lezione; sottolineava le cose essenziali di teoria (tanto c’era l’Olivieri e Ravelli per gli approfondimenti) e poi tante applicazioni.

Prendevo appunti e poi li rielaboravo studiando sul testo. La ristesura degli appunti presi a lezione rielaborandoli con l’apporto dei testi è fondamentale per capire come stanno le cose e per introiettare la conoscenza.

Non eravamo in molti a lavorare così, c’era chi si accontentava di riuscire a fare i compiti in classe e c’era chi si faceva aiutare durante i compiti. Io ero per la sistematicità. Purtroppo di quei quaderni di appunti (elettrotecnica, matematica, meccanica, elettronica) non ho più nulla e la stessa cosa è avvenuta per quelli dell’università; prestati e mai restituiti.

Gli altri docenti delle materie di indirizzo non erano di pari valore, ingegneri neo laureati in attesa di assunzione e prestati (senza impegno) all’insegnamento.

In terza compresi bene i concetti di intensità di corrente e di differenza di potenziale e mi resi conto della spiegazione demenziale che mi avevano dato in seconda sugli uccelli posati sui fili di trasporto dell’energia elettrica. La corrente elettrica circola se metti a contatto punti a potenziale diverso e se stai su un solo filo sei al potenziale del filo e dunque non c’è passaggio di corrente.

la frattura della tibia

Nella primavera del 63 ci fu uncidente importante durante una lezione di educazione fisica al campo di calcio dell’oratorio di Triante con il professor Tarca.  Ero in azione in velocità e per un difetto di controllo del pallone finii in avanti sulla punta del piede destro.

Sentii un bel crack di osso che si rompe, mi ritrovai a terra e poi arrivò il dolore: frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra. Mi caricarono in auto tenendomi in braccio e via verso il vecchio Ospedale San Gerardo. Il primo impatto fu con la messa in trazione perché per fissare la staffa di trazione ti trapano il malleolo e ci piazzano un cilindretto d’acciaio. A quei tempi la ortopedia chirurgica era di là da venire.

Il reparto era di quelli con quattro letti per parte e il corridoio in mezzo. Ero immobile nel letto bloccato dall’apparato di trazione con pesi e carrucole.  Furono 20 giorni di sofferenza e immobilità, poi 45 giorni di gambale gessato senza possibilità di appoggio, 30 giorni di stivale e poi altri 20 perché il callo non era giudicato soddisfacente. Totale 115 giorni.

Ricordo ancora con terrore i giorni di Ospedale in quel camerone, tra urla, odori corporei, sempre su schiena, padella e pappagallo. C’era un camionista a cui schiacciarono una gamba con un camion  in manovra mentre lui stava sotto. Dopo giorni di sofferenza gliela amputarono perchè stava andando in cancrena.

Quando levai l’ultimo gesso il mio polpaccione destro (tutti i Cereda hanno il polpaccione)  era ridotto a un terzo. Era il luglio del 63 e andammo al mare a Varazze; stavo meglio in acqua rispetto al camminare sulla sabbia. Mi sono rimasti un bel callo osseo e un accorciamento di quasi 1 cm e mezzo che alla lunga ha dato problemi alla mia colonna.

Dopo la prima settimana di stivalone sino all’inguine, in cui era stato prescritto il riposo a letto, ricominciai ad andare a scuola. Il mio compagno Luigino Sacchi mi veniva a prendere in Lambretta e, in qualche modo si arrivava all’Hensemberger dove mi prendeva tra le braccia e mi portava in tutti gli ambiti in cui non ce la facessi con le stampelle. L’ascensore c’era ma non era per gli studenti.

Altri tempi, ve li figurate con la 626 (il trasporto in moto, il trasporto in braccio)? Luigino Sacchi insieme al Sem è stato il mio compagno di studi nel triennio. Andavo a casa sua, nelle villette dietro l’acquedotto,  nei pomeriggi in cui non c’era laboratorio e rivedevamo le cose insieme. Ci vedevamo solo per studiare perché lui era impegnato con gli scout e faceva atletica leggera (lancio del disco).

Nel tempo libero mi impegnavo sempre di più in GS e mi apprestavo a fare il caporaggio dell’Hensemberger (ne parlo in un capitolo a parte). La giornata era strutturata così: scuola di mattina, scuola di pomeriggio, un salto in GS prima di cena, studio dopo cena. Mentre, fino a tutta la seconda, nel pomeriggio della domenica andavo al cinema a Villasanta, adesso c’era la caritativa: andavamo nei quartieri in espansione di Cinisello (le coree) a far giocare i bambini intorno a parrocchie che stavano nascendo (Robecco, Bellaria, Cornaggia).

dalla terza alla quarta: marachelle e autonomia

Nell’estate del 63 ci fu il trasloco dalla vecchia casa di via Mazzini al condominio Marinella di via Monte Sabotino, dal centro alla estrema periferia, dove c’erano ancora le vecchie cave, luogo impagabile di avventura per mio fratello Fabio.

Villasanta finiva al passaggio a livello di viale della Vittoria e più in là c’era solo campagna. Pochi giorni dopo il trasloco, morì la nonna Elisa e così non ci furono problemi nella disposizione delle tre camere (una per i genitori e il piccolo Marco e le altre due per noi quattro più grandi). Ironia della sorte il condominio fu costruito dalla impresa di Stefano Mariani, lo storico autista del calzaturificio, e l’acquisto fu reso possibile  dalla generosità del cugino Giancarlo Locati che si stava incominciando ad affermare come ingegnere civile e anticipò una quota dei soldi necessari.

La quarta fu un anno di passaggio da tre punti di vista: professionale, cultural-religioso, politico. Sul versante della autonomia mi ero comperato, con i proventi di una borsa di studio, la Lambretta 125, quasi subito truccata a 150 con la collaborazione di Roberto Zannini (il figlio di Tonino dell’omonimo garage). Aveva due anni meno di me; io gli davo una mano in qualche materia e lui smanettava con le moto avendo a disposizione l’officina. Si fece una lambretta da 125 a 200 cc che riusciva a mandare a un numero di giri spropositato e che alimentava con miscela al 12% per non grippare.

Una borsa di studio da 120 mila lire era un bel contributo, e ricordandomi della mia storia, da dirigente scolastico dell’Hensemberger mi sono subito dato da fare per rendere disponibili borse di importo significativo (sino a 1’000 €) per gli alunni meritevoli cercando di trasmettere il messaggio secondo cui ciascuno, nel bene e nel male, è artefice del suo destino.

Iniziavo anche a dare le prime lezioni private a studenti dell’Hensemberger delle prime classi, una attività che ho mantenuto anche da studente universitario.

A scuola si approfondiva la scelta dell’elettrotecnica; aspettavamo i due pomeriggi in cui si sarebbe fatto laboratorio di misure per unire teoria ed applicazione; carini i laboratori di costruzioni elettromeccaniche in cui si iniziava la progettazione e realizzazione di macchine elettriche, quelle che studiavamo sull’Olivieri e Ravelli. In terza abbiamo imparato a fare i cablaggi per la alimentazione delle macchine utensili con il filo di rame rigido, mentre in quarta ho costruito un trasformatore dalla progettazione, al dimensionamento e assemblaggio dei lamierini, alla realizzazione degli avvolgimenti.

laboratorio macchine utensili

laboratorio macchine utensili di un ITIS

Sempre sul versante della cultura tecnologica a 360° del perito ci fu anche l’esperienza del laboratorio di macchine utensili. La classe era divisa in due gruppi e alternativamente si lavorava al tornio o sulle macchine speciali (fresatrici, piallatrici, trapani).

Ho visto, ma non usato, la prima macchina a controllo numerico che lavorava con nastro perforato (era il1964).

Mi sono stupito nel vedere un tornio con mandrino a revolver che fabbricava bulloni con una serie di passaggi predeterminati in sequenza a partire da un’unica barra cilindrica d’acciaio: realizzazione della testa e del corpo, il filetto, la svasatura, il taglio con caduta del pezzo e inizio del successivo. Ad ogni colpo dato alla ruota di comando il portautensili ruotava ed iniziava una nuova operazione e, naturalmente, attraverso connessioni meccaniche opportune si poteva rendere automatica, anche questa operazione. Erano i primi elementi della automazione, ancora rigidamente senza uso della elettronica.

C’è un episodio che serve a spiegare bene che tipo di personaggio stessi diventando. Non ero ribelle, ma intransigente sì. Facevamo un corso di macchine idrauliche e termodinamica (il seguito di quello di meccanica fatto in III) con il solito docente preso in prestito: questa volta era un fisico, ricercatore del neonato gruppo di Fisica dello Stato Solido che insegnava per integrare l’assegno di ricerca (si chiamava Robero Oggioni). Persona molto simpatica e alla mano, ma aveva un difetto: appena entrato in classe si metteva davanti ai banchi, apriva il giornale (Il Giorno) e per 5/10 minuti si dedicava alla lettura.

Io stavo al primo banco e la cosa mi dava istintivamente fastidio perché mi sembrava una forma di maleducazione nei nostri confronti; così una mattina con un accendino diedi fuoco, da sotto, al giornale aperto davanti alla mia faccia. Come si sa, se si accende della carta da sotto, viene una bella fiammata; il professore capì che avevamo sbagliato entrambi non ci furonoi provvedimenti disciplinari e aumentò la stima reciproca.

Il contrario di ciò che mi accadde l’anno dopo quando, per un episodio di ben minore gravità rischiai di perdere l’anno, come vedremo nel prossimo capitolo. Il professor Oggioni fu il primo fisico da me conosciuto che facess il fisico. Esisteva gente che nella vita faceva lo scienziato. La cosa mi piacque molto.

Sempre in quell’anno ebbi il primo contatto con la matematica seria, l’analisi matematica, dopo che già in terza avevamo fatto l’essenziale di numeri complessi e geometria analitica. Il professore era Bellìa, un catanese con un accento fortissimo che sarebbe poi rimasto all’Hensemberger per tutta la sua vita. Il corso di matematica finiva in quarta e, pur senza grandi approfondimenti teorici, ma badando al significato di derivata ed integrale, appresi alcune tecniche che, unite alla padronanza dei numeri complessi, mi consentirono una certa autonomia nello studio delle correnti alternate e dei sistemi trifasi.

Fu una piacevole sorpresa scoprire che, dopo aver appreso i fondamenti, si poteva fare da sè realizzando in maniera elegante risultati applicabili alle materie di indirizzo senza dover usare le semplificazioni concettuali dell’Olivieri e Ravelli (dove non era previsto l’uso dell’analisi).

Mi è rimasta in mente la lezione dedicata alla definizione di limite: voi non sareste mai in grado di capirla, perciò ve la detto e voi imparatela a memoria, disse il Bellìa (preso un ε positivo piccolo a piacere, se è possibile trovare un δ positivo tale che quando …. allora …. ). Non so dirvi se avesse ragione; noi periti eravamo un po’ rozzi e amanti del lato pratico delle cose, ma a Fisica l’impatto con gli aspetti teoretici dell’analisi fu drammatico e da docente di liceo mi impegnai a fondo perché le difficoltà concettuali non fossero eluse ma comprese partendo dalle problematiche da cui nasceva la questione con una modalità in cui il rigore e la astrazione fossero introdotti con gradualità.

le visite aziendali

Nel corso della IV e della V abbiamo fatto diverse visite a grandi aziende del territorio.

Alla CGS (compagnia generale strumenti) di  Monza si fabbricavano ancora gli stumenti di precisione con cassetta in legno; gli stessi che usavamo nel laboratorio di misure oltre agli strumenti da quadro per le applicazioni industriali.

Vedemmo la catena per la produzione dei contatori a disco commissionati dalla Edison, poi ENEL, per la fatturazione dell’energia elettrica. Il passaggio di corrente richiesta dall’utente produce un campo magnetico che mette in rotazione un disco di alluminio collegato a un contagiri. La velocità di rotazione del diswco è correlata alla corrente richiesta. Così si misurava il consumo di energia elettrica in ambito domestico prima che arrivassero i contatori elettronici di oggi.

Alla Ercole Marelli di Sesto ci fu il contatto con la grande industria elettromeccanica: grandi motori e alternatori per le centrali. In quegli anni venivano realizzati i primi turboalternatori con dei rotori in acciaio lunghi 7-8 metri che dovevano fare 3’000 giri al minuto. Scoprimmo le limitazioni nel diametro del rotore (non più di 1 m) per gli effetti di flessione al centro e il rischio che il rotore, ad alta velocità si sradicasse dai cuscinetti. Scoprimmo che uno dei problemi, nella lunghezza (potenza) del rotore era quello della tenuta dell’isolamento dei conduttori alla temperatura prevista di funzionamento (intorno agli 80-90°).

Alla Magrini di Bergamo vedemmo gli interruttori di potenza per le centrali e la sala prove. Alla Philips di Monza visitammo la catena di montaggio per la produzione dei tubi a valvola. C’erano dei grandi banchi circolari con le operaie tutte in camice bianco che, in ambiente protetto, montavano a mano i diversi componenti della valvola (catodo, griglie, anodo).

Lo stesso carosello aveva fiamme a gas e quando il lavoro era finito si montava il bulbo in vetro, si faceva il vuoto e poi il bulbo veniva tappato a caldo. Fu il primo ambiente pulito che vidi nell’industria e mi tornò in mente anni dopo quando, alla SGS (ora ST Microelectronics), mi capitò di entrare nei reparti di produzione delle fette di silicio per la produzione di circuiti integrati e microprocessori dove non può entrare neanche un granello di polvere.

E’ impressionante come di queste cose, nonostante l’alternanza scuola lavoro, oggi se ne facciano meno di allora tra problematiche di sicurezza, scuola di massa e abbassamento della qualità, sia degli studenti sia della offerta formativa.

evoluzione cultural-religiosa

Sul piano culturale e religioso mi occupai di costituire un significativo gruppo di GS interno alla scuola (amici che rivedo ancora con piacere e che hanno preso strade molto diverse).

Intanto approfondivo alcune tematiche legate alla fase conclusiva del Concilio Vaticano II, leggevo le encicliche che ci aveva lasciato papa Giovanni (ormai morto) e trovavo un po’ esitante e non comunicativo il suo successore Montini (Paolo VI). Nel mio processo di crescita cominciavo ad avere l’impressione che la politica culturale di GS fosse un po’ chiusa sul versante sociale come spiegato nel capitolo dedicato a GS; il mio alter ego era il Sem Cavalletti che un po’ stava in GS e un po’ aveva rapporti con il circolo studentesco di Villasanta messo in piedi da mio fratello Sandro e da Peppo Meroni.

Nerl 1963 la domenica mattina i giessini andavano a messa alle 10:30 nella chiesa di San Pietro Martire a metà di via Carlo Alberto. Da questo appuntamento, nell’anno successivo, ne seguì un altro; finita la messa, con alcuni amici ci spostavamo in via Dante al circolo la Brianza a frequentare le riunioni della federazione giovanile socialista (veniva da Milano un deputato lombardiano che si chiamava Cresco e un avvocato amministrativista destinato a fare carriera Felice Besostri).

Iniziò così il mio spostamento a sinistra. Per qualche mese, all’inizio del 64, cercando di imitare mio padre, che era stato fascista e conservava un rapporto di adesione al fascismo nella sua versione sociale e repubblicana, mi misi a leggere il Secolo d’Italia comperato all’edicola al semaforo di via Prina con via Manara, dove c’era un edicolante contrabbandiere e fascista che mi guardava con simpatia. I missini non mi convicevano.

Leggevo anche, episodicamente, La Discussione (il settimanale della DC che arrivava in abbonamento a casa di Sacchi). Erano i primi passi, ancora confusi verso la passione politica. Nell’estate del 1963 era morto papa Giovanni e in quella del 1964 morì Palmiro Togliatti. Il mondo comunista mi era totalmente estraneo ma fui molto impressionato dalla enorme partecipazione popolare ai funerali di cui lessi le cronache su Il Giorno ai giardinetti della Villa Reale. La domenica comperavo l’Avanti che, nella edizione domenicale, era molto ricco di articoli di storia e cultura. Di lì a poco avrei scoperto Rinascita.

Ho aperto con la immagine della IV B. Molti dei compagni di classe non ci sono più, altri li ho persi di vista da tempo, per esempio il mio compagno di banco Alberto Sala che veniva da Cavenago e che ha lungamente fatto il direttore amministrativo della Telettra.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 24 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere





1960-1962: inizia l’Hensemberger

III edizione – maggio 2024

hensemberger

La prima superiore ha coinciso con la fine dell’esperienza del Collegio e, poiché mentre facevo la III media, la fabbrica era stata chiusa era cambiato notevolmente lo status sociale della mia famiglia. Passammo dall’essere una famiglia numerosa di imprenditori ad essere una famiglia numerosa con un padre quarantacinquenne che doveva inventarsi un lavoro. La prima decisione fu che il secondogenito (cioè io) non avrebbe fatto il Liceo Scientifico, ma l’ITIS e mio fratello Fabio che non pareva nutrire grande interesse per lo studio, anziché alle medie, venne mandato all’avviamento.

Iscriversi all’ITIS non era però così semplice; la scuola era a numero chiuso perché, in quel momento, c’era solo una classe per ogni specializzazione del triennio e si puntava molto sulla qualità.

Mia madre fece alcune visite al padre-padrone-fondatore dell’Hensemberger, l’ingegner Antonio De Majo, prima di ottenere il via libera. Negli archivi dello scientifico Frisi, quando ci insegnavo, rintracciai una domanda di iscrizione sub condizione in ci si diceva che sarei andato al Frisi se non mi avessero accettato all’Hensemberger.

l’Hensemberger, un po’ di storia

La scuola nasce nel 1945 come sezione staccata dell’ITIS Feltrinelli di Milano ma ha quasi subito l’autonomia e un Preside che ci credeva, l’ingegner De Majo. Erano altri tempi, gli ITIS nascevano come scuole dotate di autonomia amministrativa e con un fortissimo rapporto con il mondo delle imprese e ciò voleva dire possibilità di fare investimenti con mezzi propri e autonomia nelle poltiche di assunzione e gestione degli aspetti premiali.

Me ne sono reso conto sfogliando il registro dei verbali del Consiglio di Amministrazione e la prima che che vidi è che De Majo, appena nominato fu spedito a fare un tirocinio di tre anni in FIAT. La scuola venne intitolata a Pino Hensemberger lungimirante industriale del primo 900 con una azienda che produceva accumulatori per le ferrovie, i tram e la nascente industria delle auto. Il figlio di Pino, Nino faceva parte del consiglio di amministrazione della scuola.

Nel dopoguerra De Majo ha fatto crescere la scuola e nei primi anni 60 c’erano corsi serali per disegnatori meccanici per le nostre industrie di macchine utensili; appena si era sviluppata nella zona nord di Monza una fiorente industria metallurgica per l’alluminio e i suoi derivati, di Majo aveva aperto la specializzazione in metallurgia, la seconda in Italia, dopo Brescia che forniva periti alle industrie siderurgiche di Sesto San Giovanni.  Una delle sue ultime creazioni fu il corso per superperiti, dopo il diploma, che anticipava di 40 anni gli Istituti Tecnici Superiori che vanno ora per la maggiore.

La scuola raccoglieva fondi anche lavorando direttamente per le imprese dell’area brianzola che venivano, a pagamento, ad effettuare le prove sui materiali nell’avanzatissimo laboratorio di tecnologia.

il primo impatto

L’Hensemberger era allora in via Enrico da Monza (nel retro dell’attuale istituto professionale Olivetti): edificio grigio, cortile in terra battuta. Fummo accolti in cortile dal preside De Majo in panciotto e farfallino che fece personalmente l’appello e ci mandò in classe. Per me che arrivavo da quattro anni di collegio era tutto nuovo, avevo un’aria da bambino per bene e i grandi, dai bidelli ai professori, mi sembravano davvero grandi.

I compagni: eravamo una trentina; un piccolo gruppo l’ho conservato sino in quinta, pochi per via delle bocciature e della scelta della specializzazione che ci avrebbe dirottato su tre percorsi distinti (meccanica, elettrotecnica, metallurgia). Tra i villasantesi Colnago di S.Alessandro, Giovanni Messa e Luigino Sacchi.

I banchi: erano in legno a tre posti e d’altra parte si trattava di un vecchio edificio che ospitava l’Hensemberger dal dopoguerra dopo una fase iniziale in via Appiani.

I professori: la professoressa Mandelli di Italiano, il professore di falegnameria (Santacaterina con l’aiutante Decio), la professoressa Brioschi di disegno (sorella dell’economo e braccio destro di De Majo dalla fondazione), il professore di Matematica Quattrone, la professoressa Ferrario di Inglese, il professor Civetta di aggiustaggio.

I trasporti: a seconda dei giorni usavo la bici o l’autobus della autorimessa Vimercati che gestiva la tratta Villasanta Monza con capolinea in piazza Daelli. Da Villasanta passava anche l’Oggiono che, per qualche corsa, aveva ancora l’autobus con il rimorchio.

Venire in pulman era l’occasione per socializzare e anche per vedere qualche ragazzina. Non faccio nomi ma qualcuna (Bianconi, Canossiane) era bella e irraggiungibile. Si viaggiava piuttosto pigiati; i primi a scendere, tra cui mio fratello Sandro, erano quelli del Frisi (alle scuderie della villa Reale) con fermata alle Missioni Estere, poi noi dell’Hensemberger e le ragazze delle Preziosine che scendevamo al ponte di Lecco mentre il grosso arrivava sino in piazza Trento.

i professori e le materie

Mandelli

La professoressa Mandelli mi ha insegnato-invogliato a leggere e scrivere ed è stata con noi anche in seconda. Avevamo un quaderno (il quaderno delle cronache) in cui dovevamo, una volta la settimana, scrivere il racconto di un evento importante che ci era accaduto. Le cronache, con una certa regolarità, venivano lette in classe e la professoressa quando voleva sentire qualcosa di bello faceva leggere quella di Cavalletti.

Mi ha invogliato a leggere la grande letteratura europea e così, nell’estate della prima e in quella della seconda, mi sono letto autonomamente un po’ di autori russi e francesi (qualche edizione BUR e poi la biblioteca civica). Il quaderno delle cronache è stato importante perché la scelta libera dell’argomento e il fatto di non dover argomentare, ma piuttosto raccontare, mi toglieva le ansie che tutti abbiamo provato di fronte al tema di italiano: come incomincio? quanto lo faccio lungo? cosa metto come conclusione?

falegnameria incastriSantacaterina

Del corso di falegnameria (quattro ore di pomeriggio) ho un ricordo molto piacevole a differenza di quello di aggiustaggio. Stavamo in un sotterraneo con quei bellissimi banconi da falegname con la morsa in legno, i fori per infilare spine che consentissero di stringere pezzi di varie lunghezze, la raspa, il mazzuolo, gli scalpelli, la sega a lama trapezoidale (il saracco), la pialla, la tuta cachi che si comprava dal Dassi Gomma con lo stemma dell’Hensemberger.

Ho acquisito manualità e controllo. Dopo aver appreso le tecniche elementari nell’uso degli utensili abbiamo passato l’anno a realizzare i principali incastri (a coda di rondine, a L, a torre, ..); cose che allora usavano i falegnami e che ora si vedono solo nei mobili antichi.

Brioschi e il panino con il salame

Con la professoressa Brioschi ho preso il primo ed ultimo quattro della mia vita (e alla fine del primo trimestre anche 5 in pagella). Ero un ragazzino, portavo i calzoni corti sino a novembre (i peli sulle gambe, insieme agli ormoni, sono arrivati nell’estate tra prima e seconda).

La professoressa Brioschi ci doveva insegnare il disegno tecnico e si incominciava con fare la punta alle mine con la carta abrasiva, squadrare il foglio, scrivere in stampatello perfetto (ma senza il normografo). La prima tavola (quella del 4) era proprio una tavola di lettere e numeri, ripetuti in corpi diversi sulle diverse righe, sino a riempire l’intero foglio in formato A3.

Immaginate la polvere di grafite quando riempi con mine semigrasse un intero foglio; aggiungete le cancellature che, quando il foglio è pieno, lasciano aloni dovunque: una cosa poco bella da vedere già per conto suo. Poi metteteci il destino (cinico e baro …): a scuola ci venivamo in bicicletta (Villasanta Monza andata e ritorno due volte al giorno). La cartella stava sul cannotto o sul portapacchi dietro; dentro i libri, i quaderni, l’astuccio, le squadre e anche il panino da mangiare all’intervallo. Maledetto panino col salame.

Avete presente cosa succede quando il grasso di maiale viene a contatto con la carta porosa: trasuda e se poi trova dell’altra carta (la mia tavola era avvolta a cilindro) trasuda anche in quella e forma una macchia translucida che stona decisamente in una tavola da disegno. Il quattro mi ha fatto piangere, ma mi ha dato un bello stimolo e alla fine della II ero ormai un disegnatore provetto: fatica, testardaggine, esercizio.

Quattrone dormiva e faceva dormire

L’amore per la matematica e per la fisica non è certamente iniziato con il professor Quattrone, un omone calabrese che parlava un italiano approssimativo, ma soprattutto, nelle lezioni del pomeriggio dormiva dietro un paio di grandi occhiali da sole.

Nel corso del 60/61, ad anno già iniziato, fu introdotta una modifica a materie e programmi legata al mutamento organizzativo degli istituti tecnici da un modello 3 + 2 a quello attuale 2 +3 e il professore di matematica si trovò (mal per lui e malissimo per noi) ad insegnare anche fisica.

Della fisica ho un ricordo tragico con tutti quei t0, t1, t2, x0, … che non capivo cosa fossero. Per farla breve mi toccò andare a ripetizione per un bel mesetto da mio cugino ingegnere finché non cominciai a comprendere e a muovere i primi passi in  autonomia.

Della matematica ricordo di aver trovato qualche difficoltà nella capacità di impostare problemi con uso delle equazioni. L’uso della matematica finalizzata al problem solving, mi fece molto bene sino alla capacità di utilizzarla autonomamente in quarta e quinta, dentro le discipline tecniche, fossero l’idraulica, la meccanica e soprattutto l’elettrotecnica e l’elettronica.

Ferrario

Per Inglese, materia per me nuova, visto che alle medie avevo fatto francese, nulla da dichiarare. Una professoressa tranquilla e abbastanza simpatica e acquisizione dei rudimenti di grammatica.

Il preside De Majo ci teneva molto allo spirito di appartenenza e dunque, non solo avevamo la tuta da laboratorio, color caki, uguale per tutti e con lo stemma della scuola, ma anche la tuta da ginnastica era una divisa. Una tuta nera con una vistosa H all’altezza del cuore. Nell’edificio non c’era la palestra e per fare ginnastica andavamo al vicinissimo campo di calcio dell’Oratorio San Gerardo.

Tra le ore di scuola (mi pare 34 comprensive di rientri pomeridiani) e cose da studiare non mi restava molto tempo libero e l’unico svago era il cinema (al Lux) la domenica pomeriggio (in prevalenza film storici, di quelli girati a Cinecittà nei primi anni 60). Alla fine della prima, media del 7 (che per l’Hensemberger era un bel risultato), borsa di studio della Provincia ed assegno di 120’000 lire usato per comperare la lavatrice automatica alla mamma.

l’estate

16 anni

all’inizio della seconda

Venne l’estate, incominciarono a muoversi gli ormoni e incominciò anche la mia prima esperienza lavorativa, totalmente gratuita e decisamente utile. Da mia zia Giovanna, che aveva trasferito il negozio di scarpe da via Mazzini in piazza Camperio, c’era bisogno di qualcuno che desse una mano (perché mi pare che il figlio Franco destinato a subentrare fosse a militare) e così passai quasi due mesi a fare il commesso di negozio; mia zia conosceva tutte le donne di Villasanta (il numero di scarpa, i difetti del piede, …) e le donne chiedevano subito di lei. Le donne avevano misure dal 34 al 38 e solo in un paio di casi si arrivava al 39.

In un cassetto del banco c’erano anche degli strani rettangoli di cartone che venivano distribuiti alle famiglie bisognose o in difficoltà. Erano i buoni della San Vincenzo che la zia preparava già separati per le diverse famiglie (1 kg di zucchero, 1 kg di pasta, 1 kg di caffè, 1 kg di pane, 250 g di burro, …). Si consegnavano brevi manu senza troppa burocrazia con una annotazione su un quaderno) ed erano spendibili direttamente presso i negozi di Villasanta che si rivalevano poi sulla parrocchia.

Imparai a confezionare i pacchi, a registrare le consegne delle scarpe in riparazione, a salire sugli scaffali del retrobottega, a consultare ed annotare il quaderno delle consegne a credito e così passò la mia prima estate delle superiori.

la seconda nella scuola nuova

immagine mosè e pino

Immagine dall’alto delle due nuove scuole con ka stecca dei laboratori lungo la via Cavallotti

Nell’estate del 1961 l’Hensemberger fece il trasloco e il nuovo anno lo abbiamo frequentato nella nuova sede di via Berchet, quella dell’Hensemberger attuale.

La amministrazione provinciale aveva realizzato le sedi per i due istituti tecnici in forte espansione l’Hensemberger e il Mosé Bianchi in un’area di terreno compresa tra la via Cavallotti e la via Sempione e di lì a qualche anno si sarebbe costruito, sul lato di via Sempione, il Frisi.

La sede dell’Hensemberger era enorme per la grande quantità di laboratori e di aule speciali eppure nel giro di pochi anni, a causa del boom nelle iscrizioni fu necessario aprire la succursale agli Artigianelli e sedi staccate da cui sarebbero nati nuovi istituti tecnici per filiazione (Vimercate, Desio, Seregno, Cesano, Limbiate).

Del primo anno nel nuovo edificio ho pochi ricordi perchè noi di seconda non andavamo nei laboratori e nelle aule speciali, salvo per fare aggiustaggio e disegno e la scuola era molto compartimentata sotto il tallone di ferro del preside De Majo. Erano cambiati anche un bel po’ di compagni di classe tra bocciature, passaggi al serale e immissione di ripetenti.

Regola numero uno e unica: gli studenti usavano solo le scale laterali (quelle di sicurezza) mentre l’ingresso e l’uscita avvenivano dal sotterraneo dove c’era anche il parcheggio per bici e motorini. Lo scalone centrale era riservato ai professori. Su questi aspetti vigilava il custode Beltrandi, detto Speedy per via della rapidità nell’interloquire e per i baffett alla Speedy Gonzales.

L’attuale grande atrio con il busto in bronzo di Pino Hensemberger era il sancta sanctorum interdetto agli alunni e in effetti, nella presidenza, ci sono entrato per la prima volta, da Preside, solo nel 2008. Gli studenti interagivano solo con i professori stando in aula e al più si andava dal bidello al piano per comperare i panini (anche se c’era il bar, ma non era cosa per gli studenti).

aggiustaggio

Nulla da dire per Italiano e Inglese che proseguirono in continuità metodologica e con i medesimi professori. Ho un ricordo poco gradevole del corso di aggiustaggio (ben 6 ore settimanali in due moduli 4+2) . Il laboratorio era bello e nuovo, pesanti banconi a due posti con la morsa da ferro, ma lavorare con il ferro era meno gratificante che con il legno.

Bisognava spianare delle lastre di ferro dello spessore di mezzo centimetro e poi fare il solito incastro a coda di rondine. Con il legno, se sbagli un colpo, dai un colpo di raspa e ricominci; con il ferro è più dura; se sbagli un colpo butti via ore e ore di lavoro e puoi sbagliare mentre dai l’ultimo colpo di lima, puoi sbagliare anche con il seghetto quando intagli l’incastro; insomma una sana educazione alla sistematicità, all’ordine, al controllo dei movimenti, tutte cose poco amate dai sedicenni.

Abbiamo imparato ad usare il calibro ventesimale, il piano comparatore cosparso di blù di metilene che ti fa vedere tutti i peccati nella tua superficie che piana non è. Alla fine dell’anno, dopo aver lavorato onestamente, quasi tutti abbiamo comunque barato nella consegna del pezzo finale.

Noi di Villasanta l’abbiamo fatto fare agli attrezzisti della Colombo Agostino e, poiché i pezzi di ciascuno erano individuati da un numero progressivo punzonato, abbiamo fatto una colletta e abbiamo comperato i punzoni con i numeri uguali a quelli che si usavano a scuola.

Visto con gli occhi di oggi, non solo penso che sia stato un peccato abolire falegnameria prima e aggiustaggio poi, ma ritengo che alcune ore di lavoro manuale di vario tipo bisognerebbe farle fare a tutti, anche a quelli del classico: abituano al rigore, al controllo corporeo, alla manualità.

matematica

In matematica, in seconda abbiamo fatto le cose essenziali di algebra e geometria, ma anche la trigonometria (quella che allo scientifico si fa in quarta). Niente disequazioni, che ho imparato all’università conservandone l’approccio unitario: le disequazioni razionali e irrazionali, goniometriche e trascendenti sono una cosa unica, abituano a ragionare e a cogliere la fattispecie di ciò che fai. Tempo sprecato diluirle in 4 anni come si fa allo scientifico.

le scienze (fisica, chimica, biologia)

uccelli e linee trasporto

ma perché gli uccelli non restano folgorati?

Secondo anno con la fisica, che incominciava a piacermi per via della elettricità. Anche i prof erano alle prime armi e scoprii l’anno dopo, studiando elettrotecnica, che alla mia domanda sul come mai gli uccelli non prendessero la scossa posandosi sui fili delle linee elettriche, mi era stata data una risposta demenziale: forse perché la pelle delle zampe è particolamente isolante.

Affinché  ci sia passaggio di corrente bisogna collegare due punti a potenziale diverso e gli uccelli stanno su uno stesso filo, dunque …

In seconda è incominciato lo studio della chimica con una parte di chimica generale senza troppi fronzoli sui modelli atomici, ma con una grande attenzione alla chimica inorganica. Con un sano approccio da ITIS, attenzione alle proprietà dei principali elementi e questo approccio proseguì in terza con un corso di chimica organica e industriale orientato (nella prima parte) ai derivati del petrolio e alle proprietà degli idrocarburi e, nella seconda, ai processi industriali di produzione dei composti di interesse industriale (soda, acido solforico, alluminio, ipoclorito di sodio, …).

In quell’anno abbiamo fatto un bellissimo corso di scienze; l’unico corso di scienze della mia vita. Ci faceva lezione una professoressa molto professionale e molto mamma il che a 15 o 16 anni è un bene. Feci un bellissimo quaderno degli appunti multicolore; con mio fratello che stava allo scientifico facemmo l’erbario.

Si era nel 62 e dunque a scuola non si parlava ancora di DNA e di biochimica. Il corso si basava su elementi essenziali di citologia, organi ed apparati; tanta descrizione, classificazione e funzionamento degli stessi. La professoressa si chiamava Pasini. Da Preside ho cercato notizie su di lei nell’archivio dell’Hensemberger e ho scoperto che ha avuto una storia professionale molto lunga che iniziava addirittura a metà degli anni 30.

In scienze ho preso 9 e me ne ricordo perché è stato l’unico nove della mia storia scolastica. Nei tecnici, anche se eri bravo e autonomo, al più prendevi 8 (era come se la scala di classificazione andasse dal quattro all’otto anziché dall’uno al dieci).

De Molfetta

biella

una biella stile De Molfetta

E disegno? Non c’era più la prof. Brioschi, ma un personaggio stranissimo (ingegnere o perito) che si chiamava De Molfetta. La conoscenza dei fondamenti del disegno meccanico era data per acquisita e De Molfetta, ex dipendente Isotta Fraschini (e innamorato delle medesime auto) cercava di insegnarci cultura e competenze del perito industriale. Diceva: quando lavorerete per una azienda dovrete essere rapidi di occhio, di memoria e di matita, così si carpiscono i segreti industriali. E si comportava di conseguenza.

Portava in classe dei pezzi meccanici; ci dava un certo tempo per osservarli, li metteva via e poi ci chiedeva o di fare uno schizzo a mano libera, oppure di ricostruire il pezzo tridimensionale facendone le proiezioni nel rispetto delle dimensioni. Dura; ma utile.

educazione fisica

Abbiamo avuto il professor Dante Tarca che ci avrebbe seguito sino al diploma. Tarca, che ha insegnato all’Hensemberger dal 51 all’83  era bello tosto sulla formazione di base; nel 64 avrebbe fondato l’ISEF a MIlano; in palestra seguiva i fondamenti al corpo libero e alle funi e pertiche ma, appena possibile ci portava a fare sport al campo dell’Oratorio di Triante.

problemi in famiglia

E fuori da scuola? In famiglia c’erano il solito tran tran e le solite ristrettezze economiche aggravate dal fatto che papà, un sera che stava andando in auto a trovare la zia Linda a Cusano Milanino, aveva investito una coppia di fidanzati che camminavano al buio sulla destra lungo la strada che da Nova Milanese porta a Cusano. Un morto e un ferito.

I pedoni, secondo il codice della strada avrebbero dovuto stare a sinistra ma, sull’altro lato c’erano le rotaie del tram, e dunque ci fu un concorso di colpa in un contesto in cui, per via della chiusura della fabbrica, erano rimasti in sospeso i pagamenti della assicurazione che non garantì alcuna copertura (fine degli ultimi soldi rimasti e processo penale).

Un’altra grana per papà … Di lì a poco venne però miracolato dalla Madonna delle Grazie. Pioveva, era in macchina con Guerrino sulla 600 multipla della ditta e vennero investiti da dietro da un mega autobus della ATM che li schiacciò e spinse la macchina contro un palo della luce. La foto rimase esposta nella galleria degli ex voto per diversi anni perché, non si sa come, ne uscirono indenni entrambi.

motom48

il motom 48 a 4 tempi un piccolo capolavoro di meccanica

Abitavamo ancora in via Mazzini, ma la fabbrica era chiusa e svuotata delle macchine vendibili. Papà si stava riconvertendo al lavoro di sub agente assicurativo. Per me incominciavano le prime passioni per le moto e i motorini, il gusto dello smontare e rimontare. Per qualche mese ho avuto un motom (il 48 a marce e 4 tempi) recuperato da qualche parte di seconda mano. Nel cortile di cemento, con mio fratello Sandro, facevamo anche qualche partita a tennis.

Nella fase finale di quell’anno mi sono staccato dall’ambiente oratoriano di paese che incominciava a starmi decisamente stretto e ho iniziato a frequentare GS (Gioventù Studentesca) che allora, nella ricerca di un rapporto integrale tra religione e vita, segnava un momento di rottura con la chiusura e il conformismo di paese e famigliare.

In GS c’erano anche le donne e mia moglie l’ho conosciuta lì proprio in quell’anno. Importanti e significative le “tre giorni”, uscite residenziali (la prima a Varigotti con don Giussani ma negli anni dopo quelle in montagna nelle vacanze di Natale). Se ne parlerà in uno dei prossimi capitoli


Ultima modifica di Claudio Cereda il 20 maggio 2024

La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 


 




1953-1963: gli odori del Taboga

III edizione – maggio 2024

Quando ripenso al Taboga sento due profumi, quello del Lambro e quello della farina di mais appena molata. Il Taboga è una frazione del comune di Arcore e il nome giusto sarebbe Molino di mezzo. Il mio nonno materno, Giuanen Malacrida, faceva il mugnaio e mia madre è originaria di lì, così come gli zii e le zie materne che ci hanno anche vissuto sino alla morte.

Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini

Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini, che in dialetto sono chiamate ciuus, che sta per chiusa. A monte delle cascate parte la roggia molinara

Il nome Taboga credo che derivi dal fatto che per arrivarci bisognava percorere una ripida discesa fatta di ciottoli di fiume che tutti chiamavano la riva e in italiano uno dei significati di Taboga o Toboga è quello di scivolo. Andavi alla frazione La Cà, al confine tra Arcore e Peregallo, e da lì scendevi nella valle del Lambro al Taboga.

Fatto sta che ad Arcore e nei paesi intorno, il Taboga tutti sapevano cosa fosse, se invece dicevi Molino di Mezzo o via XXIV maggio ti guardavano come un marziano.

Ho frequentato il Taboga da bambino sino all’età di sedici anni. Il primo ricordo che ne ho è in occasione della nascita di mio fratello Italo, nato nell’aprile del 53, quando io avevo 6 anni e mezzo. Stavo giocando con dei coetanei sotto la riva, proprio dove è stata fatta la foto qui sotto, e arrivarono in bicicletta alcune operaie della fabbrica di mio padre; mi dissero che avevo un nuovo fratellino. Si usava così; nei momenti topici, i bambini venivano portati altrove. Pochi mesi dopo, come ho già raccontato, ero in vacanza in una casa che avevamo in alta Brianza e mi arrivò, in maniera simile, la notizia della morte di mio nonno Alessandro Cereda.

la famiglia di mia madre: Malacrida-Mussida

1925 – gruppo Malacrida davanti alla stalla dove si teneva il cavallo, al termine della riva: nonna Alice (Mussida) con in braccio l’ultima figlia Renza e alla sua destra la figlia maggiore Amelia e, davanti a lei,  mia mamma Anita, oltre ad altri parenti. Se si osservano i tratti somatici si vede che era molto diffusa la pratica di incrociarsi tra parenti

Al Taboga, di solito, stavo dalla zia Amelia (la sorella maggiore della mamma). La zia Amelia non faceva niente, nel senso che stava dietro ai figli (Ester, Franco, Lina, Rosanna, Mariuccio, Alberta), alla casa, all’orto, ai maiali, alle oche e alle galline, mentre suo marito (lo zio Angelo, detto ‘Ngiulen) faceva il mugnaio. I figli e le figlie maggiori erano ormai sposate, o prossime a farlo, mentre a casa rimanevano gli ultimi due Alberta e il Mariuccio.

nonna alice

La nonna Alice in una foto del 1935 (data presunta)

Mia nonna, Cleonice detta Alice Mussida, non l’ho mai conosciuta, veniva dal piacentino ed era arrivata alla Ca’ come governante al seguito di una ricca famiglia di avvocati che stava nella villa a destra prima di imboccare la riva.

E’ morta nel 1945, la mamma diceva per effetto di una peritonite seguita a seguito della caduta dal primo piano di un annesso agricolo. La mamma raccontava che si era cercato di intervenire anche con la pennicillina presa dagli Americani, ma non c’era stato nulla da fare.

La mamma, che nei confronti di suo padre era piuttosto impietosa, per via di qualcosa che credo avesse avuto a che fare con un episodio di insidia nei confronti di minori (ma non ho avuto mai dettagli e adesso non ci sono più viventi che possano testimoniare), soleva dire che la nonna era stata fregata. Le avevano fatto credere chissa cosa a proposito dei mulini e del lavoro di mugnaio e poi lei si era trovata a vivere nella miseria. I parenti Mussida stanno nelle campagne al confine tra le province di Piacenza e di Lodi, qualche parente è emigrato in Argentina, dover ha fatto fortuna, diceva la mamma.

anita renza e cane 1925

Anita e Renza Malacrida nel 1925

Visto che, nella foto di gruppo di apertura dell’articolo la zia Amelia dimostra sui 14 anni direi che potrebbero essersi sposati nel 1910 e che, probabilmente, la nonna Alice era del 1885, la stessa generazione dei nonni paterni.

Del nonno Giovanni non ho trovato in giro delle fotografie, e anche questo è sintomatico. Ho un solo ricordo, in occasione della morte nel 1954 (credo che fosse nato, come il nonno Alessandro, nel 1875). Probabilmente era morto per una emorragia cerebrale perché ricordo una faccia per metà blù. Dopo gli episodi di cui ho detto, la nonna lo aveva espulso dalle camere comuni messe al primo piano a fianco del mulino e lui viveva in un singolo locale a monte della chiusa, la Mulassa, accudito dalla figlia Amelia. In passato la mulassa era il locale adibito alla macinatura di residui di semi oleosi per fare il panello che veniva usato nella nutrizione dei maiali.

zio eugenio

Lo zio Eugenio in una foto del 1934

Dal nonno Giovanni e dalla nonna Alice erano nate tre femmine (Amelia, Anita e Renza) e un maschio Eugenio. Ci sarebbe anche un altro figlio, morto giovane e di cui ho sentito parlare, ma non l’ho mai conosciuto.

Renza, la minore era sposata ad un operaio della Pirelli (lo zio Giulio) e ha avuto una vita travagliata tra gravidanze difficoltose (5), qualche ricovero in O.P. per depressionbe  sino a morire di parto dopo l’ennesimo parto cesareo in una condizione di grave debilitazione. Ricordo ancora le arrabbiature della mamma su queste gravidanze e le preghiere agli ostetrici, in occasione del primo cesareo, perché intervenissero e levassero le ovaie.

Lo zio Eugenio viveva al Taboga, era grosso modo dell’età di mia madre, non ho mai capito cosa facesse di preciso ma doveva essere un bel personaggio poco incline al lavoro stabile. Ha avuto quattro figli (Alice, Nariateresa e una coppia di gemelli Renzo e Marinella). E’ per un brutto cancro nel 1954 quando la coppia di gemelli aveva un anno. Di quella morte e delle sofferenze precedenti ho ricordi di bambino, per la miseria della abitazione (le camere stavano nella stecca di separazione delle due rogge molinare) e per lo zio morto con tutta la testa fasciata per la esplosione, in faccia di una enorme metastasi.

Alice Malacrida

Alice Malacrida a tre anni

La moglie, la zia Antonietta, si è rimboccata le maniche e, lavorando duramente al salumificio Molteni, ha tirato grandi quattro figli. La mia coetanea, Alice, era la maggiore; la ricordo come una bambina, e poi una ragazza bellissima. Con il passare degli anni questi cugini (della zia Renza e dello zio Eugenio) li ho persi di vista e  ho recuperato qualche contatto solo tramite Facebook.

La famiglia le cui vicende di vita si sono intrecciate di più con la mia è quella della primogenita, la zia Amelia che ho lungamente frequentatato al Taboga ed anche successivamente ad Arcore e che, essendo mia madre orfana di madre, è presente al matrimonio di mamma e papà come accompagnatrice della sposa. Per il papà c’è il nonno Alessandro e per la mamma c’è la zia Amelia.

zia amelia e nonno alessandro

1944 zia Amelia e nonno Alessandro al matrimonio di mamma e papà

La zia Amelia era sposata con un primo cugino, lo zio Angiolino, come era uso fare nelle comunità di mugnai lungo il Lambro per ragioni di gestione degli assi ereditari (Malacrida lui e Malacrida lei) il che non contribuiva certamente ad arricchire il patrimonio genetico e trasmetteva i problemi del medesimo. Nel caso del Taboga certamente la predisposizione al diabete e alla lussazione dell’anca.

La zia Amelia e lo zio Angiolino avevano figli e figlie: Ester, la maggiore del 1929, la cui vita si è fortemente incrociata con la nostra visto che per mia madre (del 1920), più che una nipote era una cuginetta, Lina, Franco, Rosanna, Mario (Mariuccio) ed Alberta. Alberta, la minore è coetanea del maggiore dei miei fratelli, un po’ come è stato, anche sul versante delle zie Cereda, più vecchie di mio padre.

Mariuccio, che ha solo pochi anni più di me, mi faceva da guida alle avventure del fiume e della campagna e divenuto adulto avrebbe lavorato alla Philips dopo essersi specializzato in radiotecnica.

Il Lambro e i mulini

A monte del Taboga, in corrispondenza del parco di una villa patrizia, villa Rapazzini, il Lambro si allargava e formava una cascatella artificiale alta meno di 2 metri; sulla sinistra partiva una roggia destinata a diramarsi e ad alimentare i mulini.

Queste cascate sono presenti, lungo il Lambro, in tutta la Brianza e le chiamano ciüüs. Ne vedete due anche nel Parco, all’ingresso pedonale di Villasanta e al Molino del Cantone. Ogni volta che incontrate un toponimo che inizia con Molino, state certi che lì di fiancoo c’è una ciüüs. Le ciüüs sono state la infrastruttura tecnologica che ha consentito lo sviluppo industriale della Brianza a partire dal settecento: mulini per la macinazione dei cereali, ma anche impianti di follatura, tintorie e tessiture in cui l’energia per azionare le macchine veniva dall’acqua.

Appena a valle del Taboga, prima di un altro mulino (Mulino Sesto Giovane), esistono due frazioni la Föla e la Fületa in cui le ruote azionavano dei rudimentali magli utilizzati per battere la lana bagnata producendone l’infeltrimento (follatura). Non è una caso che, nell’800 e nel prima metà del 900, Monza fosse la capitale italiana del cappello.

Ho scoperto da grande che ciüüs voleva dire chiusa: era il punto di presa d’acqua della roggia molinara. Quei due metri erano il dislvello utile che avrebbe consentito al mulino di funzionare. Più che di una chiusa si tratta di una briglia di presa, ma così le chiamava la gente.

la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini

la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini ripresa da uno dei rogiti di fine 800 riguardanti le assegnazioni dei mulini tra i Malacrida

Come si vede dalla mappa ottocentesca qui a fianco, la roggia molinara del Taboga si divideva in due e formava una specie di isola intorno a cui stava l’insediamento con i mulini mentre più a ovest scorreva il ramo principale del fiume.

C’erano tre edifici bassi, stretti e lunghi su due livelli; in mezzo ci passava l’acqua del Lambro; roggia molinara è un termine che ho appreso da grande mentre allora, per chi ci viveva, erano semplicemente rami diversi del Lambro, perché nel tempo se ne era perduto il carattere artificiale. Ora, come si vede nella foto aerea di chiusura dell’articolo, non esistono più ma con un po’ di attenzione, se ne può individuare il percorso.

I mulini stavano nella parte a monte degli edifici (tre su ogni lato delle due rogge). Nella restante parte di questi corpi di fabbrica allungati longitudinalmente al fiume c’erano al piano terra magazzini, cucine, stalle, persino una bottega, quella della Giulia che preparava i ravioli, il merluzzo e le arborelle fritte e, al piano superiore, le camere da letto.

A monte dei tre edifici c’erano due ponticelli di legno con un tetto di coppi. Erano ponticelli rudimentali ma solidi, larghi circa un metro e mezzo con a monte l’invaso e a valle le chiuse mobili formate da paratie in legno di 70 cm di larghezza che si potevano alzare facendo leva con un palo e che potevano essere bloccate in apertura grazie ad un meccanismo a cremagliera (lo faceva il Mariuccio).

il ponticello e un residuo di ruote e chiuse

Uno dei ponticelli del Taboga con residui di chiuse e ruote ad asse orizziontale

La chiuse erano sei su ciascuno dei due ponti e, aprendosi consentivano l’accesso dell’acqua a dei canali in mattoni e ceppo dove l’acqua poteva precipitare per un paio di metri sino a colpire da sotto le ruote del mulino.

Queste erano del tipo a raggera con pale in legno lunghe poco più di un metro. Ogni ruota ne aveva una ventina. Le pale erano incastrate in un tamburo in legno dentro il quale passava l’albero di acciaio che attraverso fori nella parete entrava nel mulino e andava ad azionare tutti i meccanismi oltre alla macina.

Quando la paratia veniva alzata, tutto l’invaso a monte (lungo una cinquantina di metri) iniziava a svuotarsi e la ruota si metteva a girare con un misto di cigolii, di spruzzi, di scrosci e una gran festa dei bambini.

Per arrivare al mulino vero e proprio, venendo dal ponticello, si entrava in una zona coperta (la Mulassa, dove viveva mio nonno) e da lì si scendeva di un paio di metri per i gradini di una scala in pietra. Sul muro c’erano una vecchia santella di qualche santo protettore e i segni lasciati dall’acqua nelle diverse alluvioni del novecento tutte catalogate con la scritta indicante l’anno.

Al Taboga non si diceva alluvione, ma Lambrone, per ricordare, anche nel linguaggio, il rapporto con il fiume. Il Lambrone faceva parte della realtà e ogni tanto veniva. Quando veniva, le case si allagavano per tutto il piano terra e la preoccupazione principale era quella di recuperare gli animali e metterli in salvo. Prima di uscire dalle sponde l’acqua iniziava ad uscire dagli scarichi delle acque nere che erano collegai direttamente con il fiume.

il mulino vero e proprio

Come ho già detto di mulini ce n’erano tre su ogni lato (12 in tutto); erano tutti di proprietà di parenti e frutto di divisioni ereditarie da capostipiti comuni. La lettura dei rogiti di fine 800, che ho in originale, è molto divertente oltre che affascinante con le mappe fatte a mano, colorate e con i testi in corsivo.

Se guardavi uno di questi blocchi stando di fronte vedevi una grande struttura di legno con tre box e il cilindro che conteneva la macina. Più in alto, ma per vederli dovevi salire al piano superiore dalla scala che portava anche alle camere da letto, c’erano i setacci per il vaglio del macinato.

Il meccanismo lubecchio-lanterna che trasforma il moto rotatorio ad asse orizzontale (ruota) in movimento ad asse verticale (macina)

Nel mulino c’erano cinghie di cuoio dappertutto perchè tutta l’energia veniva dall’albero messo in rotazione dalla ruota e da esso si prelevava il movimento per far funzionare i diversi servomeccanismi del mulino.

Anche gli ingranaggi per variare le velocità di macinazione o per trasformare il moto rotatorio orizzontale in moto verticale erano in legno. Il meccanismo di trasformazione della rotazione da asse orizzontale, proveniente dalla ruota, in asse verticale, necessario per azionare la macina ha segnato dal rado medioevo un importante progresso tecnologico. Nnei primi mulini le ruote erano asse verticale come la macina, erano annegate sotto il mulino e la macina ruotava alla stessa velocità della ruota.

Si tratta di un meccanismo che, con le medesime caratteristiche si trovava nei mulini di tutta italia, fossero deputati alla macinazione, alla battitura o al funzionamento dei mantici e dei magli delle ferriere, e che è stato introdotto intorno al XIII secolo consentendo di aumentare notevolmente le potenze in gioco.

Si chiama meccanismo Lanterna-Lubecchio e quelli che ho visto io erano ancora costruiti in legno. Il lubecchio aveva molti più denti della lanterna e ciò consentiva di diminuire la velocità di rotazione aumentando la coppia necessaria ad azionare la macina. In una fase più avanzata furono sostituiti da ingranaggi metallicci (il meccanismo vite senza fine ruota elicoidale).

Il serbatoio di raccolta del mais e al di sotto il cilindro contenente la macina

Il serbatoio dove arriva il mais e al di sotto il cilindro contenente la macina

Sul lato opposto a quello della macina c’era una specie di grande tramoggia in cui si versava il mais e al suo fianco due grossi tubi di ferro sotto i quali si mettevano i sacchi per raccogliere il macinato. C’era anche una grossa stadera di quelle a piano orizzontale per pesare la merce in entrata e in uscita.

Il mais arrivava in grossi sacchi da 50 kg; erano i sacchi di una volta costantemente riciclati, fatti di iuta e in ogni casa c’erano anche gli aghi e la corda per le riparazioni, perché nella economia povera ogni cosa aveva il suo valore e si buttava solo se era diventata inservibile.

il mugnaio

Motocarro<br /><br /> Ercole della Guzzi

Il motocarro Ercole della Guzzi

Mio zio e mio cugino i sacchi li portavano a spalla o con un carellino per una ventina di metri dal portico, dove sostavano i motocarri, al locale del mulino. Negli anni 50 quasi tutti i mugnai avevano il motocarro Ercole della Guzzi, un monocilindrico grigio, parzialmente cabinato e con un bel cassone di carico: accensione a pedale, cilindro e volano bene in vista. Non c’era il volante ma un grande manubrio da moto con le manopole e tutti i comandi: il gas, il freno, l’aria, l’alzavalvole e naturalmente il serbatoio della benzina con a fianco la leva del cambio.

Il mugnaio faceva il servizio a domicilio ai paisan, così si chiamano i contadini nel dialetto della Brianza. E’ un francesismo, ma il nostro dialetto è pieno di francesismi e lo imita anche nella sintassi. Così, benché abbia studiato il francese solo alle medie, il parlarlo mi ha sempre dato meno problemi dell’inglese: quelque chose, diventa quei cos, quelle heure est-il diventa che ura l’è e così via.

carro da mugnaio

carro da mugnaio (dal sito del museo della civiltà contadina)

Oltre ai motocarri qualche mugnaio aveva ancora il tipico carro lombardo con due grandi ruote a raggera e il cavallo, ma ormai i cavalli e i carri stavano sparendo del tutto anche se, prima che i camion prendessero il sopravvento, alcuni trasporti molto pesanti si facevano ancora con i cavalli da tiro. Sotto il portico, accanto ai motocarri c’era un carro ormai inutilizzato perché nessuno deoi Malacrida aveva più il cavallo.

Ma ricordo che a Villasanta le grandi presse prodotte dalla Colombo Agostino, venivano trasportate alla Fiera di Milano con un carro, già a ruote gommate, trainato da cavalli.

Torniamo al mulino; il mais veniva pesato e la quantità era annotata su una lavagnetta; poi lo si versava nella tramoggia e, a questo punto, iniziavano le magie. Mio zio azionava una leva,  e in un rumore di chicchi e di ferraglia, il mais veniva risucchiato da terra e andava a finire in alto, dall’altra parte del locale viaggiando in un tubo di ferro alimentato da una vite di Archimede o coclea.

Altra leva (la frizione) e la macina iniziava a girare; dopo qualche minuto avveniva il miracolo: da un tubo di ferro cadeva la farina e da un altro la crusca. Il mugnaio metteva le mani sotto il getto di farina per controllarne il calibro e, se necessrio, interveniva su un altra leva per regolare il grado di macinatura. Nessun motore, nessuna elettricità, solo la forza dell’acqua. Al piano superiore c’era anche un complicato sistema di setacci anche quello azionato da cinghie di cuoio collegate all’albero della macina che serviva, oltre che a separare la crusca dalla farina, anche ad ottenere farine con diversa granatura. Ero un bambino ed ero affascinato da tutti quei meccanismi fatti a mano e il cui componente principale era il legno.

lo zio Angiolino

Lo zio Angiolino al matrimonio di mamma e papà

La farina e la crusca erano calde, sui 40-50° ed era divertente ed emozionante mettere le mani sotto e lasciarsi accarezzare; dopo qualche secondo il locale si riempiva del profumo di mulino; era un profumo dolce e amaro, il profumo del mais che in questi anni ho cercato, senza successo, di ritrovare nelle farine per la polenta che ormai sanno di poco.

Mentre il mulino girava mio zio o mio cugino salivano alla saracinesca a controllare il livello dell’acqua e, se serviva, la alzavano un po’ per garantire alla ruota un movimento uniforme. A sacco finito se ne metteva un altro e poi basta, perché c’era già un altro mugnaio in attesa e bisognava aspettare che si ripristinasse il livello dell’acqua nell’invaso della roggia molinara.

Si legavano i sacchi di farina, si pesavano e si riportavano al motocarro sotto il portico. Una parte della farina e della crusca rimanevano al mugnaio: la farina da mangiare o da rivendere, la crusca per i maiali e le galline e le oche.

Lo zio Angiolino dalla metà degli anni 50 ha smesso di fare il mugnaio e, come parte dei suoi figli (Franco e Rosanna) è venuto a lavorare al Calzaturificio monzese facendo il custode, ma la attività di mugnai è continuita da parte di altri cugini Malacrida. Tutta la famiglia si è poi trasferita ad Arcore, prima nella zona della Gilera e poi in una cascina nei pressi di Peregallo. La zia Amelia, cui ero molto affezionato, perché la vedevo un po’ come la mia nonna materna, è morta nel 72 per un cancro al seno e nelle foto del mio matrimonio nel settembre del 1971 è ancora presente ma con un’aria soifferente.

il porcile

Ogni mugnaio aveva il suo porcile, un ambiente basso, di due metri per quattro, con il pavimento in pietra o cemento in leggera discesa verso il fiume, per garantire il deflusso naturale delle deiezioni. Il locale prendeva aria da qualche piccolo finestrino e i maiali, da 6 a 8, campavano lì dentro mangiando da un trogolo che stava sul davanti.

Una volta l’anno venivano venduti ad uno dei salumifici della zona e il ciclo ricominciava. A diferenza di quanto accadeva tra i contadini, il maiale non veniva macellato a novembre o dicembre, ma era allevato per essere venduto e ricavarne un po’ di reddito. A duecentocinquanta metri dal Taboga, alla frazione La Cà, c’era il salumificio Molteni, quello dove lavorava la zia Antonietta.

Ricordate la omonima squadra ciclistica degli anni 60, quella di Gianni Motta? Gli scarichi della macellazione finivano direttamente nel Lambro, in una zona appena più a valle del Taboga, dove l’acqua del Lambro si faceva più scura ma, intorno a quello scarico, c’era grande abbondanza di pesci e io ci andavo a pescare le arborelle con la canna a più ami.

Una volta al giorno, al momento del pasto, mio cugino buttava nel porcile qualche secchiata d’acqua presa dal Fontanino e questo era tutto sul piano della pulizia con lo scarico che finiva direttamente nel Lambro. Davanti al porcile c’era un rozzo braciere, ricavato da un grosso fusto metallico scoperchiato, sul quale metteva a bollire la zuppa per i maiali: acqua del Fontanino, scarti alimentari, crusca, e panello sbriciolato. Il panello era l’unico prodotto non a chilometro zero e arrivava dalle aziende produttrici d’olio; era lo scarto compresso e cotto della macinatura dei semi di ravizzone o di lino (quello che in passato produceva anche mio nonno).

La zuppa liquida dei maiali e il porcile avevano degli odori particolari; un che di dolciastro e di pungente, assolutamente gradevole, più accattivante di quanto si sente passando oggi in vicinanza dei grandi allevamenti della pianura padana.

Il Fontanino

Il Fontanino (ul Funtanen) era il fontanile che scorreva a sinistra della roggia molinara e da cui, sino a tutti gli anni 40, si prelevava l’acqua per tutti gli usi domestici. Lo si vede anche sulla mappa. Non c’era ancora l’acqua nelle case, per non parlare dei servizi igienici. La latrina era un loculo  con un buco nel pavimento sopra il pozzo nero. Ma, a partire dai primi anni 50, il Taboga fu allacciato all’acquedotto e così, all’ingresso dei tre portici, venne messo un rubinetto dell’acqua e cessarono anche le epidemie di tifo.

In effetti se nella zona di villa Rapazzini si usava il Fontanino per lavare era evidente che al Taboga arrivassero, nell’acqua da bere, i coliformi fecali. Di tifo si moriva e mio cugino Franco, a quanto raccontava, ci è andato vicino. L’acqua, venisse dal fontanino o dall’acquedotto, veniva trasportata sino alle case in grandi secchi di ferro smaltato o zincato e la si conservava poi coperta da uno straccio o da un coperchio di legno con a fianco il mestolo per prelevarla e per bere. Per gli usi più nobili il secchio era di rame stagnato.

Il Fontanino nasceva cento metri a monte del porcile (nel parco di villa Rapazzini) e scorreva in un letto stretto e profondo da cui, anche d’estate quando l’acqua del Lambro mandava caldo, usciva una bella frescura e un odore di pulito, molto diverso dall’odore dell’acqua del Lambro che incominciava a risentire pesantemente degli effetti delle attività umane.

La pesca

Mio cugino Mariuccio ci teneva i pesci vivi a spurgare in una grande gabbia metallica adagiata sul fondo e legata con una corda e, un paio di volte la settimana, si mangiava pesce fritto o pesce in carpione (quello bollito e messo a macerare con aceto e cipolla).

Nel Lambro si pescava un po’ di tutto: arburei (alborelle), tenca (tinca), cavesai (cavedani), persic (persici), barbìs (barbi) e carpe ma, secondo mia mamma, sino agli anni 30, c’erano anche il luccio e i gamberi di fiume ben noti nelle cronache milanesi dell’ottocento che raccontano dei brianzoli che venivano a Milano a vendere i gamberi del Lambro.

il quadrato

Il quadrato usato per pescare illegalmente, ma con profitto

La pesca si faceva in maniera assolutamente illegale (ma tollerata) con il quadrato, una rete quadrata con maglie di un centimetro e una dimensione del lato variabile, a seconda delle caratteristiche fisiche del pescatore, da uno a tre metri.

La rete era sorretta da due stecche metalliche ed elastiche messe in diagonale e con una lunghezza superiore del 50% rispetto a quella della diagonale, in modo che si formasse un arco che manteneva ben tesa la rete. Nel punto di incrocio delle due stecche si legava una fune appesa ad una grossa canna di bambù. Anche io, nel periodo delle medie e dei primi anni di superiori, mi sono fatto il mio quadrato.

In alternativa al quadrato si faceva anche un po’ di pesca con la canna, con più ami per le arborelle, o con amo singolo nei punti di fiume calmo e profondo come alla Punta, una zona in cui il Lambro fa una curva a gomito ed è scavalcato dal ponte della ferrovia, dove si andava anche a fare il bagno con tuffo dal ponte. Come esca si usavano i lombrichi rubati alla caccia delle galline o la polenta avanzata.

Si adagiava il quadrato sul fondo per qualche minuto e poi lo si sollevava di colpo con uno strappo deciso; i pesci, se c’erano, saltellavano nella rete; usando la canna lo si avvicinava al corpo per prenderli e, a seconda dei casi, venivano messi in un secchio con l’acqua o nel cesto chiuso di vimini. Risultava molto divertente e produttiva la pesca fatta a valle del mulino, stando sotto il portico, nei momenti immediatamente successivi alla apertura della saracinesca. L’acqua aumentava di colpo e con essa arrivavano i pesci risucchiati verso valle.

Ricordo con disgusto l’abitudine di ammazzare il pesce, appena preso, con un colpo secco in testa dato con la pinza usata anche per slamare, ma forse il pesce soffriva di meno che a morire lentamente, per asfissia, nel cesto di vimini.

riti contadini con il fiume – le oche

A proposito di morti cruente mi ricordo di aver assistito una volta alla decapitazione dell’oca. Le oche venivano allevate, così come le anatre mute e le galline utilizzando l’abbondanza di crusca e di mais. Ogni famiglia aveva il suo piccolo orto e un pezzo di terreno incolto con robinie e qualche albero da frutta  dove razzolavano i volatili. Sulle robinie erano piantati numerosi assi su cui le galline si rifugiavano di notte per ripararsi dai predatori. Quello delle zia Amelia stava sul lato sinistro della riva e aveva anche un piccolo stagno per le anatre.

Al suo momento l’oca veniva ammazzata prendendola sotto le ali e per i piedi; si appoggiava il collo sulla spalliera metallica di sostegno del ponte e, con un colpo netto di roncola (ul risciiott), veniva decapitata.

La testa finiva nella roggia molinara mentre la povera bestia continuava, per via dei riflessi spinali, a camminare starnazzando e buttando sangue dal collo. Per qualche giorno si mangiava carne e con il piumino si facevano dei sacconi usati come trapunte per l’inverno.

Per via del progressivo inquinamento l’ultimo bagno a monte e a valle della ciüüs l’ho fatto  in prima superiore, nel 1961. L’acqua iniziava a sapere di chimica e i pesci diminuivano. La situazione peggiore è stata all’inizio degli anni 70 quando le analisi batteriologiche indicavano la morte anche dei colibatteri fecali.

Poi la situazione è andata progressivamente migliorando grazie al completamento del grande collettore posto sotto il letto del fiume da Erba sino a Monza e che raccoglie tutti gli scarichi fognari e alla costruzione dei depuratori. Così oggi il Lambro è pulito, almeno sino a Monza. Sono ritornati i pesci e molti aironi cenerini e nitticore. Alcuni uccelli di passo, si sono fatti stanziali. Poi, a valle di Monza, ricomincia il dramma e tutta la merda di Milano finisce nel fiume frequentato da cornacchie e nugoli di gabbiani che arrivano sin dalla Liguria.

come si viveva

Al Taboga le camere erano al piano superiore messe una dietro l’altra con un unico accesso dalla parte alta del mulino. Due porte di accesso e poi una infilata di camere comunicanti con le finestre o lungo la roggia molinara o lungo il fontanino.

Niente riscaldamento; si usava ancora il prete sotto le coperte con la brace, o il mattone scaldato nel camino, e sopra i grandi piumini e le trapunte in piuma d’oca. D’inverno ci ho dormito poche volte ma mi ricordo ancora il freddo che ho ritrovato solo nelle camerate a militare.

Al piano terra c’era un grande locale sotto il portico e lì si viveva, mentre la vita sociale avveniva sotto il portico o negli orti. Una volta la settimana la Giulia, aiutata dalla cognata, metteva in produzione i ravioli fatti in casa. Si facevano uno ad uno negli stampi; ripieno con il lesso e gli scarti della macchina affettatrice, pasta fatta a mano e l’unica macchina elettrica era quella per tirare la sfoglia.

Il venerdì, in uno spazio lungo il fiume, a ridosso del porcile veniva fatto il merluzzo fritto, ma anche il pesce in carpione e le arborelle. Già nei primi anni 60 la produzione era ormai esportata verso una affezionata clientela che arrivava da Arcore e da Villasanta perché i ravioli della Giulia erano rinomati.

Dopo la seconda roggia molinara c’era il regno di Mario da Carlott, anche lui mugnaio e allevatore di maiali.

Sua figlia, la Olga, sposata ad un Molteni, mandava avanti il salumificio e morì in maniera tragica nel mattatoio scivolando sul pavimento pieno di sangue e finendo con il collo su una sega appesa ad un gancio.

Dopo i locali di Mario, sulla sinistra c’era un ristorante di pesce di fiume rinomato per matrimoni, balera  e rimpatriate varie e che aveva avuto il suo massimo sviluppo negli anni 30.

Aveva anche un parco fatto di vialetti, siepi di bosso, montagnette e ponticelli che superavano le due rogge molinare che si originavano poco più a monte; percorsi pedonali delimitati da corrimano in legno e, nella parte più alta, a monte della ciüüs un piccolo imbarcadero che consentiva con una barchetta a remi di risalire il fiume costeggiando il parco dei Rapazzini sino alla zona di Peregallo.

Cose che non esistono più ma che ho la soddisfazione di avere visto, frequentato e goduto.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 14 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 




1946-1963: la casa di via Mazzini

III edizione – maggio 2024

casa di via mazzini

Qui sono nato e ho passato la mia infanzia. La casa si trovava al primo piano sopra gli uffici e gli spogliatoi degli operai.

Nella foto, dopo la casa, sulla destra, si vedono l’Osteria dei Reduci e il passo carraio da cui si accedeva al magazzino del cuoio. E’ stata ripresa il giorno del funerale del nonno nell’estate del 1953.

come era fatta la casa

Ho ricostruito la planimetria a mente e dunque qualche proporzione nella dimensione dei locali potrebbe esere imprecisa. Dal cortile, di fianco agli uffici si saliva attraverso una tripla rampa di scale e si sbucava su di una ringhiera ad L larga poco più di un metro con la balaustra sostenuta, sopra e sotto, da tante stecche di ferro affiancate. Alla fine della scala c’era un piccolo slargo e se alzavi la testa vedevi la botola del solaio. Ho sempre sognato di esplorarlo, ma non mi ci hanno mai portato.

planimetria della casa

La ringhiera era una tentazione irresistibile e ogni tanto, la sera, e di nascosto dalla mamma, noi tre fratelli più grandi, messi uno di fianco all’altro, facevamo a gara a chi faceva la pipì più lontano giù nel cortile di cemento.

La sfida a chi la fa più lontano appartiene all’immaginario di ogni maschio, come le bambine che giocano a 1 2 3 stella. Sulla ringhiera si aprivano le porte di accesso ai vari locali della casa. Erano porte doppie: all’esterno una in legno pesante che non veniva quasi mai chiusa e, all’interno, delle porte vetrate di quelle a due battenti con il vetro gremolato e la parte più bassa in legno. La ringhiera terminava in uno sgabuzzino (0) che noi chiamavamo in fondo alle scope dove, come dice il nome, si tenevano i materiali di pulizia della casa, gli stracci e qualche scorta alimentare. Non ho mai sentito chiamarlo sgabuzzino, era in fondo alle scope (in fondo, perché stava alla fine della ringhiera).

le camere

La camera grande (1) era occupata da noi quattro fratelli (Sandro, Claudio, Fabio e Italo) e venne approntata quando Italo, nato nel 53, divenne grande a sufficienza per non rimanere più nella camera di papà e mamma. In quella occcasione la vecchia camera matrimoniale divenne la nostra e papàa e mamma si trasferirono in quella di fianco (4).  Sandro, Claudio, Fabio e Italo, sono nati lì nel letto matrimoniale.

A proposito della mia nascita la mamma diceva che sono sempre stato svelto; alle sette di sera lei stava stirando e alle otto ero già nato.

Passando dalla anticamera (2) si accedeva alla nostra camera, al bagno e, attraverso una porticina stretta, a quella (4) dove dormivano il papà, la mamma e Marco (nato nel 59).

Il bagno (3) aveva la vasca sulla parete di fondo e la usavamo il sabato pomeriggio riscaldando l’acqua con uno di quegli scaldabagni elettrici ad immersione che oggi non esistono più. Ci lavavamo in sequenza, noi tre più grandi, nella stessa acqua senza farsi troppi problemi. C’erano sia il water che il bidet, una sciccheria per quei tempi.

Eravamo dei privilegiati perché nelle case dei cortili di via Mazzini quasi nessuno aveva una stanza da bagno e ci si lavava in dal segion (la grande tinozza di legno che era utilizzata anche per il bucato). L’acqua calda per le piccole necessità veniva dalla cucina economica (presente in tutte le case) che, sulla destra, aveva un recipiente metallico stretto e lungo che si infilava nel corpo della stufa molto vicino alla fiamma.

La cucina economica inizialmente andava a legna e carbone, ma ad un certo punto, verso la fine degli anni 50, ci fu messo il bruciatore per il metano; ma non era più la stessa cosa.

Nella nostra camera, dipinta ad olio di un color verde smeraldo c’erano tre letti di quelli con i cassoni con le molle (che erano detti elastici), i comodini, una scrivania, un grande armadio nello stesso stile e il lettino per Italo messo di traverso.

Sulla parete verso via Mazzini, sotto una delle finestre, c’era anche una libreria con un centinaio di volumi, in maggioranza romanzi editi negli anni 40 e 50. Ricordo i volumi della collana La Medusa di Mondadori, le edizioni Bompiani dei romanzi di Cronin e i due romanzi di Fogazzaro, Malombra e Piccolo mondo antico in una edizione Mondadori rilegata e con copertina grigia.

I mobili della camera della mamma erano in stile anni 40 e, come i nostri, ci hanno seguito nel trasloco del 63 quando casa e fabbrica vennero demoliti.

la cucina

Una porta stretta dava accesso alla cucina (5), il locale più importante della casa. C’era un balconcino strettissimo che si affacciava sulla via Mazzini; lo si vede nella foto di apertura. Dal balcone si vedeva il giardino di villa Daelli che allora arrivava sino alla cappellina dei morti (c’era un parco nobile e non un condominio come ora). La nonna Elisa chiamava i Daelli, cachinfacia, facendo una contrazione di “quei dalla cà chi in faccia” (quelli della casa qui di fronte). Una dinastia che campava di rendita e che si è autodistrutta per cattiva gestione, ad un certo punto.

In cucina c’era tutto quello che usavamo per vivere: la cucina economica, le piastre elettriche e a gas per cucinare, una grande cappa ad aspirazione diretta,il frigo (enorme e rivestito di legno), il lavandino, una paio di credenze, tra cui una verniciata bianco panna in cui stavano tutte le stoviglie e le posate  e un grande tavolo su cui si cucinava e si mangiava.

C’era una grande caffettiera a ebollizione, in alluminio pesante, dove si versavano gli avanzi della napoletana mischiati a un po’ di cicoria tostata (l’ Olandese marca Elefante) e si utilizzava quell’intruglio nero per il caffelatte del mattino.

la prim colazione e il tabaccaio

Quando siamo stati abbastanza grandi, io e Sandro, a turno, andavamo verso l’inizio di via Mazzini a prendere il latte, dalla lattaia (che era gestita dalla famiglia Lavelli) e i panini di semola dall’Alfredo (Corti), vecchio amico di papà. Il latte era venduto in bottiglie di vetro della centrale di Monza, bottiglie con sezione poligonale, una imboccatura abbastanza larga con la chiusura in stagnola pesante che si metteva e levava a mano. La colazione era un rito e, a partire da una certa data, abbiamo incominciato anche a fare l’uovo sbattuto con lo zucchero che poi veniva inondato di caffè.

Di fianco a noi, subito dopo la via Verdi, c’era la tabaccheria dei Valentini; un locale piccolo dove il signor Valentini vendeva di tutto: il tabacco da tiro, le sigarette sfuse nelle bustine di carta, i toscani che prima dell’acquisto venivano lungamente palpati dagli acquirenti per saggiarne la stagionatura, i fiammiferi, i cerini, gli svedesi, il sale, lo zucchero, prodotti di drogheria, le caramelle, le cicche americane.

Mi chiedevo come potesse starci tutto in quel bugigattolo finchè, grazie al figlio che faceva le elementario con me, scoprii l’esistenza di un retrobottega-magazzino enorme che, senza finestre, occupava tutto il primo tratto della via Verdi.

vita di famiglia

La mamma, vuoi perché lavorava in ufficio (papà l’aveva conosciuta e puntata in questo modo), vuoi per ragioni di divisione del lavoro, non si occupava della spesa e del cucinare. A questi aspetti ci pensavano la nonna (che cucinava), la Maria e la Elena (per la spesa).

Maria ed Elena

La Maria (Milesi), originaria della alta val Brembana, stava con noi dalla mattina sino al tardo pomeriggio; era in famiglia dagli anni 30 e dunque era molto di più di una donna di servizio; il marito (Battista Bidoglia) faceva il camionista per i Pessina e suo fratello è stato l’ultimo cavallante di Villasanta.

Non avevano figli, così stava più da noi che a casa sua, faceva i mestieri, aiutava la nonna ed è rimasta come un pezzo della famiglia anche dopo la chiusura della fabbrica ed è persino venuta per un po’ a fare le pulizie anche a casa mia dopo il matrimonio.

Poi c’era la Elena, arrivata dall’alta Brianza (Ravellino, vicino a Colle di Brianza), poco dopo la nascita di Fabio (1949) e che è stata la vera mamma di mio fratello Italo, nato nel 1953, e praticamente cresciuto da lei. La Elena (che è morta di recente) viveva con noi e aveva la sua cameretta (8) nella quale ricordo che c’era anche un armadio ad una anta, con lo specchio  dove stavano la divisa militare di papà, il vestito da sposa della mamma e la sciabola da ufficiale di papà (che mi faceva una grande impressione). Ogni tanto la sfilavo dal fodero per guardare la lama tutta istoriata.

Durante la giornata la nonna Elisa stava prevalentemente nel locale di passaggio (6); era un locale stretto e lungo con qualche sedia e poltrona e, a partire dal 1955 ci venne messa la televisione. Il pavimento, come quello di tutti i locali, tranne la cucina e i bagni, era di linoleum. Dopo l’ora di pranzo nel locale lungo c’era il rito del caffè con il nonno, il papà e lo zio Pietro. Lo bevevano corretto con il Fernet mandando in giro un odore che noi bambini trovavamo insopportabile.

la nonna Elisa

La nonna Elisa era una donna piccola, molto grassa per via del diabete e con un sedere enorme accentuato dalla lussazione dell’anca che la faceva camminare ondeggiando. Due volte al giorno veniva una infermiera (si fa per dire) la Ginetta a fargli l’iniezione di insulina. Mi ricordo il bollitore in cucina, con la siringa da insulina che, a differenza di quelle normali, era più stretta e lunga e aveva il pistone in vetro blu.

Dopo qualche minuto di ebollizione si spostavano in camera per l’iniezione e uno dei ricordi che ho da bambino piccolo è questo sedere enorme, appoggiato sul letto, un corpo tutto sedere. Ogni mattina veniva anche la pettinatrice, la signora Netta, a spazzolarle e legarle i lunghi capelli.

Dalle prime ore del pomeriggio sino a sera stava in compagnia di una vecchina, Maria Maera (magliaia), a fare l’uncinetto e a biascicare un misto di preghiere tra cui il rosario con tutti i misteri dolorosi, gaudiosi, gloriosi a seconda del giorno della settimana. Mescolavano  il latino e il dialetto brianzolo con cui avevano deformato le giaculatorie.

Ero bambino ma, noi bambini già percepivamo la bestialità di talune frasi come per esempio “Deus, in adiutòrium meum intende…” (Dio volgiti in mio aiuto) che diventava, detto da Maria Maera “ven che Vitori ca s’intendum” (Vieni qui Vittorio che comunichiamo) e la nonna che doveva rispondere  “Domine, ad adiuvandum me festina” (Signore, affrettati a soccorrermi) diceva invece “dumandic a la mia Cristina” (chiedi alla mia Cristina). Erano uno spasso, ma anche un po’ noiose perché andavano avanti per ore. Quando arrivavano al Dio sia benedetto capivamo che avevano finito e tiravamo un sospiro di sollievo.

la sala

La sala (7) aveva i mobili in noce ed era perennemente chiusa se si esclude l’apertura della porta per ascoltare il radiogrammofono che stava lì dentro. Mi ricordo dell’ occhio magico (verde-nero) che reagiva alla sintonia, delle stazioni in onde medie che non recavano la frequenza ma il nome di città di tutto il mondo (Graz, Zagabria, Parigi, …) e poi il giradischi dove noi bambini acoltavamo le fiabe sonore.

Erano dischi a 78 giri della Durium in una specie di cartoncino con un rivestimento similplastico (ma la plastica non era stata ancora inventata) su cui c’era l’incisione. Avevamo Cenerentola, Biancaneve e Barbablù e quella di Barbablù era quella che mi impressionava di più; in particolare quando la protagonista, presa dalla irresistibile curiosità apriva la porta vietata e Barbablù, con una voce che pareva venire dall’oltretomba, la condannava a morire: anche tu come le altre ….

Usavamo la sala solo nelle feste di Natale, almeno finché c’è stato il nonno, che ci teneva a fare il grande pranzo di famiglia con tutti noi, le due figlie sposate (zia Giovanna e zia Linda) con rispettivi mariti e figli. Si mangiavano i bolliti misti, il pollo in gelatina, il vitello tonnato, i ravioli in brodo, il panettone e al pomeriggio si giocava a Mercante in Fiera con le fiches e noi bambini potevamo giocare con i grandi.

la parte finale della casa

La camera del nonno e della nonna ha continuato a farmi paura per un po’ di anni da quando, nel 53, venne allestita la camera ardente per la morte del nonno.

Da allora la porta di ingresso, se ero da solo, costituiva un tabù: rivedevo il nonno morto e immaginavo che si alzasse e venisse fuori. Trovavo inquietante anche la teca di vetro con Maria Bambina messa sulla cassettiera e, sul muro le foto giganti dei bisnonni. Il suo letto era ancora lì, le finestre erano quasi sempre chiuse e a me sembrava la camera dei fantasmi.

Il bagno (10), di fianco alla camera dei nonni aveva alcuni scalini dopo la porta e veniva usato prevalentemente come lavanderia (oltre che come bagno per la nonna).

Era stata acquistata una delle prime lavatrici tedesche, della Miele. Era un grande cilindro verticale di metallo pesante con al centro un aggeggio che ruotava alternativamente nei due versi e questa oscillazione ritmica determinava la lavatura.

L’acqua veniva immessa a secchiate e poi riscaldata con lo scalda-acqua a immersione. Lo scarico avveniva con un rubinetto nella parte bassa e, dopo aver fatto il risciacquo nello stesso modo, i panni venivano strizzati facendoli passare tra due rulli di gomma azionati a mano.

giochi e sadismo

Di pomeriggio, se non si stava nel cortile di casa, si andava in quello dove la zia Giovanna aveva il negozio (il primo cortile della via Mazzini): c’erano nostro cugino Enzo e anche il Franco, un po’ più grande, che aveva la carabina ad aria compressa con i piumini e i piombini. Ricordo che, oltre che con i cugini Locati, giocavamo con due sorelle Rosaria e Gabriella (Vimercati), e un fratello e sorella Daniele e Rosalba Ferrario. Gli altri cugini, Luigi e Giancarlo erano già grandi e non ci filavano molto.

Il lunedì pomeriggio facevamo una cosa orribile e, pensandoci oggi, mi chiedo come facessimo a reggerla (avevamo tra i 5 e 9 anni). Si andava tutti in bass ai erba, dove c’erano i macelli e assistevamo alla uccisione e squartamento di mucche e vitellini (a volte una, a volte due). Arrivavano con un camion o con il carro con il cavallo, venivano fatti scendere con un asse inclinato e legati fuori dal macello.

Il signor Tornaghi (che aveva la macelleria all’inizio di via Mazzini, dove poi è subentrato Pino Mapelli), detto ul balurda perché era sordomuto, era un omone e aiutato da un nipote li portava dentro. Poi mentre il nipote teneva la bestia ferma per la cavezza, gli dava un colpo di mazza e gli spezzava l’osso del collo. A volte il primo colpo non bastava e ne serviva un secondo. La bestia cadeva a terra e a questo punto veniva sgozzata. Dopo qualche anno imcominciarono ad usare, al posto della mazza, un metodo più sicuro: un pugnale che recideva di netto il midollo spinale a livelle cervicale.

Finiti i rantoli dell’agonia, la tiravano su per le zampe posteriori con un argano a mano e poi iniziava l’eliminazione della testa, delle viscere, degli organi interni, della pelle, … Il sangue a terra veniva lavato grossolanamente a secchiate, mentre la briglia centrale scaricava il tutto nella roggia che passava lì di fianco.

Sono passati molti anni prima che incominciassi a mangiare la trippa che avevo visto tirar fuori e lavare con gli spazzoloni. Con i vitellini era peggio, perché venivano issati per una delle gambe posteriori e uccisi con il taglio della giugulare senza alcun stordimento. Noi stavamo lì, guardavamo tutto e ce ne tornavamo a casa tranquilli. Cosa sarà successo alla nostra psiche?

I cortili di via Mazzini avevano tutti l’accesso verso ovest alla roggia perché c’erano ancora le pietre e i cilindri in cui si mettevano le donne per lavare i panni e, a loro volta, i cortili erano interconnessi da passaggi interni che usavamo per le scorrerie in occasione delle sfide tra bande. Ne parlerò in uno dei prossimo capitoli.

Poi a 10 anni sono andato in Collegio e ho lasciato l’ambiente del paese. Diventando più grande, quando ormai la fabbrica era chiusa, ma noi vivemao ancora lì, ho incominciato ad usare un locale adiacente alla casa (11) dove si trovavano vecchie macchine da ufficio e pratiche commerciali e amministrative del calzaturificio, una specie di archivio morto della ditta ormai chiusa. Su una delle pareti c’era una nicchia abbastanza grande e alzata da terra. Mi ci rifugiavo quando volevo stare solo e pensare.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 11 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 




1946-1959: Il Calzaturificio Monzese

III edizione – maggio 2024

nonno e banda

Il nonno Alessandro negli anni 30 ad una manifestazione del corpo bandistico di Villasanta di cui è stato a lungo Presidente.

Il Calzaturificio Monzese è stato fondato da mio nonno Alessandro nel 1915 e, a partire dal 1946, è stato gestito da mio padre Alfredo.

Il capostipite, il nonno, cavalier Alessandro Cereda (1878-1953), aveva messo in piedi la fabbrica grazie alla esperienza fatta precedentemente in alcune fabbriche milanesi, dopo aver lasciato il mondo contadino della cascina Pappina di Arcore (la cascina dei Cereda). Il primo nipote maschio per discendenza maschile, mio fratello Sandro (norto nel 2013),  portava il suo nome, come si usava allora.

Aveva sposato, in sequenza, due sorelle (Viganò, provenienti dalla Folletta). Dal primo matrimonio erano nate due femmine (la zia Linda e la zia Giovanna) e, dopo la morte della prima moglie, come usava allora, si era risposato con la sorella minore della defunta, la nonna Elisa (1888-1963). Da questo matrimonio nacquero la zia Fiora, futura suora canossiana e l’erede maschio, il mio papà (1914-1995).

pubblicità calzaturificio

una pubblicità del 1948

A Villasanta è stato per molti anni presidente e mecenate del corpo musicale. L’attuale sede della banda è stata ricavata da un capannone, adiacente alla fabbrica, donato dal nonno e in cui, durante la guerra, erano ospitate la mensa popolare e quella per i lavoratori.

Di lui non ho tantissimi ricordi visto che è morto quando non avevo ancora compiuto 7 anni e quando morì per un cancro allo stomaco, contro cui combatteva da molti anni nutrendosi di cajada (il latte fermentato fatto in casa), io e i miei fratelli Sandro e Fabio eravamo stati allontanati ed eravamo nella casa contadina a Nava (in alta Brianza) insieme alla Elena, la Tata di famiglia, che era originaria di quelle parti. Ci vennero a prendere per il funerale. Come racconto nel capitolo dedicato alla casa di via Mazzini, dopo la morte del nonno, la sua camera, in cui fu allestita la camera ardente, per me divenne un tabù.

la famiglia

cartolina postale intestata

La spartizione dell’asse ereditario fu fatta dal nonno: alle due femmine di primo letto venne comperato un negozio di scarpe (a Villasanta alla zia Giovanna e a Cusano Milanino alla zia Linda) mentre i rispettivi mariti (lo zio Alessandro Locati e lo zio Pietro Beretta) vennero messi in azienda con posizioni di responsabilità.

Il nonno aveva l’ambizione del capostipite. A Natale si teneva il pranzo di famiglia con l’intera famiglia allargata e ne sono testimonianza le numerose fotografie di gruppo nel cortile di cemento tra la palazzina degli uffici e la fabbrica. In quelle foto io e Sandro, i primi due nipoti maschi della discendenza Cereda, siamo in braccio a lui o al suo fianco. E’ stato lui a far realizzare in cimitero la cappella gentilizia dei Cereda dove ci sono la bisnonna, il nonno, con la prima e seconda moglie, la zia Fiora, il papà, la mamma e lIlaria la figlia di mio fratello scomparsa a fine secolo in un incidente d’auto.

1951 famiglia allargata

La famigli allargata nella casa di Magreglio nel 1951 . La mamma ha in braccio Fabio. In prima fila la nonna Elisa, il nonno Alessandro che tiene in braccio Elio (nipote della zia Linda), Sandro e io. Ci sono anche le due famiglie delle due figlie (zia Giovanna in Locati e zia Linda in Beretta con mariti e figli). I 4 Locati sono già al completo: Giancarlo, Luigi, Franco ed Enzo in prima fila

La fabbrica nel periodo della guerra è arrivata a dare lavoro a circa 300 persone e, quando è stata chiusa nell’autunno del 1959, aveva all’incirca 150 dipendenti equamente distribuiti tra uomini e donne. La chiusura è avvenuta mediante concordato preventivo (l’ultimo step possibile prima del fallimento) in una situazione di grave sofferenza finanziaria.

Non mi sono mai fatto una idea precisa delle ragioni dell’insuccesso, in famiglia si parlava male delle banche, ma io penso che mio padre fosse troppo buono e troppo poco attento alle innovazioni di processo per farcela. Era un altruista, molto filantropo e sarebbe stato un generoso miliardario, se lo fossimo stati. Ma non eravamo miliardari bensì esponenti della media borghesia produttiva.

Quando la fabbrica ha chiuso, papà aveva 45 anni ed è stato in grado di reinventarsi un lavoro, prima procacciando forniture calzaturiere per il settore pubblico e poi facendo il sub agente di assicurazionie Fatto sta che è riuscito a mandare avanti una famiglia con 5 figli maschi facendoci studiare. Mio fratello Sandro faceva la I liceo scientifico, io la III media e Marco, l’ultimo della nidiata, era appena nato. La mamma, che tutte quelle gravidanze non le aveva mai amate, ripeteva sempre la risposta del nonno Alessandro alle sue rimostranze: ti pensich no, che ai me nevut ghe pensi mi.

la casa e l'ingresso alla ditta il giorno dei funerali del nonno

la casa e l’ingresso alla ditta alla partenza del funerale del nonno

Gli anni dal 60 al 64 sono stati quelli più duri perché, per evitare il fallimento, furono messe nel calderone tutte le proprietà immobiliari, comprese quelle della nonna, e nel 1963 lasciammo la vecchia casa di via Mazzini in attesa di essere demolita insieme alla fabbrica per farci dei condomini.

I condomini li hanno fatti mentre, sull’angolo dove c’era il circolo-osteria dei Reduci è rimasto un pezzo di muro dipinto di blù dove c’era la camera da letto di noi cinque.

Il trasloco coincise con la morte della nonna Elisa che aveva sempre vissuto con noi. Ricordo le cene con una tavolata di otto persone e l’arrembaggio per aggiudicarsi una fetta di prosciutto cotto. Per fortuna c’era il pane e negli anni caldi ne mangiavamo 3 chili al giorno a partire dalla prima colazione quando i tre lupetti Sandro, Claudio e Fabio mangiavano delle tazzone di Caffè e Latte con dai tre ai cinque panini a testa, tanto per fare il fondo e reggere sino all’ora di pranzo.

la fabbrica

Ma facciamo un passo indietro. La ditta era formata da più parti con ingresso principale in via Mazzini dal 41 al 47, in pieno centro a Villasanta. Sul fronte strada c’erano, al piano terra, gli uffici e al primo piano la nostra casa  come si vede in questa foto dei funerali del nonno. Dietro il carro funebre si intravvedono i parenti stretti e Ugo Saini, il capo-operaio che dirigeva la produzione.

Al di là del portonec’erano il cortile, la fabbrica vera e propria e, sul fondo un giardino, che confinava con i prati dei candeggiatori. Ve la voglio descrivere con gli occhi un ragazzino di dieci anni, con tutte le inesattezze ma anche le percezioni di allora.

Si entrava dal portone carraio (quello parato a lutto nella foto) perché tutti gli altri ingressi sul fronte strada erano chiusi da saracinesche, mentre, nel portone carraio in legno, era ricavata una porticina per l’ingresso pedonale. A sinistra c’erano gli uffici, compreso quello di papà, a destra gli spogliatoi dei dipendenti che, ad un certo punto, vennero affittati alla Banca Popolare di Milano per l’apertura della sua filiale di Villasanta. In quella occasione l’ingresso degli operai fu spostato, insieme agli spogliatoi, sull’ingresso carraio di piazza Daelli (si entrava dal secondo cortile della curt di mort).

Planimetria della fabbrica ricostruita da me

Planimetria della fabbrica ricostruita da me – con i numeri i reparti e con le lettere gli annessi

La fabbrica era, grosso modo rettangolare anche se poi si divideva in zone corrispondenti alle diverse fasi della produzione. Per quanto mi ricordi l’altezza del capannone era di una decina di metri con pilastri di sostegno qua e là e un tetto in cui le zone con le tegole si alternavano a stecche con finestre a vasistass come si usava una volta nei capannoni industriali per dare luce e garantire l’areazione.

Il pavimento era di cemento e, in alcune parti, piastrellato con quadrati grigi a loro volta fatti di quadrati più piccoli. Quando la banda musicale ha inaugurato la sua sede ristrutturata ho ritrovato, nell’ingresso, quel pavimento conservato in originale e mi sono tornate in mente le gare domenicali, tra fratelli ed amici, a spingere in velocità i carrelli usati per il trasporto dei semilavorati su quei pavimenti piuttosto scivolosi per via degli anni di deposito delle cere usate per la finitura delle scarpe.

gli uffici

Gli uffici erano tre: la stanza principale dove lavoravano gli impiegati (quattro o cinque), tra cui la mamma, quello di papà dove si trattavano gli affari e un terzo locale utilizzato come luogo di attesa e passaggio dove come vedremo si svolgeva il rito della quindicina.

macchina da scrivere continental

macchina da scrivere continental

Dell’ufficio principale ricordo un tavolone centrale (grande, ma proprio grande), la scrivania del capufficio (Virginio Spreafico), e le postazioni con le macchine da scrivere nere, della Remington, dell’Olivetti e della Continental.

Le calcolatrici erano le Divisumma della Olivetti che consentivano di fare le moltiplicazioni oltre alla addizione e sottrazione, ma c’era ancora una macchina di quelle con il cilindro rotante e la manovella. Mi ricordo che, con regolarità, veniva un signore della Zorloni di Monza, che con pennellini, aspirapolvere, olio e petrolio faceva le manutenzioni a quei gioielli di meccanica.

macchina da calcolo meccanica per somme, sottrazioni e moltiplicazioni

macchina da calcolo meccanica per somme, sottrazioni e moltiplicazioni

Quei signori avevano delle valigie nere con attrezzi e pezzi di ricambio di ogni genere che mi affascinavano. Ero colpito dalle attrezzature ma anche dal modo di lavorare, dalla precisione e dalla pulizia.

Non esistevano le fotocopiatrici e tutta la contabilità veniva fatta a mano su dei grandi fogli scrivendo con le matite copiative e la carta blu a ricalco con cui si facevano tre o quattro copie. Lo stesso valeva per le copie a macchina; in quel caso si usavano la carta carbone nera in formato A4, mentre le copie si facevano sulla carta velina.

In questa immagine del 1944 vediamo uno scorcio dell’ufficio con il rappresentante per la Liguria, il signor Boffa insieme a Lina Sora (che avrebbe sposato il fratello minore di Guerino, Fortunato), mia mamma in procinto di sposarsi e un’altra impiegata storica (Nella). Si noti il mobile classificatore dove si infilavano le cartelline e sullo sfondo la scrivania del capufficio.

calzaturificio impiegate

I telefoni erano di quelli neri piuttosto grandi ed avevano sul davanti dei pulsantini bianchi, piccoli, che servivano per chiamare gli interni (l’ufficio di papà, il magazzino, la casa). Il nostro numero era il 3526, me lo ricordo ancora e ci rimase anche quando la Stipel passò alla numerazione a 5 cifre mettendoci un 2 davanti. Di recente ho scovato una vecchia carta intestata della prima ditta (che di chiamava Cereda&Bocacccini) in cui manca anche il primo 3 e il telefono era 526.

telefono centralinoLa sera, quando gli uffici chiudevano un commutatore trasferiva le chiamate in casa. In uno scaffale sul lato verso la via Mazzini, era giacente e abbandonata tutta la vecchia attrezzatura telefonica egli anni 40: il centralino elettromeccanico e degli ovetti neri di bachelite (a forma di proiettile o di siluro) grandi una ventina di centimetri che venivano usati per le comunicazioni interne. Ho il rammarico di non averli salvati insieme a quei bellissimi cavi ricoperti di seta nera.

Nel tavolone c’erano dei grandi cassetti con il materiale di cancelleria. MI ricordo che, in quello dei timbri (vicino alla cassaforte), oltre a vecchi sigilli in ottone e alla ceralacca, rimase per molti anni un sacchetto di stoffa pieno di proiettili di rivoltella; poi un giorno sparirono. Non ho mai saputo perché stessero lì e chi li fece sparire. Lo stesso vale per un mitra che stava in uno dei due bagni della casa, occultato sotto una credenza. Su questo punto i miei ricordi sono molto sfumati perché penso si riferiscano a quando avevo 4 o 5 anni.

una cambiale

una cambiale

Nello stesso cassetto c’era anche il raccoglitore dei francobolli e delle marche. Non esisteva l’IVA, ma c’era l’Imposta Generale sulle Entrate (IGE) che costringeva ad applicare marche da bollo di tutti i valori in ogni dove. Mi ricordo che un impiegata andava regolarmente dal tabaccaio e in posta con la distinta di marche e francobolli che si comperavano a fogli e poi bisognava conservare in maniera ordinata. Oltre alle marche c’erano due strumenti contabili a garanzia del pagamento: le cambiali (firmate dal debitore) che avevano un bollo prestampato a seconda del valore del debito (e dunque anche per le cambiali in bianco c’era il suo raccoglitore) e le tratte titoli emessi dal creditore su cui si applicava manualmente la marca.

Con tutto quel via vai di cose da incollare e di fogli da girare, la spugnetta bagnadito era uno strumento d’uso comune anche perchè era sconsigliabile usare la saliva, visti gli effetti delle matite copiative che spandevano il blù appena le bagnavi. Lo scotch non era stato ancora inventato e la carta incollante (di chamava così) stava su rotolini che dovevano essere bagnati prima di applicarla. C’erano già le graffettatrici della Zenith ma, a differenza di quelle di oggi erano nere e in metallo pesante. Due di quelle, salvate dal trasloco, le ho ancora.

Era appena stata brevettata la penna biro, ma si usavano ancora le penne con il pennino da intingere (il gobbetto, il campanile, …) e le stilogafiche. Dunque, su ogni posto di lavoro c’erano il calamaio e il tampone con la carta assorbente.

conte ugolino Gustavo Dorè

Il conte Ugolino nella Divina Commedia illustrata da Gustavo Dorè

Dell’ufficio di papà ricordo una zona con poltrone e divani per gli incontri con grandi clienti, rappresentanti e fornitori, una vetrinetta con esposti gli ultimi modelli della produzione e una grande scrivania nei cui sportelli papà metteva i grandi libri illustrati e rilegati, magari in pelle, che regolarmente comperava da amici o piazzisti di passaggio e che poi rimanevano lì.

Si dividevano in tre categorie: la Bibbia, la Divina Commedia e le opere di storia, con preferenza a quelle agiografiche del ventennio trascorso (tra cui una storia della rivoluzione fascista di Chiurco in 6 volumi che mi sono tenuto io). Su Bibbia, Divina Commedia e Gerusalemme Liberata impazzavano le illustrazioni di Gustavo Dorè.

Nel terzo locale si svolgeva uno dei riti che mi sono rimasti impressi, la consegna delle buste paga. Non ricordo se le buste paga venissero preparate in ufficio o arrivassero dalla banca sulla base di una distinta. ma comunque, ogni 15 giorni, mi pare il sabato mattina, c’era il pagamento della quindicina.

La mamma, la Nella o la Lina si mettevano in ufficio dietro un finestrino che dava sul terzo locale con una grande scatola di cartone. Da lì venivano chiamati gli operai, per numero e questi ritiravano la loro busta con il danaro in contanti. Mi ricordo che aspettavamo, con la cretinaggine tipica dei bambini, la chiamata della numero 100, perché si trattava di una donna che oltre ad avere un numero rotondo era rotonda del suo. Dai mamma chiama il 100.

Il cortile

1952 fabio sul triciclo

1952, mio fratello Fabio impara ad usare il triciclo rosso che avevamo già usato Sandro ed io

Il cortile rettangolare era di cemento con al centro un tombino di scolo delle acque; nei giorni festivi e la sera era il nostro regno per giocare sotto gli occhi della mamma che ci controllava dalla ringhiera. O era vuoto o ci stavano un paio di macchine della ditta, una Fiat giardinetta e una Fiat 1100. In questo cortile ho imparato a usare il triciclo di ferro che poi passò a mio fratello Fabio, ad andare in bici con e senza rotelle, a giocare a tennis. Tra il 60 e il 62 e ho trafficato intorno ai primi motorini (sicuramente un Motom 4 tempi), quando la fabbrica era ormai chiusa ma noi si viveva ancora lì.

Di fronte alla casa e agli uffici c’era la fabbrica, a sinistra la scala che portava di sopra, dove abitavamo. Di sopra e da basso (da sura e dabass) erano due assoluti, come, con riferimento a Villasanta, insu e ingiù. Il confine tra le due zone di Villasanta era costituito da via Garibaldi ed era un confine vero perché segnava a nord il comune di Villa San Fiorano (inzö) e a sud la frazione La Santa facente parte di Monza (ingiö) prima della fondazione di Villasanta nel 1929 con l’accorpamento de La Santa a Villa San Fiorano.

In fondo al cortile, sulla destra, oltre alle rastrelliere coperte per le bici degli operai, c’era una grande botola metallica rettangolare che copriva una scala da cui si poteva scendere in una grande cantina in cui c’era la caldaia a nafta che riscaldava casa e fabbrica. A fianco della caldaia c’era un locale pieno di confezioni da 1 kg di carne in scatola americana rimasta dalla guerra e che davamo da mangiare al cane da guardia: la Tecla.

A me sembrava un cane molto cattivo, ma probabilmente non lo era. Il problema era che di giorno  rimaneva legata alla catena corta vicino alla sua cuccia dietro la fabbrica e la sera veniva agganciata a una catena più lunga collegata ad un filo orizzontale teso in alto, nel cortile carraio. Lì faceva il suo mestiere di cane da guardia correndo avanti e indietro per tutta la notte. Sarà stata la Tecla o no ma non ho memoria di tentativi di furto.

I magazzini

Di fianco all’ufficio principale, nell’andito da cui partivano le scale per il piano superiore c’era una latrina a disposizione dell’ufficio, con la turca e un lavandino da cui uscivano puzze di cui conservo il ricordo nonostante venisse pulita e lavata ogni giorno (d’altra parte non c’era riscontro d’aria). Dopo la scala che portava a casa, c’era l’ingresso al magazzino dei prodotti finiti (8) con un primo locale dedicato a imballaggio, movimentazione e ufficio e un locale posteriore, che comunicava con il corridoio della fabbrica, dove c’era il magazzino vero e proprio con tanti scaffali e tavoli pieni di scatole bianche con l’etichetta del calzaturificio e le informazioni essenziali sul contenuto (modello, colore, numero, …).

Le scatole vuote arrivavano con regolarità dallo Scatolificio Ambrosiano di Carnate. Era una festa vedere quelle decine di pile di scatole di cartone con il coperchio, tenute insieme da una corda. Le scatole venivano messe temporaneamente nella zona dove si conservavano le forme di legno necessarie alla costruzione della scarpa e prelevate man mano per collocare i prodotti finiti incollandoci l’etichetta.

Guerrino all'autodromo nel 1934

Guerrino nel 1934 (aveva 21 anni) in ginocchio con un gruppo di villasantesi all’autodromo di Monza

In magazzino sono transitati parenti stretti, come mio cugino Franco Malacrida del Taboga, Guerrino Cereda della Pappina (primo cugino di mio padre). Guerrino (Gueren) era un cugino molto speciale e, nel 1953, sposò una mia prima cugina da parte di madre, Ester, la figlia maggiore della zia Amelia. Il rapporto è poi continuato perché nel 1963 anche loro (che prima abitavano nel cortile della Pesa di piazza Daelli) si sono trasferiti nel condominio di via Monte Sabotino, sullo stesso pianerottolo nostro (parenti doppi e contigui con le abitazioni).

Oltre ai parenti c’erano le persone di fiducia, come Stefano, l’autista figlio di un capomastro che, ironia della sorte, ha costruito il condominio dove siamo andati ad abitare nel 1963 quando venne abbattuta la casa di via Mazzini , o come il factotum della fabbrica, Romeo Penati una brava persona poco acculturata che si faticava a comprendere perché parlava solo in dialetto e si mangiava le parole.

Romeo aveva una caratteristica testa ad uovo, ma asimmetrica. Suo figlio Mario era l’amico del cuore di mio fratello Fabio e per via della testa, identica a quella del padre venne chiamato Rumeèn (piccolo Romeo) e il soprannome gli è rimasto per tutta la vita. Romeo seguiva gli imballaggi negli scatoloni e quelli nelle casse di legno (spedizioni per l’estero via nave). Le pratiche d’ufficio del magazzino erano seguite da Elvira, una impiegata che mia moglie ha reincontrato al centro anziani e ricorda con affetto noi piccoli Ceredini.

Se, invece di andare in magazzeno, entravi in fabbrica dal portoncino di ingresso ti trovavi davanti un corridoio largo un paio di metri e lungo una ventina. A sinistra c’erano il magazzino prodotti finiti di cui ho già detto e poi, uno di seguito all’altro, il magazzino della minuteria governato da mia cugina Rosanna (del Taboga) e quello delle pelli (un po’ più largo di quello della minuteria) che era il regno dello zio Alessandro (il marito di una delle sorelle di mio padre).

Nel magazzino della minuteria (9) c’era di tutto, ma proprio di tutto. Era molto stretto e lungo con uno sportello davanti alla porta per ricevere le richieste dalla produzione e consegnare ricambi e materiali di consumo. Dopo la porta c’era un tavolinetto per il disbrigo delle pratiche d’ufficio e poi due lunghi scaffali con tanti cassetti profondi 50 cm e con un fronte di 15×15. Mi sono sempre chiesto se, almeno la Rosanna, sapesse nei dettagli cosa c’era dentro perché anche se, come in ogni magazzino, si facevano il carico e lo scarico, c’erano cassetti che, così a naso, non venivano movimentati da anni.

Rocchetti e spolette della Cucirini 3 stelle

Rocchetti e spolette della Cucirini 3 stelle

Ci andavo a trafficare di nascosto la domenica: tanti rocchetti di filo per le tomaie e di filo per le suole della Cucirini Cantoni e della Gubra, le cere di tutti i colori, la pece per la corda delle cuciture delle suole, le vernici per tintura e per finitura, i nastri, i sottopiedi, il guardòlo (la striscia di cuoio che serve ad unire la tomaia al sottopiede), le stringhe, le colle, i solventi con quel profumo intenso e buono, l’acetone, i rotoli di carta vetrata di tutte le gradazioni per le frese, i tacchi da donna, i pennelli, le lame di ricambio e i coltelli per rifilare il cuoio, i ferretti salvapunta e salvatacco, le pinze di ricambio, e poi la semenza.

la sumensa

la sumensa

Si diceva sumensa e ho sempre pensato che fosse un modo di dire dialettale e si dovesse invece dire chiodini, visto che di quello si tratta; chiodini di tutte le dimensioni e forme, color ferro, rame, ottone, bronzo. Invece no, ho preso atto che nei calzaturifici artigiani la chiamano proprio semenza. La semenza stava in scatoloni di cartone 10x10x40 e a, seconda delle misure e della finitura, veniva prelevata a peso o a scatole.

Questi chiodini servono, quando si fabbricano le scarpe a mano, a fissare la tomaia sulla forma di legno tendendola bene in modo che assuma la forma finale e prima di unire la tomaia al sottopiede, a sua volta piazzato sotto la forma.

Per una singola scarpa di chiodini ce ne vanno almeno una quarantina, si usano e alla fine si levano e si buttano via. Solitamente durante il lavoro si tengono in bocca per velocizzare le operazioni, come vi capiterà di aver visto fare anche dai calzolai e, a fine lavoro, prima di cucire e applicare la suola, si levano con una specie di cacciavite intagliato (il leva sumensa).

imbastitura della scarpa con uso della sumensa

imbastitura della scarpa con uso della sumensa

Il magazzino delle pelli (10) era uno dei luoghi preferiti da noi bambini. Lo usavamo come nascondiglio quando si giocava a nascondersi. C’erano delle grandi scaffalature di legno a più piani su entrambe le pareti con dei box  profondi un paio di metri e con un imbocco di 2×1 in cui veniva messo il pellame in attesa dell’utilizzo.

Le pelli generalmente erano arrotolate su se stesse e poi legate con dei nastri colorati ma, in alcuni casi, venivano conservate distese. I box erano intercomunicanti e dunque si riusciva a passare dall’uno all’altro mentre chi stava sotto cercava di individuarci.

C’erano il vitello, il mezzo vitello, lo scamosciato, la vernice (la pelle tutta lucida per le scarpe da sera), il coccodrillo, il pitone ma penso che, in realtà fosse tutta pelle di vacca, opportunamente trattata, che veniva prevalentemente dalle concerie del vicentino e della Liguria. I colori di base erano il nero e il marrone, ma per modelli particolari, c’era un po’ di tutto, oltre alle fodere rigorosamente color coloniale.

Nel magazzino delle pelli c’era una macchina abbastanza avvenieristica per quei tempi, o almeno così sembrava a me. Era una taglierina a pantografo. Mentre l’operatore (il Franco Pilotti) seguiva con una punta il contorno di un disegno, a valle la macchina tagliava del cartone molto duro dello spessore di 3 o 4 millimetri dandogli la forma della tomaia. Lo zio Alessandro, aiutato da un altro disegnatore, produceva i disegni su carta e, da questi, la macchina produceva le dime per gli operai addetti al taglio che incidevano il pellame con dei taglierini molto affilati, seguendo il contorno.

funerali nonno con parenti

da sinistra lo zio Alessandro Locati, lo zio Pietro Beretta, il figlio Luigi e papà che piange in ginocchio durante la cerimonia per il funerale del nonno

Lo zio Alessandro era il marito della zia Giovanna (classe 1908) e ai suoi tempi doveva essere stato un personaggio molto particolare: un bell’uomo, alto e brizzolato; prima della guerra alternava il lavoro in fabbrica alla sua vera passione, la musica.

Suonava il violoncello, ma se la cavava bene anche con la batteria e infatti, nella banda, suonava il tamburello. Aveva un senso del ritmo eccezionale e lo sentivi sempre canticchiare romanze d’opera e tambureggiare con le dita. Nel periodo in cui mi è capitato di frequentarlo un po’  mi raccontava della sua seconda attività, negli anni 30, nel giro dell’operetta e del teatro di rivista e capivi che quella era la vita che avrebbe voluto fare.

Non ho mai approfondito come la faccenda si conciliasse con la zia Giovanna che era una donna un po’ bacchettona, ma soprattutto rigidissima sul piano del costume e della morale.

Ha suonato nella banda musicale di Villasanta fino ad 80 anni e, anche dopo, seguiva la sua banda con passione. E’ arrivato sin quasi a 100 anni e, ormai in carrozzina per l’amputazione di un piede, appena ce n’era l’occasione si faceva portare dai suoi amici della banda.

In fabbrica, oltre a seguire il magazzino delle pelli dirigeva il comparto dei modellisti e dei tagliatori che portavano il camice bianco o l’avaiana color coloniale. I nuovi modelli, per il campionario che si faceva due volte l’anno, uscivano dalle sue mani ed era lui a raccogliere i suggerimenti da parte dei rappesentanti.

In una posizione un po’ defilata, ma facilmente accessibile dal montaggio, c’era il deposito delle forme (A). Le forme sono delle sagome in legno molto duro (credo che fosse faggio o castagno) con la forma del piede. In un calzaturificio ce ne devono essere tante perché ne serve una per ogni scarpa destra e sinistra e per ogni numero, oltre alla distinzione tra pianta larga e pianta stretta.

La forma è il supporto intorno a cui viene materialmente costruita la scarpa e la si toglie solo alla fine del finissaggio quando la scarpa è pronta da inscatolare e sono state fatte anche le ultime finiture come la stiratura o la eliminazione di grinze e difetti. C’erano tanti scaffali alti un paio di metri, con ripiani ogni 30 centimetri e gli scomparti, uno per ogni forma.

fogli di cuoio

fogli di cuoio

Dal locale delle forme una porta con uno scivolo per agevolare il movimento dei carrelli portava al magazzino del cuoio (B), ul curam. Era un capannone lungo e che è resistito alla chiusura della fabbrica, perché era in affitto, e dopo di noi ci è entrata una falegnameria artigianale. Il cuoio arrivava in fogli, grosso modo corrispondenti al groppone di una vacca. Ce n’era di diverse qualità e spessore (dai 3 ai 6 mm) e lo si metteva disteso e impilato rispettando i due parametri detti.

Mandava un bell’odore, l’odore del cuoio che si sente nelle scarpe serie, e si mischiava ad altri odori presenti in magazzino, quello delle suole di gomma, tra cui spiccavano le Vibram per bellezza e robustezza, i tacchi di nailon o di gomma e poi i fogli di para, la gomma naturale chiara e rugosa che ormai non si vede quasi più.

Taglio e orlatura

A destra del corridoio c’era uno spazio principale in cui lavoravano i modellisti, i tagliatori delle tomaie (i tumer) e le donne addette alle tomaie (le orlatrici); ben separata, ma visibile, c’era l’area delle presse dove si faceva la prima lavorazione del cuoio: scarnificazione per portarlo allo spessore giusto e soprattutto il taglio delle suole effettuato da presse che, comandate da un singolo operaio, davano una bella botta a fustelle in acciaio con la forma della suola appoggiate sul foglio di cuoio.

La zona 11 era quella in cui nascevano le idee per i nuovi modelli e si preparavano i costituenti delle tomaie. La tomaia, semplificando, è la parte superiore della scarpa e, come si capisce facilmente, è fatta di più parti che vanno assemblate, per consentire il passaggio da una struttura piana (la pelle) ad una tridimensionale (la forma del piede). Prendete una scarpa da uomo liscia, ci sarà comunque da fare la linguetta, da forare dove passeranno i lacci, ci saranno da rinforzare con del cuoio la punta e il tallone, ci sarà da applicare la fodera.

Modellisti e tagliatori erano quasi esclusivamente uomini. Per le piccole produzioni la tomaia era ottenuta lavorando di taglierino intorno alle dime di cartone. Ricordo che i tagliatori avevano dei solidi copridito in cuoio, ma ricordo anche di avere visto qualche mano con quattro dita anzichè cinque o magari una falange in meno.

Per le produzioni di maggiore serie era conveniente preparare delle fustelle metalliche che tagliavano la pelle mediante apposite presse e non finiva lì perché non basta tagliare la pelle. Va portata allo spessore giusto e poi va rifilata sui bordi per agevolare la piegatura e le cuciture; tutti lavori che facevano delle macchine scarnificatrici in cui c’era un cilindro rotante con una lama ad intaglio messa per la lunga.

Se al taglio erano tutti uomini, alle tomaie (12) erano tutte donne. Tre file di macchine da cucire dove i diversi pezzi della tomaia venivano messi insieme con una organizzazione sia seriale sia parallela, visto che una stessa macchina non poteva eseguire tutte le lavorazioni. Era il regno di Maria Mureten, una operaia esperta che fungeva da caporeparto.

Rumore meccanico veloce: quello degli ingranaggi delle macchine, dei rocchetti di filo che si srotolavano, degli aghi che foravano velocemente la pelle; lì vicino si sentivano dei colpi più rarefatti, forti e secchi, quasi delle piccole esplosioni; erano le presse (13) che colpivano le fustelle delle suole di cuoio: Ce n’erano di comandate a mano, da sopra, o a pedale da sotto e comparivano i primi sistemi di sicurezza, come quelli che richiedevano di mettere entrambe le mani fuori dalla zona pericolosa per funzionare.

Manutenzione

Il banco di lavoro del Necchi, che di cognome faceva Appiani, era uno dei miei luoghi preferiti. Era sull’angolo del corridoio (14): c’erano un tavolo di lavoro quadrato di quelli da meccanico (legno coperto di lamiera pesante), due morse, due cassetti pieni di martelli, pinze, lime e cacciaviti e, sulla parete, messe in bell’ordine, le serie di chiavi, le filettatrici e gli utensili più preziosi. A sinistra c’erano un trapano a colonna e il mio oggetto del desiderio: il tornio.

Non so se il soprannome Necchi venisse da una precedente esperienza lavorativa o dal fatto che le macchine alle tomaie erano quasi tutte della Necchi, ma il Necchi faceva la manutenzione a tutte le macchine della fabbrica, il che voleva dire, non solo controllare la lubrificazione degli ingranaggi e l’usura delle cinghie di cuoio, ma anche saldare (se si rompeva) qualche pezzo, lavorare alla forgia e al trapano, se bisognava rifare qualche elemento che si era rotto in maniera irrimediabile. Insomma, era il lavoro d’officina dei meccanici di una volta, quando le cose si riparavano e si buttavano solo se non c’era modo di fare diversamente.

forgia

la forgia manuale

Il tornio con quei trucioli di ferro e di alluminio, con gli utensili che incidevano il metallo come fosse burro mi facevano rimanere a bocca aperta ma più ancora mi piaceva la forgia (C).

Per ovvie ragioni la forgia stava all’aperto. C’era un banchetto di ferro con la turbina soffiatrice azionata a mano, il bernasc e gli altri atrezzi da fabbro e, subito di fianco, un bel ceppo di legno con l’incudine. Ero incantato da quel fuocherello che l’azione dell’aria e del carbone trasformavano in un bracere in grado di fondere il ferro. Il pezzo doveva stare dentro il tempo giusto, per essere lavorabile senza fondere.

E poi le martellate e le pinze per piegare, l’acqua per indurire. Ho ritrovato la forgia da studente all’ITIS quando in III abbiamo fatto il laboratorio di saldatura (un trimestre forgia, uno saldatura elettrica e uno saldatura a cannello). Altri tempi e scuola pratica in un mondo pratico. Dove c’erano le forgie c’era anche un maglio (ovviamente interdetto a noi studenti) e il tecnico che lo azionava era soprannominato Vulcano.

Oggi all’Hensemberger, di Monza dove sono tornato come preside, il laboratorio di saldatura non c’è più e al suo posto c’è un laboratorio di macchine per il trattamento delle superfici.

La lavorazione della scarpa

imbastitura

Nella seconda parte della fabbrica la scarpa veniva costruita materialmente a partire dalla imbastitura della tomaia e del sottopiede sulla forma. Erano operazioni fatte esclusivamente a mano con una particolare pinza a becco ricurvo e che aveva anche un martelletto per ribattere i chiodini.

Pensate ad un grande serpente che percorreva quel rettangolo della immagine facendo tante spire mentre si spostava da destra a sinistra. C’erano macchine di ogni genere, per incollare a caldo, per tirare la pelle, per cucire le suole, per incerare, tante frese rotanti con spazzole o carta vetrata di grana diversa.

In questa zona, tranne che al finissaggio dove ci voleva l’occhio femminile, lavoravano quasi esclusivamente uomini e, con l’eccezione di quelli addetti ad alcune macchine complesse, ogni operaio seguiva il suo carrello su più fasi di lavorazione che terminavano con la cucitura della suola di cuoio e l’applicazione del tacco. Il tutto sotto l’occhio vigile di un nonno, Ugo Saini che dirigeva la produzione.

Le scarpe viaggiavano in carrelli a quattro piani del tipo di quelli in questa foto, ma i nostri avevano i ripiani fatti con dei legni rotondi tipo manico di scopa. Il carrello aperto evita ristagni d’aria e agevola l’asciugatura di colle e vernici.

i carrelli

Le macchine particolari erano quelle per l’incollaggio delle suole in gomma in cui si mescolavano compressioni pneumatiche e forni di essicazione e le macchine per la esecuzione delle cuciture della suola che eseguivano la cucitura Good-year (che tutti pronunciavano gòdiar).

Il sottopiede (rigorosamente in cuoio di 3 o 4 mmm) veniva cucito insieme ad una bordura di cuoio (guardiòlo) e alla tomaia e, successivamente, il guardiòlo veniva cucito alla suola i modo che le scarpe potessero essere, all’occorrenza, risuolate.

A questo punto iniziava la cura di bellezza: la scarpa, ancora con infilata la forma veniva incerata, stirata con dei piccoli ferri elettrici stondati della dimensione di un grande cucchiaio che serviva ad eliminare rughe e grinze, si applicavano eventuali coperture tra la tomaia e lo sbordo della suola e si lucidava il tutto sulle spazzole rotanti. Era in queste operazioni eseguite a freddo, ma con le cere riscaldate dall’attrito, che si spandevano i profumi nell’aria e il pavimento si faceva lucido.

Un ultimo controllo visivo, un po’ di carta velina nelle punte e dentro la scatola e la scarpa era pronta per il magazzino.

La falegnameria

Era un grande capannone (E) a se stante, pieno d’assi al grezzo dove il falegname Sinel (forse la contrazione di Asinello) fabbricava le casse per la produzione destinata all’estero. Sia che viaggiasse in treno, sia che finisse a Genova per essere imbarcata, la merce destinata all’estero doveva stare obbligatoriamente in queste casse di legno sigillate da un coperchio inchiodato ed ulteriormente assicurate da dai giri di nastro metallico (la règia) che veniva tesa da una apposita macchina che applicava sulle chiusure dei bellissimi sigilli ottonati.

carrello a sfere a tre ruote come quelli che facevamo anche noi

Sulla cassa, in legno grezzo, venivano poi disegnate con vernice catramata e lettere femmina, le scritte essenziali connesse alla spedizione. Sinel lavorava con una grande sega a nastro e con gli utensili tipici del falegname: la pialla, la raspa, il martello, la sega a telaio, i martelli i levachiodi per realizzare queste casse in cui stava tra 1 e 2 metri cubi di roba.

Tra il locale delle forme, la falegnameria, il pollaio e la conigliera, la domenica si poteva giocare bene a nasconderci e, quando siamo stati più grandi, abbiamo iniziato a costruirci i carrelli a sfere.

I cuscinetti venivano dalle riserve del Necchi ed erano materiali di risulta dalle macchine. Il pianale, il manubrio con il perno di sostegno, le strutture di alloggiamento dei cuscinetti le facevamo da noi e la fabbrica si prestava molto bene a sfide tra fratelli, cugini ed amici. Non erano sfide in discesa e dunque bisognava imparare a spingere con il piede destra e acquisire un po’ di tecnica sulle curve piegandosi senza farsi schiacciare le dita.

Poi, nel 63, sono arrivate le ruspe e questo mondo magico si è trasformato in tanti condomini che ci sono anche ora. E’ stato spianato anche il circolo di via Verdi, sono comparse nuove strade e l’unica cosa rimasta è la sede della banda musicale che è stata intitolata al nonno.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 11 maggio 2024


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1943-1945: mio padre, il suo processo

III edizione – maggio 2024

papà e mamma entrano al calzaturificio

papà e mamma scesi dalla carrozza a cavalli entrano nella sede del calzaturificio con Rosanna Malacrida e Franco Locati che fanno da paggetti

Questo processo me lo porto dietro anche anagraficamente. Sono nato l’8 ottobre del 1946; il processo, con assoluzione e scarcerazione, si è celebrato l’11 dicembre 1945 e ho ritrovato la ricevuta di saldo a pagamento dell’avvocato datata 3 gennaio 1946, a liberazione avvenuta.

I miei genitori si sono sposati a fine maggio del 44 e mio fratello Sandro è nato il 13/3/45 (dieci mesi mese dopo il matrimonio); mio padre è uscito dal campo di concentramento a fine processo e io sono arrivato dieci mesi dopo, puntuale come un orologio svizzero.

Papà è rimasto fascista anche dopo la liberazione ed è sempre stato orgoglioso della sua coerenza (lui parlava di fedeltà ai propri ideali). E’ morto il 24 aprile del 95, un giorno prima del cinquantenario della liberazione e con mia moglie ci abbiamo scherzato su: ha deciso che se doveva morire era meglio farlo prima del cinquantenario.

il processo

Del processo avevo sentito parlare qualche volta in famiglia, senza troppi dettagli, e non sapevo che mia madre ne conservasse gelosamente gli atti, che sono saltati fuori solo dopo la sua morte nel 2003.  La mamma teneva tutte le cose speciali nel secondo cassetto del cassettone della camera da letto: i gioielli di famiglia, le lettere di papà e le nostre dal collegio, i rogiti notarili del Taboga, ma anche, sotto a tutto gli atti del processo. Sono copie dattiloscritte mentre il fascicolo originale è all’archivio di Stato di Milano in attesa di catalogazione.

Il capo di imputazione riguardava un punto generale (aver fondato e diretto il fascio repubblicano di Villasanta dall’ottobre 43 all’aprile 45 con una interruzione da gennaio a settembre 44 per richiamo alle armi) e due addebiti specifici: minacce alla moglie di un partigiano e non aver fatto a sufficienza per impedire la deportazione a Mauthausen di un lavoratore di Villasanta arrestato dopo gli scioperi di Sesto San Giovanni del marzo 44.

Osvaldo Marzagalli e Mario Colombo (calzaturificio La Rondine); due amici di papà ad una uscita del CAI

L’arresto avvenne l’8 maggio del 45 su disposizione del CLN di Villasanta dopo un precedente interrogatorio in comune, da parte del dr. Aldo Buzzelli, che non aveva ritenuto di procedere all’arresto. C’erano due episodi che tornavano fuori nei discorsi della mamma: l’arresto e lo smascheramento del vero responsabile delle minacce alla moglie del partigiano. Del terzo fatto ho saputo dagli atti.

Mio fratello Sandro aveva due mesi e mia madre raccontava l’arresto con coloriture gergali del tipo cià ven giò e parlava dello spavento che si era presa e dei mitra spianati. In quei giorni si faceva in fretta a morire.

Dell’episodio relativo alle presunte minacce alla moglie di un partigiano era molto orgogliosa; in particolare della sceneggiata con le donne della cascina Bagordo di Concorezzo e con la moglie del Valaguzza (il partigiano ricercato).
Aveva in mano la foto di quello che, ragionando con gli altri fascisti detenuti, mio padre aveva individuato come responsabile e si rivolgeva loro dicendo:
– ma guardatelo, forse vi siete sbagliate, non può essere mio marito.
ci dispiace signora Anita, ma è proprio lui. Lo riconosco.
In effetti era stato lui, quello della fotografia (tale Luciano Crosta di Monza), a fare minacce non mio padre.

Nient’altro sul processo, in particolare da mio padre, che aveva seppellito tutta la sua storia giovanile. La vicenda lo aveva segnato, perché riteneva di aver sempre agito nel giusto e aveva un po’ di rimpianto per come era andata a finire la politica sociale della RSI in cui aveva creduto e per la quale aveva investito del suo. Dagli atti del processo emerge che ci aveva messo a fondo perduto circa 250’000 lire e se tenete conto che, nello stesso periodo, il valore di mercato di un paio di scarpe belle, franco fabbrica, era di 250 lire, il conto è presto fatto.

i fucilati del 45

Qualche volta accennava al tema del sangue dei vinti parlando di amici ingiustamente perseguitati e, in un caso, uccisi. In effetti dagli atti del processo ritorna in un paio di occasioni il nome di uno dei due fascisti villasantesi fucilati a Vimercate. Si tratta di Pietro Erba, che risulta partecipare agli interrogatori della Muti e di Osvaldo Marzagalli relativamente al quale non risulta nulla.

Era lui l’amico di cui parlava mio padre. Ho fatto qualche ricerca e ho visto che è stato uno dei fondatori del CAI, appassionato di sci e di alpinismo. Compare in molte foto del volume per il 70° del CAI accanto ad altri soci che poi furono dalla parte giusta e l’impressione che se ne ha è quella di un giovane esuberante che, probabilmente, pensò di continuare le sue avventure impegnandosi con la RSI.

Guardando quelle foto della fine degli anni 30 si resta impressionati. Ne ho trovata anche una in cui ci sono Carlo Magni (partigiano cristiano) accanto a mio padre e Mariuccio Calderara morto sul fronte greco albanese dove era appena arrivato come volontario nelle milizie fasciste.

il dopoguerra e il nostro rapporto

Finita l’avventura della RSI, con la riabilitazione, papà si è buttato in quella del calcio portando il Villasanta in serie C mentre il nonno continuava ad occuparsi della banda musicale di Villasanta.

Raccontava con orgoglio delle sfide con il Monza e con la Pro-Lissone, mentre la mamma si lamentava di quanti soldi hai buttato via. Di quel periodo mi rimane una bellissima spilla d’oro a forma di pallone da calcio, con un contorno di rubini e la scritta AC Villasanta che, nella divisione dei ricordi di famiglia, è toccata a me.

gara di sci alla Presolana

gara del CAI alla Presolana, fine anni 30: Mariuccio Calderara, papà, Carlo Magni. Alla estrema destra Angelo Erba e Guerrino Cereda

Il nonno, il cav. Alessandro Cereda è morto nel 53; credo che lui fosse davvero un fascista da camicia nera e credo che non fosse molto contento dell’impegno sociale del figlio. Lo intuisco da qualche lettera, che dice e non dice, durante la detenzione di mio padre.

Con papà, ovviamente, a spizzichi e bocconi, abbiamo parlato della sua storia e del suo processo perché non gli è stato facile digerire il progressivo e inesorabile spostamento a sinistra dei suoi due figli grandi: bravi a scuola, impegnati e altruisti come lui, ma di sinistra.

C’erano stima reciproca e affetto; amore contenuto, come usava allora. Lo stimavo molto per la capacità che aveva avuto di inventarsi un nuovo lavoro a 45 anni, con cinque figli da mantenere (da 0 a 15 anni) quando nel 59 il Calzaturificio Monzese chiuse l’attività (si veda il capitolo dedicato al Calzaturificio Monzese).

Ci siamo scritti di cose serie mentre ero a militare nel 1970. Io ero sconvolto dall’autoritarismo sfrenato di quell’ambiente, che mi appariva organizzato solo per annientare la personalità, con lui che mi rispondeva cercando il lato positivo della faccenda (la formazione del carattere, l’obbedienza, …).

Ero e sono orgoglioso di questo papà, così diverso da me, cordiale e da bar, quanto io sono orso, amante delle rimpatriate e della tavola, sempre disponibile per quelli di Villasanta: il ragionier Cereda o più amichevolmente ragiunier che, negli anni 60 e 70, passava molte ore della sua giornata da Ugo da Pedren e ci faceva anche un po’ del lavoro di sub agente assicuratore (una specie di ufficio al bar).

Io diventavo di sinistra e lui non si è mai permesso di pormi un divieto. Me lo pose una volta sua sorella maggiore (la zia Giovanna di cui trovate un ricordo nei racconti), inviperita e preoccupata perché ero stato visto alla Casa del Popolo in occasione di una Festa dell’Avanti. Era il 1964,avevo 18 anni, mi prese da parte e mi disse: spero che tu sia andato lì per conoscerli, in modo di combatterli meglio, perché, ricordati, che sei un Cereda. Una di quelle cose che ti lasciano allibito e che non ti dimentichi più.

Papà era compiaciuto del fatto che facessi politica; non ce lo siamo mai detti, ma si capiva: bravo a scuola, si mantiene agli studi e si dà da fare per gli altri. Ricordo il suo orgoglio quando, nel 76, andai a Tribuna Politica, per conto del Quotidiano dei Lavoratori, a intervistare il segretario del PSI De Martino. Un figlio che va in televisione, e allora mica c’erano duemila reti e Tribuna Politica la guardavano tutti.

Il contrario dei messaggi che ricevevo dalla mamma: non fare come tuo padre, hai visto cosa gli è successo, impara a farti gli affari tuoi. Due concezioni del mondo opposte e cosa volete che scelga un giovane tra un papaà orgoglioso del tuo impegno e una mamma che ti invita a pensare ai fatti tuoi?

Così non ho mai avuto bisogno di contare balle in casa; ricordo ancora la trattativa per restare a dormire nella università occupata nel marzo 68 (la prima occupazione di fisica). Patti chiari, amicizia lunga: sii onesto, fai il tuo dovere e poi fai quello che vuoi.

Naturalmente mi capitò di domandargli le ragioni di quell’impegno con i fascisti, del suo non farsi domande anche dopo, del restare affezionato al Duce, dell’acquistare dal giro dei reduci libri che non avrebbe mai letto e che adesso ho io, del non perdersi una Tribuna Politica di Almirante.

Sulle ragioni di quell’impegno non aveva dubbi: darsi da fare per gli altri e cercare di salvaguardare Villasanta. Come emerge dai documenti, dalla sua autodifesa e dalle testimonianze, nell’accettare la carica di segretario aveva posto precise condizioni: niente violenza, no alla brigata nera.

Alle mie domande ma papà, hai presente l’allenza con i nazisti, ma papà i nazisti nel 43? La risposta era sempre la stessa: garantire l’onore dell’Italia nel tener fede alla parola data. Io non capivo e mi rendevo conto che eravamo cresciuti in due mondi diversi. E’ stata una sorpresa trovare quelle carte: gli atti del processo e le lettere d’amore a mia madre con i tipici litigi tra fidanzati, con lei che fa la sostenuta e lui che striscia ai suoi piedi.

la vicenda processuale

cartolina alla fidanzata durante la chiamata alle armi del 41 (sototenente di artiglieria).

La storia del Valaguzza la conoscevo già, anche se, in aggiunta, ho trovato la dichiarazione del fratello della moglie che racconta di essersi lamentato con lui delle minacce e di aver avuto rassicurazioni sul fatto che nessuno l’avrebbe più infastidita e così fu.

Ma sono state le altre vicende a impressionarmi e mi spiace non averle conosciute in tempo per ossessionarlo di domande; una più di tutte, ma tu da che parte stavi?

I rapporti con i fascisti e gli antifascisti

La madre di Ambrogio Villa (medaglia d’oro al valor militare) Ancri Giovannina (vedova Villa) è ospitata alla sede del fascio (scuola Notari) sotto la protezione-assistenza di papà. E’ mamma di una medaglia d’oro ma è anche sorella di comunisti ricercati. Vediamo i documenti.

Luigi Ancri operaio comunista

Nel frattempo il signor Cereda provvide a dare aiuto a mia moglie e ai miei bambini con denaro e viveri in quanto ciò non era possibile da parte mia, perché continuamente perseguitato dalla Muti, essendo io un comunista.


Giovannina Ancri

Dopo qualche giorno ne parlai con il signor Cereda il quale mi disse di avere pazienza perché non sanno quello che fanno e di tasca sua pagò vari danni che mi avevano arrecato.


Altri episodi agli atti

Protegge il futuro sindaco della Liberazione Giuseppe Sala di cui resterà amico per tutti gli anni 50 (e di ciò ho ricordi personali).

La sera stessa mi trovavo in compagnia di mio cugino Stucchi Paolo che era venuto a cercarmi, e mi ha detto: tu devi venire con me che ti porto dal signor Cereda che ti può aiutare perché ne ha già aiutati molti.

Questi ci chiamò a rapporto rivolgendoci alcune domande alle quali rispondemmo autodifendendoci. Le redarguizioni ebbero termine con le seguenti testuali parole del signor Cereda: io non impongo, ognuno pensa come vuole, ma è bene usare prudenza nel parlare, in questi momenti.


La protezione di sbandati e irregolari

funerali cav. Alessandro Cereda

L’ultimo saluto al nonno, ci sono anche io dietro il carro, vicino a Ugo Saini, e poi tutta la famiglia Cereda allargata con le tre figlie (Giovanna, Linda e Fiora), papà e mamma, gli zii e i cugini

Su questo terreno opera in modi diversi: in maniera clandestina procurando documenti falsi e facendo finte assunzioni in azienda; in maniera diretta intervenendo presso le autorità affinché si possa sanare ciò che è sanabile (come nel caso di modifica alle  domande di arruolamento).

Agli atti sono citati con nome e cognome una decina di casi. Sui rapporti con il governo repubblichino non ho trovato documenti, ma ho ricordi di testimonianza diretta: papà si è recato a Gardone, Verona e Salò in più di una occasione per perorare cause e sistemare situazioni.

Si tratta di Mojoli Tino (Lesmo), Bianchi Piero (Concorezzo), Sala Luigi (Arcore), Sala Vladimiro (Villasanta), Rossi Mario (Villasanta), Fiorenza Filippo e Pannetta Giorgio (siciliani)

Naturalmente, siccome mio figlio non aveva alcuna volontà di appartenervi, ed in considerazione della manovra alquanto subdola ed illegale adoperata, egli si è sempre astenuto dal rispondere al sia pur ristretto numero di chiamate in servizio, cosicché alla fine non venne più importunato.

La lettera del parroco don Gaetano Galli

Lettera del 28/11/45 di don Gaetano Galli, parroco di Villasanta al P.M. avvocato Buzzelli.

Già dal maggio u.s. vive in campo di concentramento un mio buon parrocchiano, il signor Cereda Alfredo, il quale se ha una colpa, è quella di essere troppo buono, soprattutto se si tratta di poveri. Sono ormai 47 anni da che mi trovo a Villasanta e posso dire di conoscerlo bene.

Scrivo alla vostra signoria illustrissima non per invito di qualcuno, non per spirito di parte. Da giorni sento un impulso che non so vincere e che mi spinge a manifestare un piccolo particolare non conosciuto.

ma cosa ti venne in mente di far rivivere ancora il fascio!Ed egli calmo mi rispose: proprio per salvare il mio paese e per fare del bene e soprattutto pe impedire, che venisse qualche elemento torbido e violento a buttar sossopra la nostra popolazione. Parole testuali. E difatti:

  1. reintegrò tosto la refezione scolastica sovvenendola di propria borsa

25 anni dopo la morte di mio papà morto mangiando.

Se avete avuto la pazienza di seguirmi sino alla fine vi sarà ora più chiaro il motivo per cui, senza deflettere di un millimetro sul fatto che nella tragedia dal 43 al 45 c’erano quelli dalla parte giusta e quelli dalla parte sbagliata, io pensi che non ci sia nulla di bello in una guerra civile e si debba oggi lavorare in positivo sulla solidarietà, sulla disponibilità ad impegnarsi per gli altri e sulla legalità.

Aggiungo che quando ho pubblicato per la prima volta su Pensieri in Libertà questo episodio, accanto  nuove manifestazioni di affetto da parte di villasantesi che lo avevano conosciuto ho trovato anche un commento che mi ha impressionato: avrebbero dovuto ammazzarlo come i suoi amici, sarebbe stato un fascista di meno.

Questa cosa mi è rimasta dentro e ogni volta che sento degli antifascisti inneggiare allo scempio dei cadavere del Duce e della sua amante Claretta Petacci in piazza Loreto o inneggiare agli aspetti sanguinari della lotta di Liberazione mi viene un nodo alla gola e penso che, con pazienza, si debba lavorare per fare del 25 aprile la festa della unità nazionale e della libertà repubblicana.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 9 maggio 2024


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vai tranquillo – la maschera non serve

Maschera di protezione contro inalazione di gas tossici o velenosi

Questa volta non c’è stata fatalità. I 5 morti di Casteldaccia che sono scesi in un cunicolo fognario senza DPI (dispositivi di protezione individuale) non dovevano esserci. I 5, tra cui il titolare della ditta, facevano parte di una impresa che si occupa professionalmente di lavori di quel tipo.

La normativa su questo argomento è fin troppa e se avete tempo e voglia di leggere vi allego questo documento dell’ISPESL (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) sulle norme da tenere quando si opera in ambiente confinato

Come per tutti i documenti di prevenzione e sicurezza, ciò che si prevede è molto di più di quanto si possa fare come extrema ratio, bisogna verificare, bisogna ventilare, bisogna avere con sè un rivelatore di gas e poi in situazioni particolari, quando ciò che si doveva fare non è stato fatto, si usano le maschere.

Non occorre essere nè un chimico, nè un medico del lavoro, per sapere che dai liquami, per effetto della fermentazione batterica, si sviluppano gas tossici o velenosi per la respirazione quali il metano, l’anidride solforosa, l’ossido di carbonio, il biossido di carbonio e l’idrogeno solforato (acido solfidrico), quello che quando eravamo ragazzi si usava a carnevale nelle fialette puzzolenti.

Ho fatto una rapida ricerca in rete e ho trovato una maschera poco ingobrante con cappuccio in silicone certificata per l’uso in incidenti che coinvolgono sostanze chimiche COSTO 156 € (la vedete in apertura dell’articolo).

La cappa è dotata di filtro antigas SR 294 ABE2 e filtro antiparticolato SR 510 P3 e fornisce protezione contro tutti i tipi di particelle e i seguenti tipi di gas:
• A2, gas e vapori organici, come i solventi, con punti di ebollizione superiori a +65 ºC;
• B2, gas e vapori inorganici, come cloro, idrogeno solforato e acido cianidrico;
• E2, gas e vapori acidi come l’anidride solforosa e l’acido fluoridrico.

Probabilmente quella prevista dalle norme è migliore, magari costa anche di più ma intanto con questa ne uscivi. Leggetevelo il documento dell’ISPESL per vedere tutte le cose che bisognerebbe fare quando si opera in ambienti confinati e potenzialmente pericolosi.

Il problema è tutto qui: a me non serve, dà fastidio, non c’è pericolo, vai tranquillo, succederà a qualcun altro, insieme a quel che capita con la solidarietà umana: quello sta male e io scendo a salvarlo, ma neanche in questo caso metto la maschera.

Scrive l’ISPESL: Alcuni ambienti confinati sono facilmente identificabili come tali, in quanto la limitazione legata alle aperture di accesso e alla ventilazione sono ben evidenti e/o la presenza di agenti chimici pericolosi è nota. Fra essi si possono citare: serbatoi di stoccaggio, silos, recipienti di reazione, fogne, fosse biologiche…

E poi cita la necessità di indossare i DPI di autorespirazione (con bombola), di prevedere che chi scende sia assicurato e possa venir recuperato dall’esterno, … Ad un certo punto si esemplifica con gli incidenti possibili e uno di questi descrive una situazione analoga accaduta a Roma: Lavori di manutenzione del canale fognario senza l’utilizzo di adeguati DPI e senza aver portato con sé la strumentazione che avrebbe consentito di effettuare la misurazione in continuo, necessaria in tali ambienti.

Il documento è del 2009, il testo di riferimento e il DLGSL 81 è del 2008 e si tratta di normativa che integra e migliora la mitica 626 del 1994. Ne ho contezza per tutti gli adempimenti che ho messo in atto, prima come responsabile della sicurezza al Liceo Classico, in un edificio storico del 700 con un impianto elettrico da paura e poi come Dirigente Scolastico (datore di lavoro, con gli studenti che sono assimilati a dipendenti).

Per un po’ di dati potete leggere l’articolo Morire sul posto di Lavoro pubblicato il 20 aprile.